
I nuovi dati Eurostat mostrano che il lavoro da casa resta una realtà minoritaria in Europa e sorprendentemente marginale in Italia. Dopo il boom pandemico, il fenomeno sembra essersi stabilizzato molto più vicino alla normalità che alle previsioni di una trasformazione irreversibile del lavoro.
Tra il 2020 e il 2021 sembrava che il mondo del lavoro avesse imboccato una strada senza ritorno. Aziende costrette a chiudere gli uffici, milioni di lavoratori collegati dalle proprie abitazioni, piattaforme collaborative che diventavano improvvisamente infrastrutture essenziali per l’economia globale. In quei mesi si è scritto e detto di tutto. Che l’ufficio fosse destinato a scomparire. Che le città avrebbero perso centralità. Che il lavoro da remoto sarebbe diventato la modalità dominante per intere generazioni di professionisti.
A distanza di cinque anni, però, vale la pena fermarsi e osservare cosa è realmente accaduto.
Gli ultimi dati Eurostat sul lavoro da casa in Europa raccontano una storia molto diversa da quella che ha dominato il dibattito pubblico negli ultimi anni. Non perché il lavoro remoto sia fallito. Non perché le aziende siano tornate integralmente al modello tradizionale. Ma perché la rivoluzione che molti immaginavano semplicemente non si è materializzata nelle dimensioni che ci aspettavamo.
Nel 2025, secondo Eurostat, l’8,9% degli occupati europei lavora abitualmente da casa. Per abitualmente si intende almeno la metà del tempo lavorato nel periodo di riferimento. Non si tratta quindi di chi lavora da remoto uno o due giorni alla settimana, ma di persone per le quali l’abitazione rappresenta il principale luogo di lavoro.
Si tratta di un dato che, letto senza contesto, potrebbe persino apparire significativo. In realtà diventa sorprendente quando viene confrontato con la percezione collettiva costruita negli ultimi anni. Se si osservano i social professionali, le conferenze sul futuro del lavoro, gli eventi dedicati alla trasformazione organizzativa o semplicemente il dibattito mediatico, si potrebbe facilmente immaginare che il lavoro da casa riguardi ormai una quota enorme della popolazione attiva. I numeri suggeriscono invece una realtà molto più contenuta.
Persino nei Paesi europei che guidano questa trasformazione le percentuali restano relativamente limitate. La Finlandia, che rappresenta il caso più avanzato in Europa, si ferma al 20,9%. L’Irlanda raggiunge il 19,8%. Il Belgio il 13,5%. Questo significa che anche nelle economie considerate più mature dal punto di vista della flessibilità organizzativa circa quattro lavoratori su cinque continuano a svolgere la propria attività prevalentemente al di fuori della propria abitazione.
Il dato italiano è ancora più sorprendente.
Nel 2025 soltanto il 2,7% degli occupati italiani lavora abitualmente da casa. Si tratta di una delle percentuali più basse dell’intera Unione Europea, superiore soltanto a quelle registrate in Romania, Bulgaria e Grecia.
È un risultato che sembra quasi incompatibile con la narrativa che accompagna il dibattito italiano sul lavoro agile. Negli ultimi anni abbiamo discusso di settimana corta, lavoro ibrido, diritto alla disconnessione, attrazione dei talenti attraverso la flessibilità e nuove modalità organizzative. Eppure, quando si passa dalla percezione alla misurazione statistica, scopriamo che il lavoro da casa come modalità prevalente resta un fenomeno estremamente limitato.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che esistono altre statistiche che raccontano una storia diversa. Ed è vero.
Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 gli smart worker italiani sono circa 3,57 milioni. Dopo una fase di contrazione osservata nel 2024, il fenomeno è addirittura tornato a crescere. Apparentemente sembrerebbe una contraddizione.
In realtà le due rilevazioni misurano cose completamente diverse.
Eurostat considera esclusivamente chi lavora da casa in modo abituale e prevalente. Il Politecnico include invece tutti coloro che utilizzano modalità di lavoro agile anche soltanto per una parte della settimana lavorativa. Un dipendente che lavora tre giorni in ufficio e due da casa rientra pienamente nelle statistiche dello smart working, ma non necessariamente in quelle del lavoro da casa abituale.
Questa distinzione è fondamentale perché aiuta a comprendere ciò che è realmente accaduto dopo la pandemia.
Non stiamo assistendo alla scomparsa del lavoro remoto. Stiamo assistendo alla normalizzazione del lavoro ibrido.
Molte aziende che avevano sperimentato forme estreme di lavoro a distanza stanno convergendo verso modelli più equilibrati. Allo stesso tempo, molte organizzazioni che prima del 2020 consideravano impensabile qualsiasi forma di flessibilità oggi consentono ai propri dipendenti di lavorare da remoto per una parte significativa del tempo. Il risultato finale è un mercato del lavoro che appare molto più flessibile rispetto al passato ma molto meno rivoluzionario rispetto alle aspettative generate durante l’emergenza sanitaria.
C’è però un’altra statistica che merita attenzione e che riceve molta meno copertura mediatica.
Eurostat analizza infatti separatamente anche il comportamento dei lavoratori autonomi.
Ed è qui che emerge forse l’aspetto più interessante dell’intera ricerca.
Nel 2025 circa il 34% dei lavoratori autonomi finlandesi lavora abitualmente da casa. Germania, Irlanda e Francia si collocano attorno al 30%. In Italia la percentuale precipita al 5,3%.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a uno dei valori più bassi dell’Europa occidentale.
Il dato è particolarmente interessante perché elimina una delle spiegazioni più frequentemente utilizzate per giustificare la ridotta diffusione del lavoro da remoto. Se infatti i dipendenti possono essere vincolati dalle politiche aziendali, gli autonomi dispongono normalmente di una maggiore libertà nella scelta del luogo di lavoro.
Se anche tra professionisti, consulenti e indipendenti il lavoro da casa resta così poco diffuso, significa che il fenomeno affonda le proprie radici in elementi più profondi.
La spiegazione probabilmente va ricercata nella composizione stessa dell’economia italiana.
Quando si parla di lavoro autonomo si tende spesso a immaginare consulenti direzionali, professionisti digitali, sviluppatori software, designer o specialisti del marketing. Nella realtà italiana il mondo delle partite IVA comprende una quantità enorme di attività che richiedono una presenza fisica costante: commercio, edilizia, manutenzione, artigianato, servizi tecnici, assistenza alla persona, professioni sanitarie e una lunga serie di occupazioni che non possono essere svolte da una scrivania domestica.
Questo contribuisce a spiegare perché il lavoro da casa, pur essendo diventato una componente stabile del mercato del lavoro, continui a riguardare una minoranza relativamente ristretta della popolazione attiva.
Forse, allora, la domanda corretta non è se il lavoro remoto stia crescendo o diminuendo.
La domanda è perché continuiamo a percepirlo come un fenomeno molto più diffuso di quanto non sia realmente.
Una possibile risposta è che osserviamo il mondo attraverso una lente estremamente selettiva. Chi frequenta LinkedIn, partecipa a eventi sull’innovazione, opera nei servizi professionali o nell’economia digitale tende a vivere in ambienti dove il lavoro remoto è effettivamente molto diffuso. Quei settori producono inoltre una quantità enorme di contenuti, discussioni, articoli e conferenze, amplificando ulteriormente la percezione della loro rilevanza.
Ma l’economia reale è molto più grande dell’economia digitale.
La maggior parte degli occupati europei continua a lavorare nella manifattura, nella logistica, nella sanità, nel commercio, nei trasporti, nell’ospitalità, nelle costruzioni e in decine di altre attività che richiedono una presenza fisica.
È possibile che il vero errore degli ultimi anni non sia stato sopravvalutare il lavoro da remoto. Potremmo averne sopravvalutato la rappresentatività.
Abbiamo osservato una trasformazione reale, importante e destinata a durare, ma l’abbiamo scambiata per una trasformazione universale.
I dati Eurostat suggeriscono invece una conclusione più prudente e probabilmente più vicina alla realtà. Il lavoro da casa non è diventato la nuova normalità per la maggioranza dei lavoratori europei. È diventato una delle modalità possibili di organizzazione del lavoro. Una modalità ormai consolidata in molti settori della conoscenza, ma ancora marginale in ampie aree dell’economia.
Dopo anni di narrazioni estreme, forse la vera lezione è proprio questa. Il futuro del lavoro non sarà completamente remoto. Ma non sarà nemmeno un ritorno al modello pre-pandemico. Sarà, molto probabilmente, un equilibrio dinamico tra presenza e flessibilità, tra ufficio e casa, tra collaborazione fisica e digitale. Molto meno rivoluzionario di quanto immaginassimo nel 2020. E forse proprio per questo molto più interessante da osservare.
FONTI
- Eurostat – Employed persons usually working from home (2025)
- Eurostat Labour Force Survey (LFSA_EHOMP)
- Eurostat – Working from home statistics
- Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano (2025)
- Commissione Europea, Labour Force Survey database