10.8 C
Rome
12/10/2026
Marketing

Arriva il servizio che scrive i tuoi post in “stile LinkedIn” (perché evidentemente ne avevamo bisogno)

Photo: Getty Images, LinkedIn

Quando anche la retorica diventa automatizzabile, forse il problema non è la tecnologia. È come scriviamo.


Negli ultimi anni abbiamo visto nascere – e soprattutto proliferare – un linguaggio molto preciso, riconoscibile al primo colpo: quello che tutti chiamano “stile LinkedIn”. Un modo di scrivere che prende qualsiasi esperienza, anche la più banale, e la trasforma in una narrazione ordinata, positiva, sempre orientata alla crescita.

Fin qui, si potrebbe anche dire: normale evoluzione di una piattaforma.

Poi però arriva Kagi e decide di fare un passo ulteriore. Inserisce all’interno del proprio traduttore AI una nuova “lingua”: il LinkedIn speak. Scrivi una frase semplice e ottieni in cambio un post perfetto, completo di tono motivazionale, storytelling e hashtag.

E a quel punto la domanda non è tanto “come funziona?”, ma “perché?”.

Perché, evidentemente, qualcuno ha pensato che ne avessimo bisogno.

O forse, ed è più interessante, che fosse il modo migliore per prenderci un po’ in giro.

Perché il punto è questo: il tool funziona. E funziona fin troppo bene.
Talmente bene che spesso è difficile distinguere tra un post generato e uno scritto da una persona reale.

Ed è qui che scatta il cortocircuito.

Se una macchina riesce a replicare perfettamente quel linguaggio, significa che quel linguaggio è già diventato uno schema. Una formula. Qualcosa che si può applicare a qualsiasi contenuto senza perdere coerenza.

In altre parole, siamo già arrivati al punto in cui il nostro “narcisismo professionale”, fatto di piccoli momenti trasformati in grandi lezioni, può essere serializzato.

E forse lo era già da tempo.

Il traduttore non introduce nulla di veramente nuovo. Semplicemente rende evidente quello che molti già percepivano: che una parte consistente della comunicazione su LinkedIn è diventata prevedibile, replicabile, e – in certi casi – involontariamente caricaturale.

Il rischio, per aziende e professionisti, non è tanto quello di usare questi strumenti. È quello di non rendersi conto che il linguaggio che stanno adottando è già così standardizzato da poter essere automatizzato senza perdita di “effetto”.

E quando succede questo, il problema non è più la tecnologia. È la credibilità.

Perché tra un racconto autentico e una “lezione di resilienza” perfettamente confezionata, la differenza si sente. Eccome.

Leggi anche

Perché esiste un brand al di là del fatturato?

Cinzia Ficco

Come misurare le performance delle campagne di promozione nelle vendite? Te lo dice una guida

Cinzia Ficco

Pubblicitari: a giugno torna il Premio Agorà. Appuntamento a Firenze

Cinzia Ficco