
Lo sgravio contributivo può arrivare a 8.000 euro l’anno per ogni dipendente trasferito in un piccolo comune montano. Ma decreti attuativi, perimetro territoriale e istruzioni operative sono ancora incompleti.
Un incentivo può essere previsto dalla legge, finanziato e perfino già entrato formalmente in vigore. Ma fino a quando un’impresa non sa come richiederlo, contabilizzarlo e applicarlo, quell’incentivo non esiste davvero.
È quanto sta accadendo allo sgravio contributivo destinato alle aziende che consentono ai propri dipendenti di trasferirsi e lavorare stabilmente in smart working da un piccolo comune montano.
La misura, introdotta dall’articolo 26 della legge 131 del 12 settembre 2025, dovrebbe essere applicabile dal 2026. A oggi, tuttavia, il percorso operativo non è ancora completo.
Per le imprese significa non poter inserire con certezza il beneficio nei budget del personale, nelle politiche di mobilità o nei programmi di assunzione.
Fino a 8.000 euro per ciascun lavoratore
Per il 2026 e il 2027 è previsto un esonero totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, esclusi i premi INAIL, entro il limite massimo di 8.000 euro annui per ciascun dipendente.
L’agevolazione dovrebbe poi diminuire progressivamente:
- 50% dei contributi, entro un massimo di 4.000 euro annui, nel 2028 e nel 2029;
- 20%, entro un massimo di 1.600 euro annui, nel 2030.
Lo sgravio non modifica il calcolo della pensione del dipendente ed è concesso nel rispetto della disciplina europea sugli aiuti de minimis.
Per un’impresa che trasferisse dieci lavoratori potenzialmente eleggibili, il risparmio teorico potrebbe quindi raggiungere 80.000 euro l’anno nei primi due esercizi.
Si tratta di una cifra rilevante, soprattutto per PMI, società di servizi e organizzazioni che hanno già adottato modelli di lavoro remoto o ibrido.
Non basta concedere qualche giornata di lavoro da remoto
La misura ha requisiti molto più selettivi di quanto possa suggerire l’espressione “smart working in montagna”.
Il dipendente deve essere assunto a tempo indeterminato e svolgere stabilmente la propria attività in modalità agile da un comune montano con meno di 5.000 abitanti.
Deve inoltre trasferire nel comune sia la propria abitazione principale sia il domicilio, provenendo da un territorio non classificato come montano.
Non è quindi un’agevolazione per chi lavora occasionalmente da una seconda casa, per chi trascorre alcuni mesi in montagna o per chi era già residente nel comune interessato.
È uno strumento pensato per generare un trasferimento effettivo e duraturo della popolazione lavorativa.
Il lavoratore, inoltre, non deve aver ancora compiuto 41 anni alla data di entrata in vigore della legge, il 20 settembre 2025. Il requisito anagrafico non viene dunque calcolato al momento della domanda, ma resta ancorato a una data fissa.
Il perimetro territoriale non è ancora definitivo
Un primo passaggio è stato compiuto attraverso il Dpcm 121 dell’11 maggio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 luglio.
Il provvedimento ha definito i criteri per classificare i territori montani e ha individuato 3.715 comuni.
Questo elenco, però, non coincide automaticamente con quello dei comuni nei quali sarà possibile utilizzare lo sgravio.
La legge richiede un ulteriore provvedimento che selezioni, all’interno del perimetro generale, i territori effettivamente destinatari delle misure di sostegno. Dovranno essere considerati anche fattori come lo spopolamento, il reddito, l’accessibilità e la presenza di servizi essenziali.
Per le aziende significa che non è ancora possibile stabilire con certezza se il comune scelto da un dipendente rientrerà nell’agevolazione.
Manca soprattutto il decreto operativo
Il problema principale riguarda il decreto attuativo del Ministero del Lavoro.
Il provvedimento dovrebbe definire il massimale della retribuzione agevolabile, le modalità di accesso, i criteri di concessione e il sistema di monitoraggio delle risorse disponibili.
La legge ne prevedeva l’adozione entro 60 giorni dalla propria entrata in vigore. Quel termine è trascorso da diversi mesi.
Solo dopo la pubblicazione del decreto potranno presumibilmente arrivare le istruzioni dell’INPS, indispensabili per effettuare le richieste e applicare concretamente lo sgravio nei flussi contributivi.
Il 2026 dovrebbe essere il primo anno di applicazione piena, ma le imprese stanno attraversando una parte consistente dell’esercizio senza sapere quando e con quali procedure la misura potrà partire.
Resta inoltre da chiarire come saranno gestiti gli eventuali periodi contributivi già trascorsi: attraverso un recupero retroattivo, una compensazione successiva oppure con una decorrenza limitata al momento dell’effettiva operatività.
Cosa possono fare oggi le imprese
Lo sgravio non dovrebbe ancora essere considerato un risparmio certo.
Le aziende interessate possono però iniziare a individuare i dipendenti potenzialmente eleggibili, verificare i requisiti anagrafici e contrattuali e valutare la compatibilità dei trasferimenti con la propria organizzazione del lavoro.
Sarà necessario formalizzare correttamente l’accordo individuale di lavoro agile, verificare il luogo nel quale viene svolta stabilmente la prestazione e conservare la documentazione relativa al trasferimento dell’abitazione principale e del domicilio.
Anche la sicurezza sul lavoro, la protezione dei dati, la dotazione tecnologica e la raggiungibilità del lavoratore dovranno essere inserite in un progetto organizzativo coerente.
Lo smart working non diventa strutturale soltanto perché il dipendente cambia luogo di residenza.
Un’opportunità che richiede una strategia aziendale
L’incentivo può diventare uno strumento interessante per attrarre competenze, trattenere lavoratori che desiderano lasciare le grandi città e ampliare il bacino geografico delle assunzioni.
Può inoltre consentire alle imprese di accompagnare le scelte di vita dei dipendenti senza perdere professionalità già formate.
Ma non bisogna confondere lo sgravio con una politica di welfare completa.
Il trasferimento in un piccolo comune dipende dalla disponibilità di connessioni affidabili, abitazioni, trasporti, servizi sanitari e scolastici. Un incentivo contributivo può ridurre il costo aziendale, ma non sostituisce le infrastrutture necessarie per vivere e lavorare stabilmente in un territorio.
Ed è proprio questo il limite dell’attuale impostazione: si chiede a imprese e lavoratori di compiere scelte organizzative e personali rilevanti, mentre il quadro operativo resta incompleto.
La norma può ancora trasformarsi in una concreta opportunità per le aziende. Ma deve uscire rapidamente dalla fase degli annunci.
Perché, nei bilanci delle imprese, gli incentivi teorici non producono risparmi. Producono soltanto aspettative.