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Aprile 17, 2024
DirittoFocus

Adele Nardulli: “Si fa presto a dire smart”

L’imprenditrice in un libro (Guerini) spiega cosa sia davvero il lavoro agile


Smart working: a cosa serve una legge se non si fa cultura sul lavoro intelligente, soprattutto tra le piccole e medie imprese?  Che utilità ha normare un nuovo modo di eseguire il proprio lavoro se non si diffonde l’idea che è arrivato il momento di passare dal controllo all’autodisciplina e alla fiducia, oggi uniche chiavi per garantire efficienza, benessere del personale e, di conseguenza, produttività aziendale?

A porsi questi interrogativi è Adele Nardulli, linguista di formazione, imprenditrice dal 1990, Founder e Ceo di Landoor – Your Translation  Partner (una delle prime aziende di servizi linguistici in Italia https://www.landoor.com/ ), che di recente ha pubblicato il libro dal titolo: «Si fa presto a dire smart» (Edizioni Guerini), con post-fazione di Matteo Pollaroli, giuslavorista, dottore di ricerca in Diritto europeo dei contratti civili, commerciali e del lavoro all’Università Cà Foscari di Venezia e prefazione di Maria Cristina Origlia, giornalista.

Perché un titolo così?

Nelle centosessanta pagine del testo l’autrice raccoglie le testimonianze e le best practice di un gruppo di celebri imprese – Nestlè, Barilla, Sanofi, Perfetti, Cimbali, Boiron, Fastweb – e di aziende pioniere del lavoro agile pre-pandemico – Mazars, Hinto, eXp Realty, Koiné – per rimarcare la necessità di formare gli imprenditori che si sono trovati costretti dalla pandemia a far lavorare i propri dipendenti in smart working senza un’adeguata preparazione.

“Se alcune aziende – ci dice Nardulli – avevano cominciato prima del Covid a rivedere gli assetti della propria organizzazione, dotarla di tecnologie nuove, assicurare per esempio pc portatili ai dipendenti, e introdurre atteggiamenti differenti nei confronti del personale, basati su trasparenza e fiducia reciproca, la maggior parte delle piccole e medie imprese hanno subìto il cambiamento e oggi ne stanno pagando le conseguenze.  Molte di loro non hanno compreso che badare alle ore di lavoro dei dipendenti, quindi alla quantità, è una modalità superata, non più sostenibile. D’accordo, oggi c’è la legge del 2017, ma non è sufficiente. Occorre fare cultura del lavoro smart”.

Sì, ma cosa significa? Per l’imprenditrice, diffondere concetti nuovi: responsabilità, leadership diffusa, lavoro per obiettivi.  Stop al controllo sul tempo passato alla scrivania. La verifica del datore di lavoro deve essere fatta sui risultati, non sulle ore. Smart alla fine significa funzionale, adattabile ,modulabile. “Un lavoratore in smart working  – chiarisce – deve sentirsi libero di scegliere gli spazi e i tempi per svolgere la sua attività, pur nel rispetto delle esigenze aziendali. Non avere il fiato sul collo dell’imprenditore o del manager. Che deve monitorare sì, però coinvolgendo il lavoratore negli obiettivi e, se possibile, nelle scelte aziendali. Occorrono certo alcune regole del galateo, dettate dal buon senso, ma senza mettere paletti in modo aprioristico. In ogni caso sono dell’avviso che lo smart working al 100 per cento sia da escludere, perché in tutte le attività il confronto diretto coi colleghi è fonte di ispirazione e crescita. Non solo nel lavoro fianco a fianco, ma anche nei momenti informali come la pausa caffè. Le neuroscienze hanno infatti dimostrato che i neuroni specchio, coinvolti nell’apprendimento e negli atteggiamenti empatici, sono maggiormente attivati dalla prossimità spaziale con l’interlocutore rispetto alla comunicazione mediata dallo schermo. Per questo occorre fare in modo che le persone siano anche invogliate a venire in ufficio, ad esempio con attività welfare in ufficio (iniziative di fitness e wellbeing, micronidi aziendali, servizi salva tempo, consegne di farmaci, spesa, tintoria, ecc. in ufficio). È un po’quello che abbiamo fatto in Landoor prima della pandemia –afferma Nardulli – ed è per questo che ci hanno riconosciuto l’Ambrogino imprese, i premi Csr di Unioncamere Lombardia e Women value company di fondazione Bellisario. È necessario inoltre controllare che lo smart working non sia una scelta aziendale fatta per opportunismo, cioè solo per risparmiare sui costi di uffici che vengono ridimensionati.”

Dello stesso avviso Pollaroli, che specifica: “Ovvio che talune mansioni strutturalmente non possono godere del beneficio di accedere a una modalità di prestazione agile, cioè libera, come ad esempio nelle linee di produzione, nei test sul campo, nei negozi, nei servizi alla persona. Ma nei settori dei servizi professionali o per alcune mansioni facilmente gestibili da remoto, ciò non solo è tecnicamente possibile, ma richiesto dai lavoratori. È quindi uno strumento di attraction e retention”.

In complesso com’è la legge? “Lo smart working – continua il giuslavorista – rappresenta un’evoluzione significativa nel modo in cui il lavoro viene svolto, offrendo maggiore flessibilità e adattabilità sia per i dipendenti  che per i datori di lavoro. Nel percorso di sviluppo dello smart working, la mano del legislatore è però sempre più presente e questo rischia di renderlo meno flessibile rispetto agli obiettivi originari. Inoltre, lo smart working continua a essere avversato da molti manager, da un lato perché non consente di esercitare un controllo assiduo sui lavoratori, dall’altro perché a differenza dei meeting svolti di persona lo smart working non consente di raccogliere istantaneamente una notevole quantità e qualità di informazioni. Non solo. È a volte avversato dal sindacato, laddove la lontananza dei tradizionali luoghi di lavoro e aggregazione può rendere difficile l’esercizio dei diritti sindacali.”

Matteo Pollaroli, giuslavorista

Inoltre, per Pollaroli non si può dire smart working se non si investe in infrastrutture pubbliche e private che possano farne conoscere le potenzialità.

“Ecco che saranno benvenuti – ci dice – nuovi ambienti in coworking dove trovare aree condivise anche con persone di altre aziende, per evitare di lavorare e vivere giorno e notte negli stessi metri quadri, che siano magari vicino casa, per affrontare viaggi meno impegnativi. Essenziali saranno i sistemi di welfare e servizi alla persona per agevolare il lavoro smart: asili e doposcuola accessibili, assicurazioni sanitarie, che consentano un accesso più agevole alle strutture private.”

Per chiudere, “il nostro auspicio – continua il giuslavorista – è che si avvii l’iter per costruire un vero e proprio codice del lavoro smart e sostenibile, che sia semplice, facilmente spiegabile  a professionisti e lavoratori stranieri. Con tale codice, il legislatore dovrebbe riunire sotto lo stesso cappello giuridico gli istituti del lavoro a domicilio, del telelavoro e del lavoro agile nonché riadattare le regole di quest’ultimo nel senso di maggiore libertà di accesso, gestione e agevolazione. Smart working non è lavoro da casa, ma è lavorare in modo intelligente. Per arrivare a questo bisogna  cambiare il mindset dell’azienda, dai manager a tutti i collaboratori. Occorre fare tanta informazione e formazione, possibilmente finanziata, a tutti i livelli delle aziende, soprattutto piccole e medie. È un lavoro lungo, cui intendiamo contribuire attivamente. Si fa presto a dire smart è solo l’inizio dell’opera”.

Cinzia Ficco

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