
Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo di intelligenza artificiale applicata al diritto. Talmente tanto che ormai il rischio è quello opposto: confondere il rumore con il cambiamento reale.
Perché mentre molti dibattiti italiani continuano ancora a ruotare attorno a domande abbastanza prevedibili – “l’AI sostituirà gli avvocati?”, “si potranno scrivere contratti automaticamente?”, “quanto è affidabile ChatGPT?” – nel frattempo una parte del mercato internazionale si è già spostata altrove.
Il punto non è più usare l’intelligenza artificiale come strumento. Il punto è usare l’intelligenza artificiale come struttura operativa.
Ed è una differenza enorme.
Un recente articolo pubblicato da John Thornhill su Sifted racconta molto bene questo passaggio prendendo come esempio Legora, startup svedese diventata in pochissimo tempo uno dei nomi più osservati nel settore legal tech europeo.
La parte più interessante, però, non è neppure la tecnologia. È il linguaggio.

Legora non comunica come una software house tradizionale. Non parla come un gestionale evoluto. Non si presenta come “la soluzione per ottimizzare lo studio”. Si racconta come qualcosa di molto più ambizioso: un nuovo sistema operativo per il lavoro legale.
E in questo senso la gigantesca campagna globale con Jude Law non è un semplice esercizio estetico o una trovata da venture capital. È parte integrante del messaggio. Perché ciò che queste aziende stanno cercando di vendere non è solo efficienza. È inevitabilità.
Il concetto di “Agentic Law”, introdotto dal CEO Max Junestrand, parte proprio da qui. Secondo questa visione, la fase della “Legal AI” tradizionale sarebbe già superata. Non si parla più di software che aiutano l’avvocato a fare più velocemente ciò che già faceva prima. Si parla di sistemi capaci di coordinare processi complessi in autonomia: ricerca, revisione documentale, due diligence, analisi dei precedenti, organizzazione di workflow, gestione di task concatenati e utilizzo intelligente della conoscenza interna di uno studio.
Non è semplicemente automazione. È industrializzazione cognitiva.
Ed è qui che il tema smette di riguardare soltanto gli studi legali e inizia a riguardare il modello economico delle professioni.
Per decenni il valore di molti studi professionali è stato legato anche a una forma di scarsità: scarsità di informazioni, scarsità di accesso, scarsità di competenze specialistiche, scarsità di tempo umano disponibile per processare enormi quantità di dati e documenti.
Ma cosa succede quando una parte crescente di quel lavoro diventa replicabile, accelerabile e scalabile attraverso sistemi intelligenti?
La risposta più semplice sarebbe dire: “gli avvocati continueranno comunque a servire”. Ed è vero. Ma è una risposta incompleta.
Perché il problema non è l’esistenza degli avvocati. Il problema è la ridefinizione del valore economico di alcune attività che fino a ieri giustificavano strutture, tariffe, gerarchie interne e modelli organizzativi molto precisi.
Se una due diligence che prima richiedeva settimane di lavoro junior può essere compressa drasticamente da sistemi agentici coordinati, il punto non è solo “fare prima”. Il punto è che cambia il peso economico di interi livelli organizzativi.
Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui molte grandi realtà stanno osservando il fenomeno con attenzione crescente ma anche con una certa tensione.
In Italia il discorso è ancora più delicato.
Non perché manchino competenze. Anzi. Il livello tecnico di molti professionisti italiani è altissimo. Ma il settore resta ancora molto legato a un modello culturale tradizionale, nel quale autorevolezza e struttura fisica coincidono spesso con il valore percepito.
Lo studio importante. La sede importante. La formalità del linguaggio. La complessità dei processi. La ritualità della professione.
Tutti elementi che hanno ancora un peso reale, soprattutto nei rapporti ad alto valore fiduciario. Ma che rischiano di entrare in collisione con una generazione di clienti e aziende sempre più abituata a ragionare in termini di velocità, accessibilità, interoperabilità e processi integrati.
Perché se un cliente internazionale inizia a percepire che parte del lavoro può essere svolta in modo più rapido, tracciabile e strutturato attraverso piattaforme intelligenti, inevitabilmente inizierà anche a chiedersi quali attività debbano davvero continuare ad avere i costi, i tempi e le rigidità del passato.
Ed è qui che emerge un altro tema fondamentale: la differenza tra utilizzare AI e costruire infrastrutture AI-native.
Molti studi oggi stanno sperimentando strumenti generativi. Pochissimi stanno ripensando davvero i propri processi come se l’intelligenza artificiale fosse parte integrante dell’organizzazione.
È un po’ la differenza tra usare internet per inviare fax digitali e costruire un’azienda nativamente pensata per il web. Apparentemente il mezzo è lo stesso. In realtà cambia completamente la logica operativa.
Nel frattempo, sopra tutto questo, incombe una domanda ancora più grande: quanto durerà il vantaggio competitivo delle startup verticali?
L’articolo di Sifted sottolinea bene il rischio rappresentato dai grandi modelli generalisti americani, in particolare Anthropic. Perché se le AI foundation diventano sufficientemente avanzate, il rischio per le startup verticali è quello di trasformarsi rapidamente da innovatori a semplici interfacce temporanee.
In pratica: costruire sopra un modello di qualcun altro significa vivere costantemente con il rischio che quel qualcuno decida, prima o poi, di entrare direttamente nel tuo mercato.
La risposta di aziende come Legora sembra essere quella di puntare sull’integrazione profonda nei workflow interni dei clienti. Non limitarsi a vendere software, ma diventare parte della memoria operativa dello studio. Conoscere i processi, adattarsi ai modelli interni, accumulare conoscenza contestuale e costruire una dipendenza infrastrutturale difficile da sostituire.
E forse è proprio questa la parte che molte aziende italiane, non solo nel settore legale, dovrebbero osservare con maggiore attenzione.
Perché il vero tema non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro professionale. Quello ormai è evidente.
La vera domanda è chi riuscirà a trasformarsi abbastanza velocemente da restare centrale nel nuovo ecosistema che si sta formando attorno ai sistemi intelligenti.