
Quando anche la retorica diventa automatizzabile, forse il problema non è la tecnologia. È come scriviamo.
Negli ultimi anni abbiamo visto nascere – e soprattutto proliferare – un linguaggio molto preciso, riconoscibile al primo colpo: quello che tutti chiamano “stile LinkedIn”. Un modo di scrivere che prende qualsiasi esperienza, anche la più banale, e la trasforma in una narrazione ordinata, positiva, sempre orientata alla crescita.
Fin qui, si potrebbe anche dire: normale evoluzione di una piattaforma.
Poi però arriva Kagi e decide di fare un passo ulteriore. Inserisce all’interno del proprio traduttore AI una nuova “lingua”: il LinkedIn speak. Scrivi una frase semplice e ottieni in cambio un post perfetto, completo di tono motivazionale, storytelling e hashtag.
E a quel punto la domanda non è tanto “come funziona?”, ma “perché?”.
Perché, evidentemente, qualcuno ha pensato che ne avessimo bisogno.
O forse, ed è più interessante, che fosse il modo migliore per prenderci un po’ in giro.
Perché il punto è questo: il tool funziona. E funziona fin troppo bene.
Talmente bene che spesso è difficile distinguere tra un post generato e uno scritto da una persona reale.
Ed è qui che scatta il cortocircuito.
Se una macchina riesce a replicare perfettamente quel linguaggio, significa che quel linguaggio è già diventato uno schema. Una formula. Qualcosa che si può applicare a qualsiasi contenuto senza perdere coerenza.
In altre parole, siamo già arrivati al punto in cui il nostro “narcisismo professionale”, fatto di piccoli momenti trasformati in grandi lezioni, può essere serializzato.
E forse lo era già da tempo.
Il traduttore non introduce nulla di veramente nuovo. Semplicemente rende evidente quello che molti già percepivano: che una parte consistente della comunicazione su LinkedIn è diventata prevedibile, replicabile, e – in certi casi – involontariamente caricaturale.
Il rischio, per aziende e professionisti, non è tanto quello di usare questi strumenti. È quello di non rendersi conto che il linguaggio che stanno adottando è già così standardizzato da poter essere automatizzato senza perdita di “effetto”.
E quando succede questo, il problema non è più la tecnologia. È la credibilità.
Perché tra un racconto autentico e una “lezione di resilienza” perfettamente confezionata, la differenza si sente. Eccome.