
Dalla riflessione pubblicata su Sifted emerge un punto scomodo: anticipare troppo il capitale pubblico può distorcere il comportamento delle startup. Ma il vero tema è cosa stiamo costruendo a valle
C’è un passaggio, in un’analisi pubblicata su Sifted da Ale Maiano, che vale la pena isolare perché mette in discussione una delle convinzioni più radicate del modello europeo: le startup, soprattutto quelle tecnologiche e scientifiche, non dovrebbero nascere dai finanziamenti pubblici. Non è una provocazione costruita per fare rumore, ma una presa di posizione che nasce dall’osservazione diretta di come si stanno formando molte aziende nel continente e, soprattutto, di come stanno performando nel tempo.
Il punto non è negare il ruolo dello Stato, né tantomeno quello degli incentivi. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da affrontare: l’ordine delle cose. Una startup, nella sua fase iniziale, dovrebbe essere sottoposta a una forma di verifica che è tanto semplice quanto brutale, e cioè se esiste qualcuno disposto a pagarla, a sostenerla o almeno a rischiare su di essa. Quando invece il primo interlocutore diventa un programma pubblico, questa verifica viene sospesa o, peggio, sostituita. Il problema non è che arrivino risorse, ma che cambiano le domande a cui si risponde. Non più “sto risolvendo qualcosa che il mercato riconosce?”, ma “sto rispettando i criteri per ottenere un finanziamento?”.
È in questo passaggio, apparentemente tecnico, che si inserisce la distorsione più rilevante. Si comincia a costruire attorno ai requisiti di un bando invece che attorno a un bisogno reale, si sviluppa una competenza crescente nell’intercettare fondi piuttosto che nel costruire prodotti, e si finisce per spostare l’asse dell’impresa dal mercato al sistema di finanziamento. Nel tempo, questo non rimane neutro. Modella i comportamenti, orienta le scelte, allunga i tempi e, in molti casi, indebolisce proprio quella pressione competitiva che dovrebbe selezionare le idee migliori.
Nell’analisi di Sifted emerge anche un aspetto meno discusso ma altrettanto rilevante: una parte consistente delle risorse si disperde lungo il percorso, tra costi amministrativi, strutture intermedie e logiche accademiche che non sono progettate per costruire imprese ma per gestire progetti di ricerca . Questo significa che il capitale pubblico, oltre ad arrivare presto, arriva spesso anche “diluito”, con un impatto reale inferiore a quello dichiarato. E quando entra in gioco prima che il mercato abbia fatto il suo lavoro, il rischio si sposta inevitabilmente sui contribuenti, trasformando il finanziamento in una scommessa pubblica su iniziative che non sono ancora state validate.

Fin qui la riflessione di Maiano. Ed è già sufficiente per mettere in discussione una narrativa piuttosto diffusa. Ma il punto interessante, a ben vedere, inizia subito dopo.
Perché la domanda che resta sospesa non è tanto se i finanziamenti pubblici siano utili – lo sono, e in alcuni ambiti sono indispensabili – quanto quale tipo di ecosistema stiamo costruendo attraverso il loro utilizzo. Ed è qui che la questione diventa meno tecnica e più sistemica. Se il percorso più accessibile per “fare startup” passa dall’ottenere un finanziamento pubblico, è inevitabile che una parte degli attori si organizzi attorno a quel percorso. Non per frode o malafede, ma per semplice adattamento razionale agli incentivi disponibili.
Il risultato, che si osserva ormai con una certa frequenza, è la formazione di un sottobosco difficile da ignorare. Da un lato esistono startup che sopravvivono grazie a una sequenza continua di finanziamenti, senza mai arrivare a una vera validazione di mercato. Dall’altro iniziano a comparire iniziative costruite fin dall’origine con l’obiettivo di intercettare bandi e incentivi, più che di costruire un prodotto sostenibile. Non è un fenomeno totalizzante, ma è abbastanza diffuso da sollevare un dubbio legittimo: non stiamo rischiando di trasformare uno strumento necessario per l’innovazione in una sorta di reddito di imprenditorialità presunta?
Il problema, a quel punto, smette di essere solo economico e diventa culturale. Perché un sistema che premia la capacità di ottenere finanziamenti prima ancora di aver dimostrato qualcosa sul mercato finisce per orientare anche il tipo di competenze che si sviluppano. Si formano più “richiedenti” che imprenditori, più esperti di bandi che costruttori di prodotti, e si attenua quella tensione verso il risultato che è tipica dei contesti realmente competitivi. Nel frattempo, le aziende che cercano una validazione reale si trovano a operare in un ambiente in cui una parte dei concorrenti risponde a logiche completamente diverse.
A questo si aggiunge un tema che raramente viene affrontato in modo diretto, forse perché più scomodo. E cioè se i finanziamenti pubblici non stiano, in parte, compensando un contesto che rimane strutturalmente poco favorevole alla nascita e alla crescita di impresa. Se il costo del lavoro è elevato, se la complessità normativa rallenta ogni iniziativa, se il rischio operativo è alto fin dall’inizio, è naturale che il sistema provi a riequilibrare attraverso incentivi. Ma questo riequilibrio ha un limite evidente: non rimuove le cause, le aggira. E nel farlo, rischia di generare effetti collaterali.
Da qui nasce una domanda che meriterebbe più spazio nel dibattito: cosa succederebbe se una parte delle stesse risorse fosse destinata non a finanziare le startup, ma a rendere più semplice e meno costoso fare impresa? Non è una risposta immediata, né una soluzione miracolosa, ma è un cambio di prospettiva che sposta l’attenzione dal sintomo alla struttura. Perché se il sistema fosse più leggero, più prevedibile e meno oneroso, forse il bisogno di finanziamenti pubblici nelle fasi iniziali sarebbe meno pressante e, soprattutto, meno distorsivo.
Questo non significa che il supporto pubblico debba essere ridotto o eliminato. In molti ambiti, soprattutto quelli legati al deeptech, alla ricerca avanzata o alle tecnologie strategiche, il capitale privato da solo non basta e difficilmente basterà. Ma proprio per questo diventa ancora più importante utilizzarlo nel momento giusto. Non come sostituto della validazione di mercato, ma come acceleratore di qualcosa che ha già dimostrato di avere senso.
La linea di confine è sottile, ma esiste. E ignorarla rischia di produrre un effetto che nel lungo periodo può diventare difficile da gestire: un ecosistema ricco di progetti, di annunci e di finanziamenti, ma relativamente povero di aziende solide, capaci di stare sul mercato senza protezioni.
Alla fine, il punto non è scegliere tra pubblico e privato, né tra incentivi e mercato. È capire in che ordine e con quali obiettivi utilizzarli. Perché quando un incentivo necessario inizia a essere percepito come un meccanismo automatico, o peggio come una rendita, il rischio non è solo lo spreco di risorse. È la perdita di credibilità dell’intero sistema che dovrebbe sostenere l’innovazione.