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Aprile 17, 2024
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Carlo Stagnaro: “Regole troppo strette imbrigliano gli innovatori”

Così il direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, che parla anche del suo ultimo libro


Di troppa regolamentazione l’innovazione può morire. E ancora, piccolo non è sempre bello e vantaggioso. Il nucleare? Dovrebbe diventare una questione extra nazionale”.

Sono solo alcune delle posizioni di Carlo Stagnaro – direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, componente del Comitato scientifico della rivista “Energia” e dell’Academy Advisor Council dell’Institute of Economic Affairs- venute fuori nella nostra chiacchierata sul suo ultimo libro, dedicato a Ronald H. Coase (Ibl), vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1991.

L’opera di Ronald Harry Coase, come spiega in poco meo di 200 pagine, ha avuto un impatto enorme sull’economia industriale, sull’organizzazione aziendale, sull’economia neo istituzionalista e sull’ analisi economica del diritto. Inoltre molte sue idee hanno influenzato le politiche pubbliche, in casi, quali, l’allocazione tramite aste dello spettro radioelettrico o la creazione di mercati artificiali per lo scambio  dei permessi di emissione, e le decisioni giurisprudenziali.

Cerchiamo di capirne di più con l’autore.

Dunque, Stagnaro, perché “riesumare” Coase?

Coase è stato uno degli economisti più importanti del ventesimo secolo non solo per il contributo che ha dato alla sua disciplina – che gli è valso il premio Nobel  -ma anche per l’influenza che ha avuto in ambiti contigui, in particolare il diritto. Molto del mondo che ci circonda è coasiano. Sia nel modo in cui i giudici interpretano il diritto, sia nel disegno delle politiche pubbliche – per esempio, le aste per l’allocazione delle frequenze- sia nel modo in cui interpretiamo le grandi trasformazioni. Alludo agli effetti della digitalizzazione, per esempio. Siamo tutti fortemente debitori a Coase.

La sua eredità?

Sta soprattutto nel concetto di costi di transazione, cioè nel fatto che il ricorso a mercato ha dei costi   – trovare le informazioni necessarie, negoziare i contratti, pretenderne l’esecuzione, eccetera. Questa intuizione è alla base di tutti gli sforzi di introdurre politiche o innovazioni che hanno per obiettivo proprio la riduzione di tali costi, in modo tale da favorire gli scambi di mercato e migliorare così l’efficienza complessiva del sistema economico. 

Coase ha scoperto quanto diritto e mercato si influenzino a vicenda. Ma cosa avrebbe detto il Premio Nobel sull’attuale fase? Si è di fronte ad un’economia troppo regolamentata o ad un diritto ispirato all’economia?

Probabilmente oggi Coase sarebbe molto critico con l’iper-regolamentazione. La sua idea era che le istituzioni – come l’impresa, il mercato e il diritto – esistono perché esistono i costi di transazione e hanno come finalità proprio quella di ridurli, per promuovere gli scambi. Ma era anche convinto che spesso si cercano fallimenti del mercato anche dove non ci sono, e si considerano patologiche situazioni che sono invece fisiologiche, adottando soluzioni che creano problemi maggiori di quelli che intendono affrontare.

Esempi?

L’ondata di regolamentazione che sta investendo molti ambiti – da quello ambientale all’economia digitale – fatta di norme minuziose e di micro-obiettivi settoriali non facilita, ma rende più complessa la dinamica economica. Tutta questa enorme massa di regolamentazione costituisce una sorta di tassa implicita sull’intera società. 

A proposito di normazione, cosa pensa dell’Ai Act che ha ottenuto il via libera dal Parlamento euroeo?

 Premesso che non sono un esperto di intelligenza artificiale, mi sembra che qui l’Europa stia fasciandosi la testa prima che sia rotta, e in questo modo rischia di privarsi dell’opportunità di giocare la partita. L’innovazione richiede sperimentazione e la sperimentazione non è compatibile con regole troppo strette che imbrigliano gli innovatori. Non è un caso se, mentre altre aree del globo, come Stati Uniti o Cina, hanno aziende leader nei settori del digitale, noi siamo leader soltanto nel campo della regolamentazione. 

Guardiamo sempre al tessuto produttivo italiano: cosa vede?

Il tessuto produttivo italiano ha punti di forza e debolezza che, per certi versi, sono due facce della stessa medaglia. L’esperienza di questi anni ha dimostrato una capacità di resistenza forse inattesa da parte delle imprese italiane, che hanno saputo adattarsi a cambiamenti profondi. Questo è particolarmente vero per le imprese manifatturiere, che hanno superato il trauma dell’introduzione dell’euro e hanno saputo costruirsi una propria via verso la competitività, attraverso investimenti, innovazione e specializzandosi nell’export. Questa capacità di adattamento dipende anche dalla natura dei nostri distretti e filiere industriali, organizzati in modo flessibile grazie a una trama di piccole e medie imprese con rapidi tempi di risposta. Questo ci ha resi più reattivi rispetto ad altri Paesi – come la Germania- organizzati secondo filiere verticali guidate da un capo-filiera: quando questo entra in crisi, si trascina a fondo tutta la filiera. Tuttavia, ciò ha anche degli elementi negativi: la piccola dimensione delle imprese italiane le rende meno capaci di innovare, facendo talvolta venire meno quel necessario presidio sulla frontiera tecnologica senza il quale si rischia di perdere il treno. In fondo, anche questa dinamica può essere compresa grazie alla lezione di Coase, perché l’organizzazione industriale delle imprese italiane è figlia anche dei costi di transazione e dei modi originali che esse hanno trovato per ridurli. 

Uno sguardo alle europee: cosa auspicare per gli imprenditori del nostro Paese?

Penso che l’Europa debba porsi tre grandi questioni: come ripristinare i principi della responsabilità fiscale; come mettere sotto controllo il demone della politica industriale dirigista, che col via libera agli aiuti di Stato durante l’emergenza Covid è uscito in tutta la sua furia, e come coniugare gli obiettivi ambientali con la sostenibilità economica e sociale, senza cambiare continuamente gli obiettivi e senza fare della politica ambientale il paravento di politiche industriali di piccolo cabotaggio. 

Ultima curiosità: sembra che in Italia il nucleare non sia più un tabù. Cosa prevede?

Se prendiamo sul serio la sfida della transizione ecologica, il nucleare è necessariamente parte della risposta. Pur con tutte le sue difficoltà, nessun’ altra fonte energetica a basse emissioni è in grado di garantire la fornitura di energia continuativamente nell’arco dell’anno. Tuttavia, gli investimenti sul nucleare richiedono un quadro normativo stabile e affidabile: ciò è incompatibile con un clima politico sempre conflittuale e incapace di trovare coesione sulle grandi scelte strategiche. Contemporaneamente, sarebbe sbagliato guardare al nucleare come a una questione nazionale: esso va calato nel contesto dell’integrazione dei mercati energetici europei. L’Italia forse non avrà i suoi impianti, ma dovrebbe collaborare a costruire una strategia europea di decarbonizzazione capace di selezionare gli investimenti sulla base del loro merito economico e ambientale, non della capacità di cattura politica. 

Cinzia Ficco

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