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02/07/2026
Management

L’HR non è una funzione di supporto: è una leva di crescita, governance e vantaggio competitivo

Perché pochi direttori HR diventano CEO e cosa dice questo limite sulla maturità manageriale delle aziende.

In molte aziende, quando si immagina il profilo ideale di un amministratore delegato, il pensiero corre quasi automaticamente a tre percorsi: finance, commerciale, operations. In alcuni casi legal, soprattutto nei settori regolati o nelle organizzazioni dove governance, compliance e rischio hanno un peso dominante. Molto più raramente si pensa a un profilo HR.

La cosa, di per sé, non stupisce. Il CEO è percepito come il vertice del conto economico, della strategia, della crescita, della relazione con il mercato e della responsabilità verso soci, investitori, clienti e stakeholder. L’HR, invece, continua spesso a essere raccontato come una funzione abilitante, importante ma laterale, necessaria ma non decisiva, vicina alle persone ma distante dal motore economico dell’impresa.

È una lettura sempre meno sostenibile.

Le aziende oggi competono su mercati instabili, con cicli tecnologici più rapidi, costi del capitale più selettivi, difficoltà crescenti nel trattenere competenze critiche, modelli di lavoro più complessi, aspettative nuove da parte dei talenti e una pressione continua sulla produttività. In questo contesto, pensare che la funzione HR sia semplicemente il presidio di contratti, selezione, formazione, welfare e relazioni interne significa non aver compreso dove si sta spostando una parte rilevante del vantaggio competitivo.

La funzione HR, quando è realmente evoluta, non gestisce solo persone. Gestisce capacità organizzativa. E la capacità organizzativa è ciò che determina se una strategia resta una presentazione ben costruita o diventa esecuzione.

È qui che il tema della scarsa presenza degli HR nei percorsi verso il ruolo di CEO diventa interessante per imprenditori, amministratori delegati e board. Non si tratta di stabilire se un HR debba diventare CEO per riequilibrare simbolicamente le carriere manageriali. Si tratta di capire se l’azienda riconosce davvero il nesso tra persone, competenze, struttura organizzativa, cultura decisionale e risultati economici.

In molte imprese questo nesso viene dichiarato ma non governato. Si dice che le persone sono importanti, ma poi la funzione HR viene coinvolta tardi nelle decisioni strategiche. Si dice che le competenze sono decisive, ma poi la pianificazione della workforce non dialoga davvero con il piano industriale. Si dice che la cultura aziendale conta, ma poi la cultura viene trattata come comunicazione interna. Si dice che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma poi la discussione viene lasciata quasi esclusivamente all’IT o all’innovazione, come se il problema fosse solo scegliere strumenti e piattaforme.

Un HR strategico dovrebbe stare esattamente nel punto in cui tutte queste dimensioni si incontrano. Dovrebbe sapere quali competenze servono per sostenere la crescita nei prossimi tre anni, quali ruoli sono sottodimensionati, quali funzioni sono appesantite da processi inutili, quali manager bloccano il cambiamento, quali incentivi producono comportamenti sbagliati, quali talenti rischiano di uscire, quali parti dell’organizzazione non sono pronte per una nuova tecnologia, quali modelli di leadership vanno superati e quali decisioni organizzative hanno un impatto diretto su margini, produttività e continuità aziendale.

Per fare questo, però, non basta essere un buon direttore del personale. Serve un salto di qualità. L’HR che ambisce a diventare un leader aziendale deve uscire dalla zona protetta della funzione e misurarsi con il business nella sua interezza. Deve conoscere clienti, ricavi, costi, margini, mercati, posizionamento, rischi e priorità strategiche. Deve saper leggere un piano industriale e tradurlo in architettura organizzativa. Deve poter discutere con l’imprenditore non solo di clima interno, ma di produttività. Non solo di engagement, ma di execution. Non solo di formazione, ma di capacità competitiva.

Questo è il passaggio che spesso manca. Molti HR sono competenti nella propria materia, ma non sempre riescono a trasformare quella competenza in influenza strategica. E molte aziende, dall’altra parte, non danno alla funzione HR lo spazio per farlo, perché continuano a confondere il “people management” con una dimensione morbida, relazionale, quasi accessoria rispetto alla durezza dei numeri.

È un errore manageriale, non solo culturale.

Prendiamo l’intelligenza artificiale. Una PMI o una media azienda che decide di introdurre strumenti di AI nei processi commerciali, amministrativi o produttivi non sta semplicemente acquistando una tecnologia. Sta modificando ruoli, responsabilità, competenze, tempi di lavoro, criteri di valutazione, rischi operativi, rapporti tra senior e junior, modalità di controllo e qualità delle decisioni. Se questa trasformazione non viene governata anche dalla funzione HR, il rischio è che l’AI venga adottata in modo disordinato, con pochi utenti forti, molte resistenze silenziose, regole incerte, formazione insufficiente e un impatto reale molto inferiore alle aspettative.

Lo stesso vale per la crescita. Quando un’azienda passa da una fase imprenditoriale a una fase manageriale, il problema non è solo vendere di più o strutturare meglio la finanza. Il problema è costruire un’organizzazione che non dipenda più soltanto dall’intuizione del fondatore o da poche figure chiave. Significa definire responsabilità, creare middle management, trattenere competenze, ridurre colli di bottiglia, costruire processi senza burocratizzare tutto, introdurre metriche, delegare davvero. Anche qui, la funzione HR non è un reparto accessorio. È una leva di scalabilità.

Il punto, allora, non è trasformare ogni HR director in un futuro CEO. Sarebbe una semplificazione uguale e contraria a quella che oggi esclude quasi automaticamente questi profili. Il punto è riconoscere che un’azienda matura dovrebbe avere una funzione HR capace di stare al tavolo strategico non come ospite, ma come parte del governo dell’impresa.

Per i board e per gli imprenditori, questo significa fare alcune domande molto concrete. L’HR conosce davvero il business o si limita a gestire processi interni? Partecipa alla definizione della strategia o viene coinvolto solo quando bisogna “comunicarla” alle persone? È in grado di misurare l’impatto delle politiche people sui risultati aziendali? Ha autorevolezza presso le funzioni operative? Sa parlare con finance, commerciale e operations senza restare nel lessico autoreferenziale della propria funzione? Sta aiutando l’azienda a prepararsi all’AI, alla trasformazione del lavoro e alla competizione sulle competenze?

Se la risposta è no, il problema non è solo dell’HR. È dell’azienda.

Un’impresa che considera le persone decisive ma tratta la funzione HR come amministrazione evoluta vive una contraddizione che prima o poi si vede nei risultati. Si vede nella difficoltà di attrarre profili forti, nella perdita di talenti, nella bassa qualità del middle management, nella lentezza con cui vengono adottate nuove tecnologie, nella resistenza al cambiamento, nella confusione delle responsabilità e nella distanza tra strategia dichiarata e comportamenti reali.

Al contrario, un HR davvero strategico può aiutare l’impresa a fare tre cose fondamentali: collegare il piano industriale alle competenze necessarie, trasformare il cambiamento in comportamenti concreti e costruire una leadership capace di sostenere la crescita senza dipendere solo da poche figure apicali.

È per questo che la domanda “perché pochi HR diventano CEO?” non riguarda soltanto la carriera degli HR. Riguarda la qualità della governance aziendale. Perché un’impresa che non sa riconoscere il valore strategico dell’organizzazione rischia di scambiare la crescita per fatturato, la leadership per controllo e la cultura aziendale per comunicazione.

E in un mercato che cambia così rapidamente, queste confusioni costano molto più di quanto appaia a bilancio.

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