
Dal lavoro che non c’è al lavoro che si crea: perché il dato sui giovani 15-29enni diventati imprenditori tra il 2017 e il 2024 riguarda direttamente aziende, territori, capitale e innovazione sociale
Ci sono numeri che passano nel dibattito pubblico come se fossero una curiosità, e che invece dovrebbero obbligare imprese, investitori, fondazioni, università e istituzioni a fermarsi un momento. Uno di questi numeri è 144mila: i giovani tra i 15 e i 29 anni che, tra il 2017 e il 2024, sono diventati imprenditori in Italia.
Non è un dato ornamentale. Non è la solita statistica motivazionale da convegno sull’innovazione giovanile. Non è nemmeno una notizia da archiviare nella categoria, spesso un po’ paternalistica, dei “ragazzi che si danno da fare”. È un segnale industriale, culturale e sociale. Ed è forse proprio questo il motivo per cui non è stato letto abbastanza per quello che è: una delle possibili chiavi per capire come sta cambiando l’imprenditoria italiana.
Il punto di partenza è stato un articolo pubblicato da Il Giornale il 16 febbraio scorso, firmato da Serena Coppetti, che richiamava le ricerche del professor Alessandro Rosina dell’Università Cattolica e raccontava quei 144mila giovani non come eccezione folkloristica, ma come rovesciamento di una narrazione dominante. Altro che giovani fermi, passivi, scoraggiati, in fuga o in attesa del posto fisso che non c’è più. Una parte consistente delle nuove generazioni non sta semplicemente cercando lavoro: sta provando a costruirlo.
Quel dato è stato poi ripreso da Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli, in un intervento pubblicato da VITA, che ha avuto il merito di collegarlo a una prospettiva più ampia: se in Italia abbiamo saputo generare imprese tecnologiche capaci di crescere, attrarre capitali e misurarsi con i mercati internazionali, perché non dovremmo immaginare anche la nascita di una grande impresa sociale italiana, capace di fare lo stesso dentro settori come educazione, welfare, salute, competenze, sostenibilità, inclusione e rigenerazione dei territori?
Su Esco Quando Voglio del nostro Matteo Cerri, quel ragionamento è stato letto anche come una provocazione culturale contro un riflesso molto italiano: quello del “bravi sì, però”. Ogni volta che qualcuno cresce davvero, soprattutto se lo fa con ambizione, capitale, tecnologia e una certa sfacciataggine internazionale, il Paese si divide tra entusiasmo patriottico e sospetto automatico. Bravi sì, però. Bravi sì, ma vedremo. Bravi sì, ma non è vera industria. Bravi sì, ma chissà. È una forma elegante di ridimensionamento, spesso travestita da prudenza analitica.
Per Azienda Top, però, la questione va portata su un terreno ancora più operativo. Perché quei 144mila giovani imprenditori non sono soltanto una buona notizia per chi si occupa di giovani, lavoro o Terzo settore. Sono un tema strategico per le imprese. Raccontano infatti un cambiamento nel modo in cui una parte delle nuove generazioni interpreta il rapporto tra lavoro, rischio, autonomia, impatto, tecnologia e territorio.
La generazione che entra oggi nell’imprenditoria non eredita semplicemente l’idea novecentesca dell’azienda come luogo della continuità familiare, della produzione materiale e della prudenza gestionale. Non la cancella, ovviamente, perché sarebbe ingenuo e anche ingiusto liquidare così la storia produttiva italiana. Ma la integra con un immaginario diverso: impresa come piattaforma, come progetto, come comunità, come strumento di impatto, come possibilità di creare valore economico e valore sociale nello stesso tempo.
Questo non significa che ogni giovane imprenditore sia un innovatore radicale, né che ogni nuova impresa sia automaticamente interessante, sostenibile o scalabile. Sarebbe una retorica troppo comoda e, alla lunga, anche inutile. Molte iniziative resteranno piccole, alcune falliranno, altre saranno repliche di modelli già visti, altre ancora nasceranno per necessità più che per vocazione. Ma il punto non è costruire un santino generazionale. Il punto è leggere il fenomeno come indicatore di sistema.
Tra il 2017 e il 2024, infatti, l’Italia non è rimasta ferma. Ha continuato a muoversi in modo disordinato, spesso lento, talvolta contraddittorio, ma ha accumulato alcune condizioni che oggi iniziano a produrre effetti: la normativa sulle startup innovative, la crescita degli incubatori e degli acceleratori, la terza missione universitaria, l’educazione all’imprenditorialità, Industria 4.0, il venture capital, l’open innovation, il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, il Codice del Terzo Settore, la diffusione delle società benefit, l’affermarsi della sostenibilità e della finanza a impatto.
Il risultato non è ancora un ecosistema perfetto. Siamo lontani da una macchina ordinata, efficiente e accessibile a tutti. Ma non siamo nemmeno il Paese immobile che spesso amiamo raccontare. Piuttosto, siamo un Paese in cui stanno emergendo nuove forme di imprenditorialità che non rientrano più facilmente nelle categorie tradizionali: profit da una parte, non profit dall’altra; business da una parte, impatto dall’altra; mercato da una parte, comunità dall’altra.
Ed è qui che il dato dei 144mila diventa particolarmente importante per le aziende. Perché le imprese mature dovrebbero smettere di guardare ai giovani imprenditori soltanto come a una categoria da sostenere con premi, call, hackathon o programmi di responsabilità sociale. Dovrebbero invece considerarli come una componente possibile della propria strategia industriale: fornitori innovativi, partner di progetto, soggetti con cui sperimentare nuovi mercati, antenne sui bisogni emergenti, interlocutori per rigenerare modelli di prodotto, servizio e relazione con i territori.
La domanda, per un’azienda, non è più soltanto: come possiamo aiutare questi giovani? La domanda più seria è: che cosa possono insegnarci sul futuro dell’impresa?
La prima risposta riguarda il rapporto con il rischio. Per molti giovani, l’imprenditorialità non nasce più necessariamente dall’idea eroica del fondatore solitario che costruisce l’azienda della vita, ma da una combinazione più fluida di competenze, opportunità, autonomia, tecnologia e desiderio di non aspettare che qualcun altro definisca il proprio posto nel mercato. In un Paese che ha spesso educato al rischio come eccezione pericolosa, questa è una trasformazione non banale.
La seconda risposta riguarda l’impatto. Le nuove generazioni imprenditoriali tendono a vivere con meno separazione il rapporto tra redditività e responsabilità sociale. Non sempre lo fanno con strumenti adeguati, e qui il mondo delle imprese mature potrebbe avere molto da trasferire in termini di governance, controllo, pianificazione e sostenibilità economica. Ma la sensibilità esiste. Per molti giovani imprenditori, un’azienda che non si interroga su ambiente, comunità, inclusione, competenze e qualità del lavoro appare semplicemente incompleta, non soltanto poco etica.
La terza risposta riguarda la tecnologia. Digitale, dati, piattaforme, intelligenza artificiale, automazione e strumenti collaborativi non sono più elementi “aggiuntivi” del fare impresa. Sono spesso il punto di partenza. Questo vale per le startup tecnologiche, ma vale sempre di più anche per imprese sociali, servizi educativi, sanità territoriale, formazione, turismo, cultura, welfare aziendale, rigenerazione immobiliare e sviluppo locale. La tecnologia non è più soltanto una leva di efficienza: può diventare infrastruttura di impatto.
La quarta risposta riguarda i territori. Una parte della nuova imprenditorialità non nasce necessariamente nei luoghi tradizionali della crescita economica italiana. Può nascere nelle aree interne, nei piccoli centri, nelle città medie, nei luoghi in cui il bisogno sociale è più visibile e in cui il mercato tradizionale non sempre ha saputo o voluto investire. Questo rende il fenomeno ancora più interessante per le aziende, perché apre una domanda decisiva: quanta innovazione stiamo lasciando fuori dai radar solo perché non assomiglia all’innovazione che siamo abituati a riconoscere?
Qui la riflessione di VITA sull’economia sociale diventa centrale, ma va letta non come tema di nicchia, bensì come questione d’impresa. Il sociale non è il reparto emozioni dell’economia. Non è il luogo in cui si fanno cose buone ma piccole, utili ma marginali, nobili ma economicamente fragili. Può diventare, al contrario, uno dei campi più avanzati dell’imprenditorialità contemporanea, proprio perché affronta problemi complessi, mercati reali, bisogni crescenti e trasformazioni demografiche, tecnologiche e ambientali che nessuna impresa può permettersi di ignorare.
Salute, formazione, povertà educativa, invecchiamento, competenze digitali, inclusione lavorativa, abitare, welfare territoriale, sostenibilità, solitudine, cura, accessibilità, rigenerazione urbana e aree interne non sono temi laterali. Sono alcuni dei grandi mercati sociali del futuro. Richiederanno capitali, competenze manageriali, modelli sostenibili, misurazione dell’impatto, partnership pubblico-private, tecnologie adeguate e organizzazioni capaci di crescere senza perdere missione.
In questo senso, parlare di una possibile grande impresa sociale italiana non significa indulgere in una fantasia edificante. Significa prendere sul serio il fatto che l’impresa sociale, se ben capitalizzata, ben governata e ben misurata, può diventare una forma sofisticata di impresa, non una versione gentile e sottodimensionata del business. Allo stesso modo, il profit dovrà imparare che l’impatto non è più un allegato reputazionale, ma una variabile sempre più interna alla competitività.
La convergenza tra profit e non profit, tra imprese tradizionali e imprese sociali, tra fondazioni operative e startup, tra società benefit e finanza a impatto, non va letta con ingenuità. Non tutto ciò che si presenta come impatto è davvero trasformativo. Non tutto ciò che usa il lessico della sostenibilità produce valore reale. Non ogni collaborazione tra azienda e Terzo settore è strategica. Molte operazioni restano cosmetiche, episodiche, utili più alla comunicazione che al cambiamento. Ma proprio per questo serve un salto di qualità.
Le aziende dovrebbero iniziare a chiedersi come intercettare questa nuova imprenditorialità in modo più maturo. Non soltanto con bandi premio, call for ideas e accelerazioni simboliche, ma con contratti, investimenti, procurement innovativo, partnership di lungo periodo, programmi di corporate venture, fondi dedicati, mentoring vero, accesso ai mercati, strumenti finanziari ibridi e percorsi di misurazione condivisa. Il punto non è fare scouting per raccontare di aver sostenuto i giovani. Il punto è costruire filiere nuove.
Perché quei 144mila giovani non sono tutti “startup founder” nel senso glamour del termine, e forse è meglio così. Dentro quel numero ci sono forme diverse di intraprendenza: microimprese, servizi, tecnologia, commercio, cultura, artigianato evoluto, economia sociale, innovazione territoriale, professioni ibride, piattaforme, progetti educativi, iniziative locali. Proprio questa pluralità è il dato più interessante. L’Italia non ha bisogno soltanto di pochi unicorni. Ha bisogno anche di una base larga di imprenditorialità competente, connessa, sostenibile, capace di generare lavoro e rinnovare settori meno appariscenti ma fondamentali.
Per il sistema delle imprese, la lezione è chiara: non si può continuare a parlare di mismatch, talenti, innovazione e competitività senza guardare seriamente a chi sta già tentando di costruire nuove risposte. Quei giovani non sono soltanto destinatari di politiche attive. Sono soggetti economici. Non sono solo una generazione da formare. Sono una generazione con cui fare impresa.
E forse la vera medaglia ha proprio queste tre facce. La prima è quella de Il Giornale, che ha riportato al centro un dato che meritava maggiore attenzione. La seconda è quella di VITA, che lo ha collegato alla possibilità di una nuova grande stagione dell’economia sociale italiana. La terza è quella di Esco Quando Voglio, che ha provato a leggerlo come antidoto al riflesso nazionale del sospetto verso chi prova a crescere. La quarta, che qui interessa più direttamente Azienda Top, riguarda le imprese: cosa facciamo adesso con questo segnale?
La risposta non può essere soltanto celebrativa. Non basta dire che 144mila giovani imprenditori sono una bella notizia. Bisogna chiedersi come trasformare questa energia in ecosistema, come collegarla alle imprese mature, come finanziarla, come farla crescere, come evitare che resti frammentata, come impedire che la burocrazia la consumi, come aiutarla a misurare risultati e impatto, come farne una componente stabile della competitività italiana.
Perché il futuro dell’impresa italiana non passerà soltanto dalla capacità di difendere ciò che sappiamo già fare bene. Passerà anche dalla capacità di riconoscere in tempo ciò che sta nascendo. E quei 144mila giovani, con tutti i limiti, le fragilità e le differenze del caso, stanno dicendo una cosa molto semplice: una parte del Paese non aspetta più che il lavoro arrivi. Sta provando a crearlo.
Per un sistema produttivo che spesso si lamenta di non trovare competenze, coraggio, visione e ricambio generazionale, sarebbe il caso di prenderli molto sul serio.