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Febbraio 25, 2024
Focus

Il Sud delle medie impese industriali dimostra di poter correre più veloce del resto d’Italia

Intervista con Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Gugliemo Tagliacarne


Dal vostro rapporto pubblicato il 18 dicembre scorso si legge: “C’è un Sud che dimostra di poter correre più veloce del resto d’Italia: è quello delle medie imprese industriali del Mezzogiorno.  L’87% di queste ‘ambasciatrici’ del capitalismo familiare conta di chiudere quest’anno con un aumento di fatturato (contro il 76% di quelle del Centro Nord) e il 92% prevede aumenti delle esportazioni (contro l’81%). Si tratta di realtà produttive che guardano al futuro con maggiore ottimismo”. 

Cosa sta succedendo, è il Centro Nord che arretra o il Sud che sta acquistando fiducia nelle proprie capacità, riesce a percepirsi e a “comunicarsi” in modo diverso? L’abbiamo chiesto a Gaetano Fausto Esposito, direttore generale dell’Istituto Gugliemo Tagliacarne, che ha replicato:

“Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha tenuto il passo del Centro-nord in termini di crescita del PIL. Nell’anno della pandemia ha retto meglio del resto del Paese, ma questa situazione è dipesa anche dalla composizione delle attività economiche del Sud che sono più sbilanciate sui servizi pubblici e sull’edilizia, la quale ha potuto beneficiare degli ingenti superbonus. Noi stessi abbiamo visto i riflessi di questa situazione anche nell’andamento dei redditi delle famiglie che hanno avuto interessanti incrementi in diverse realtà provinciali meridionali. Al contempo, ci sono diverse realtà del Centro- nord che stanno manifestando un minor dinamismo rispetto al passato. Anche sul versante delle imprese del Sud ci sono degli interessanti segnali di risveglio, che non riguardano solo l’élite delle medie imprese. Per gli anni 2023-2025 il 41% delle pmi centro- settentrionali effettuerà investimenti nel digitale, mentre questo valore sale al Sud al 43%, così come il 46% farà investimenti green, contro il 47% del Centro-nord. Resta però un fatto”

Quale?

Che l’economia meridionale è molto legata a servizi tradizionali e molto meno al settore manifatturiero, anche se esistono diffuse eccellenze al riguardo. Il che comporta un’apertura internazionale ancora molto modesta e una forte dipendenza dal mercato locale di consumo. Il punto è che occorre fuoriuscire dalla spirale del sottosviluppo che si alimenta di basso pil pro capite, bassa occupazione e modesto incremento della produttività. Per fare questo serve un approccio guidato dall’innovazione e il fatto che cresca la quota di imprese del Mezzogiorno, orientate in questa direzione, è un dato positivo. Occorre poi lavorare molto e di più sui collegamenti all’interno del sistema produttivo locale e tra questo e quello del resto del Paese, per fare in modo che i segnali di vitalità acquistino uno spessore consistente nel prossimo futuro.

Sud e PNRR

Per quanto riguarda il PNRR si tratta di una opportunità generale e quindi anche per il Mezzogiorno. Un’analisi condotta da Giovanni Ferri, Mirko Menghini e Marco Pini, partendo da rilevazioni dell’Istituto Tagliacarne, dimostra a livello nazionale che le imprese che si sono attivate sul PNRR hanno maggiori performance in termini di investimento nella doppia transizione green e digitale e questo potrebbe valere anche per il Mezzogiorno.

Fausto Gaetano Esposito, direttore generale

Pensa che la capacità di progettazione e gestione dei fondi europei al Sud stia migliorando?

Al Sud alle ingenti risorse del PNRR si sommano quelle dei Fondi strutturali con il rischio che si possa produrre una sorta di ingolfamento di risorse programmate. Parlo di risorse programmate perché la questione delle risorse effettivamente impiegate e spese potrebbe essere diversa.

Cioè?

Ad esempio, a metà dello scorso anno la percentuale di spesa dei programmi regionali con riferimento ai Fondi strutturali della media delle regioni del Sud si attestava intorno al 70% con una differenza di circa 17 punti rispetto al valore delle regioni più sviluppate. Anche qui comunque c’è una certa variabilità riferita alla spesa: ad esempio, in Basilicata si supera la soglia del 70% dei pagamenti, in Puglia siamo addirittura al 94%, mentre in Sicilia scendiamo al 60%, in Abruzzo – regione in transizione, siamo al 62% e in Calabria a poco più del 50%. Il punto è che sappiamo da tempo, e ce lo confermano anche le rilevazioni a livello europeo, che l’indice di efficienza delle istituzioni del Mezzogiorno è in genere basso, anche per effetto dei diversi regimi di blocco della spesa pubblica che hanno impedito il ricambio del personale amministrativo, oggi  in media più anziano rispetto a quello del resto del paese. In 10 anni il personale degli enti territoriali al Sud si è ridotto del 28% e oggi ci sono 6,1 addetti ogni 1.000 abitanti al Sud contro i 7,3 addetti ogni 1.000 abitanti al Centro-Nord. Perciò crescita del capitale umano e sviluppo istituzionale si pongono come condizioni imprescindibili per rompere la spirale del sottosviluppo. Negli anni più recenti ci sono state diverse innovazioni amministrative che hanno contribuito a far crescere un poco l’efficienza di questi processi, ma resta il punto critico evidenziato già in fase di approvazione del PNRR: non è semplice adeguare in poco tempo la macchina amministrativa, con i numerosi vincoli in termini di retribuzioni, responsabilità e progressioni di carriera, secondo le esigenze di flessibilità richieste dalla fase che stiamo vivendo.

Sta diminuendo la fuga definitiva dei ragazzi dal Sud?

Le più recenti proiezioni demografiche aggravano il dato dello spopolamento nel Mezzogiorno. In circa 20 anni si perderanno 2,1 milioni di persone, anche a causa della flessione dei tassi di natalità, che comporterà la presenza di minori giovani al Sud a fronte dell’aumento delle popolazione anziana. Ma questo riguarda gli andamenti demografici. Tra il 2002 e il 2021 c’è stato un deflusso netto di 262 mila laureati meridionali di cui oltre 19.000 nel 2021. Il tema del brain drain, ossia della perdita di talenti, è ancora molto attuale. Quanto alle politiche aziendali per attrarre e trattenere talenti, il 60% delle imprese del Sud realizza almeno una pratica – benefit, aumento di stipendio, momenti conviviali, ambiente salubre,  un dato un poco inferiore a quello del Centro-Nord (67%), con una particolare focalizzazione sulla concessione di incrementi salariali attraverso superminimi, che riguarda circa un quarto delle aziende meridionali contro un terzo di quelle del resto del Paese. C’è quindi consapevolezza del tema in larga parte dell’imprenditoria del Mezzogiorno anche se un poco inferiore rispetto al resto dell’Italia.

Se le dico autonomia differenziata e Sud, cosa mi dice?

 Le rispondo “lavori in corso”. Ci sono ancora molte questioni che vanno chiarite. Al di là di alcuni aspetti, probabilmente, ad esempio, per raggiungere gli stessi risultati si potrebbe lavorare anche a legislazione vigente. La questione critica riguarda il modo con cui verranno definiti i livelli essenziali di prestazione e soprattutto se andranno stabiliti ad invarianza di spesa. La cosa obiettivamente sembra destare molte perplessità, considerando i crescenti livelli di disuguaglianza che si stanno sperimentando nel nostro Paese e l’aumento delle criticità di situazioni riscontrate sia in regioni del Mezzogiorno sia in altre del Centro-nord. Ci sono campi in cui c’è l’esigenza di aumentare la capacità di indirizzo a livello nazionale, ad esempio, nel caso della politica industriale, ed altri che addirittura richiedono un coordinamento sovra nazionale, cosa che stiamo sperimentando anche in diversi campi della sanità e delle infrastrutture di rete che devono rispondere a un approccio necessariamente più ampio dal punto di vista territoriale. Fino ad ora le esperienze di devoluzione che abbiamo sperimentato non hanno dato in genere una grande prova di efficienza, in particolare con riferimento alla definizione di materie in cui c’è una potestà concorrente tra Stato e Regioni, finendo più che altro per aumentare il contenzioso istituzionale e la confusione tra imprenditori e cittadini. La Svimez ha fatto una simulazione secondo cui ci sarebbe anche il rischio di ridurre le disponibilità finanziarie dello Stato per manovre di finanza pubblica centrale in quanto, la quota di risorse IRPEF trattenuta dalle tre grandi regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna risulterebbe pari a circa il 30% del gettito nazionale. Insomma, da diverse parti si segnalano rischi di un processo su cui però oggi mi sembra ancora prematuro dare giudizi definitivi.

Qual è il vero valore economico del Sud che nessun Governo è mai riuscito a individuare e valorizzare? Pensiamo ai porti, spesso poco considerati, rispetto a quelli del Nord

Il tema della logistica, e quindi quello connesso della portualità, è sicuramente uno degli assi strategici di sviluppo non solo per il Mezzogiorno. Non saprei dire se c’è stata una scelta deliberata di svantaggio per la portualità meridionale Di sicuro occorre però considerare che i grandi porti del Nord e penso, ad esempio. a Genova e Trieste sono meglio inseriti nelle direttrici di sviluppo modale. dell’Europa centrale. Per molto tempo l’Europa ha guardato più al suo core mitteleuropeo ed orientale che a Sud. È possibile che una scelta di penalizzazione per la portualità meridionale sia derivata anche dall’aver favorito la soluzione del puro transhipment, in particolare con i porti di Gioia Tauro, Taranto e Cagliari, che però si è dimostrata a basso valore aggiunto, soprattutto quando c’è stato lo sviluppo della portualità maltese e del nord-Africa. Alcuni esperti di logistica, tra i quali il Professore Pietro Spirito, evidenziano che un porto vive anche del suo retroterra industriale, ossia della capacità di trasformazione di un sistema produttivo che è nelle sue adiacenze. Deve essere in grado di alimentare anche un sistema di servizi logistici di respiro internazionale e questo aspetto è stato carente per una fetta consistente della portualità del Mezzogiorno. In altri termini la portualità, in particolare una portualità specificamente rivolta al Mediterraneo – tornato di strategica centralità- è un fattore di sviluppo se viene collegata a un più vasto sistema di collegamenti e connessioni inseriti nelle linee logistiche trans-europee. La parcellizzazione delle Autorità portuali – e a volte forme di vera e propria competizione- non hanno aiutato a trovare questa dimensione strategica. Tutto ciò per dire che se manca un disegno più complessivo di sviluppo, che individui la portualità come un segmento di reti più complesse e articolate, la valorizzazione di singoli punti può dare contributi molto limitati alla crescita e questo vale in particolare per il Mezzogiorno.

Come il Governo può aiutare le aziende piccole e medie del sud che “corrono più veloci”? Un tempo si diceva che ad allontanare gli investitori stranieri dal Sud fossero la criminalità, la difficoltà ad accedere al credito, la burocrazia, la giustizia lenta. Oggi?

I fattori che nel passato sono stati citati come limiti risultano comuni a tutto il Paese. Forse l’aspetto della criminalità ha manifestazioni più appariscenti al Sud. Direi che due sono gli aspetti che emergono tra gli altri al Sud: la burocrazia, intesa come inefficienza del sistema istituzionale, e le difficoltà di connessioni, da interpretarsi non solo come più bassa dotazione di infrastrutture, ma anche come minori collegamenti tra le imprese. L’indagine che il nostro Istituto ha condotto con Mediobanca sulle medie imprese al Sud dimostra che quando le aziende riescono ad attivare più stretti collegamenti a livello locale, nazionale e internazionale, fanno migliorare anche la loro competitività e anzi crescono anche di più rispetto alle medie imprese del resto del Paese. Ma qui stiamo parlando di aziende con dimensione che consente di superare diverse diseconomie esterne semplicemente sostituendosi a un sistema di supporto poco funzionale. Per la generalità delle piccole imprese non ci sono queste possibilità. Anche per effetto del PNRR il sistema di incentivazione è robusto, ma ci si scontra con limiti di Amministrazione. Ancora oggi sono valide le parole di un grande meridionalista, Francesco Saverio Nitti, scritte nel 1901 “La questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale. […] L’Italia meridionale non deve chieder nulla: deve solo formare la sua coscienza, perché reagisca alla continuazione di uno stato di cose che impoverisce e degrada”. Forse sembrerà singolare ma nonostante tutti gli interventi che si sono succeduti nei decenni c’è ancora un gap di questo tipo nel Mezzogiorno un gap civile e istituzionale che rappresenta un forte limite allo sviluppo, un limite su cui occorre concentrare gli sforzi.

Cinzia Ficco

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