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Giugno 12, 2024
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“Innovazione? Quindici brevetti per far diventare di lusso la lana riciclata”

Parla Marco Mantellassi, Co-Ceo dell’azienda Manteco insieme al fratello Matteo


A Manteco, storica azienda tessile fondata nel 1941 dall’intuizione del fondatore che iniziò la produzione utilizzando vecchie coperte e abiti militari, si realizzano tessuti in lana riciclata di lusso, rispettando la cultura artigianale di un tempo. Dall’antica tradizione dei “cenciaioli” di Prato fino ad arrivare all’innovazione delle nuove tecnologie di digitalizzazione e delle metodologie di produzione più sostenibili.

Conosciamo l’azienda. Manteco nasce negli anni Quaranta a Prato. La Croce Rossa e altre società di beneficenza raccoglievano e smistavano coperte, maglie, camicie e altri indumenti militari consumati per venderli ai migliori offerenti.

All’epoca la situazione in Italia era critica, con il Paese devastato dalla guerra. Tutto questo significava che c’erano solo un piccolo numero di pascoli di pecore domestiche, spedizioni limitate di materie prime dall’estero e nessun denaro da investire, eppure quelle coperte e quegli indumenti militari erano realizzati con la lana pettinata extrafine e di alta qualità.

Il fondatore

Enzo Anacleto Mantellassi, fondatore della Manteco, aveva appena avviato l’attività acquistando una filanda semidistrutta, intuì subito le grandi potenzialità del commercio di questa merce. Istituì un processo di trasporto di grandi quantità di coperte e indumenti militari di seconda mano recuperati in un piccolo paese chiamato Resina, vicino a Napoli, dove venivano raccolti materiali militari da tutta Italia e riportati a Prato, dove le merci iniziarono il loro percorso di trasformazione e furono riportate a nuova vita. Ogni capo veniva triturato, poi filato per creare preziosi filati di lana riciclata, il tutto senza l’utilizzo di prodotti chimici, semplicemente attraverso un processo meccanico e ad umido, processo utilizzato ancora oggi.

All’inizio c’erano delle restrizioni dovute al materiale, che creava un filato spesso e anche al colore: verde militare, kaki, marrone e blu scuro, quindi inizialmente Enzo li tesseva per creare coperte pesanti piuttosto che tessuti.

Economia circolare

È una produzione che intende rispettare il cambiamento economico e sociale del XXI secolo. Il paradigma economico della moda adotta il tessuto riciclato, scommette sull’economia circolare, valorizza la lavorazione artigianale, senza dimenticare l’innovazione divenuta la protagonista di questo momento storico. Non solo. Un’analisi del settore evidenzia una forte crescita economica del settore. Secondo i dati del Centro Studi di Confindustria «nel 2022 il tessile ha registrato un incremento del fatturato complessivo del 32,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo gli 8,1 miliardi di euro». A evidenziare l’importanza del settore della moda sono anche i dati diffusi dalla Comunità Europea «che individua nel settore uno dei pilastri dell’economia dell’Unione europea con 400 mila imprese e il 31% del giro d’affari europeo (55 miliardi di euro)». Conosciamo il modo utilizzato dall’azienda Manteco per bilanciare riuso e innovazione di prodotto a beneficio dell’economia circolare con Marco Mantellassi, Co-Ceo insieme al fratello Matteo di Manteco, per approfondire il nuovo processo produttivo.

Marco Mantellassi, CoCeo di Manteco

Perché nasce la produzione di tessuti riciclati?

«Abbiamo iniziato nel 1941 quando – durante la guerra – non avevamo fibra vergine. Riciclavamo coperte e capi militari, per produrre fibra di lana riciclata e poi filati. Nel tempo si è passati dal riciclare per necessità, al riciclare per risparmiare risorse, abbassare l’impatto ambientale e dare nuova vita a capi e materiali che vengono buttati via. La nostra azienda non ha mai abbandonato il riciclo della lana, ed oggi lo abbiamo portato al livello del lusso, garantendo bellezza e performance, praticamente eguali ai tessuti di lana vergine. Abbiamo anche il nostro marchio, MWool, la nuova generazione di lana riciclata di Manteco, la cui sostenibilità è basata su un life cycle assessment pionieristico, pubblicato anche come articolo scientifico e certificato EPD, environmental product declaration. Una fibra che ad oggi viene inserita nei capitolati dei brand in tutto il mondo come preferred fiber, in quanto permette di abbassare gli impatti ambientali, garantendo qualità e durevolezza».

Qual è il processo produttivo utilizzato?

«Il tessuto di lana riciclata viene prodotto tramite un processo principalmente meccanico, quindi anche a basso impatto ambientale. I capi di lana post-consumo vengono raccolti in tutto il mondo, e quando arrivano da noi, vengono selezionati e divisi per colore e per composizione, poi puliti da tutti gli elementi e componenti non riciclabili (bottoni, etichette ecc.) e riciclati meccanicamente. La nuova fibra avrà una composizione certa e un colore definito, di conseguenza non c’è bisogno di ricorrere alla tintura, come nel caso della lana vergine. Si va semplicemente ad estendere la vita non solo dei capi, ma anche dei colori che avevano prima del riciclo. Tramite la tecnica di creazione del colore RECYPE, creiamo delle ricette colore, pesando varie fibre di lana riciclata di diverse tonalità. Una volta creata la ricetta, le fibre vengono cardate (mescolate, per creare un nuovo colore, che viene chiamato feltrino). La ricetta colore RECYPE, successivamente, viene moltiplicata per la quantità di tessuto che si deve produrre e mandata in filatura. In filatura le fibre di diversi colori vengono mescolate, cardate, filate e ritorte, creando così filati che hanno già un colore, ottenuto senza l’aggiunta di tinture. Da qui in poi non cambia nulla rispetto alla lana vergine. Viene creato l’ordito del tessuto, poi viene inserita la trama per creare il tessuto greggio, il quale viene poi rifinito a seconda dell’aspetto e della mano che si vogliono ottenere. È un processo che si basa principalmente sul fattore umano, infatti, senza l’esperienza e il saper fare degli operatori nelle varie fasi produttive, non si riuscirebbe a creare un prodotto così appetibile per il mondo della moda».

Che ruolo svolgono innovazione e digitale?

«Un ruolo fondamentale. Innovazione e digitale sono due fattori totalmente incorporati nella nostra strategia di business. Abbiamo anche creato dei software interni, come per esempio l’MTrace, per digitalizzare la tracciabilità della nostra filiera MSystem, e renderla totalmente trasparente verso i nostri clienti ed i consumatori finali. Abbiamo anche sviluppato software per la gestione integrata dei dati. L’innovazione, invece, abbraccia la nostra produzione da monte a valle, siamo costantemente alla ricerca di nuove soluzioni da implementare, per migliorare la qualità e la sostenibilità dei nostri prodotti. La nostra azienda vanta ad oggi quindici brevetti, a testimonianza dei nostri sforzi per l’innovazione».

Il valore aggiunto del tessuto riciclato?

«Sicuramente il ridotto impatto ambientale, insieme ad una qualità molto alta. MWool®, rispetto alle generiche fibre di lana vergine, incide del 99,2% in meno sul cambiamento climatico, del 99,9% in meno sul consumo di acqua e del 93,3% in meno sul consumo energetico totale. Ma anche il fatto di ridare vita a capi e scarti pre-consumo sicuramente si pone come valore aggiunto».

Lana riciclata

La moda del XXI secolo come diventerà sostenibile?

«Prima di tutto sviluppando la tracciabilità lungo tutta la filiera, poi tramite la transizione energetica, il miglioramento dei processi produttivi, la misurazione e riduzione degli impatti ambientali, l’attuazione dell’economia circolare a 360 gradi e, ultimo ma non per importanza, l’attenzione alla sostenibilità sociale».

Francesco Fravolini

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