03/07/2026
Focus

Profitto con uno scopo: perché i founder della Gen Z stanno riscrivendo le regole del business

La nuova generazione di imprenditori non sta scegliendo tra crescita e impatto: sta provando a costruire aziende in cui il problema da risolvere è già parte del modello economico.

Ci siamo sempre raccontati l’impresa come una specie di compromesso inevitabile: da una parte il profitto, dall’altra il purpose; da una parte il conto economico, dall’altra la sostenibilità; da una parte chi “fa business sul serio”, dall’altra chi vorrebbe cambiare il mondo, magari con molto entusiasmo e pochi margini. La Generazione Z, almeno nella sua componente più imprenditoriale, sta mettendo in discussione proprio questa separazione, non sempre con la maturità di chi ha già attraversato più cicli economici, ma spesso con una lucidità che molte aziende consolidate continuano a fingere di non vedere.

Il punto non è che i giovani founder siano automaticamente migliori, più etici o più illuminati. Sarebbe una sciocchezza raccontarla così. Il punto è che molti di loro sono cresciuti dentro un contesto in cui crisi climatica, incertezza economica, precarietà del lavoro, inflazione, disuguaglianze e trasformazione tecnologica non sono temi da convegno, ma lo scenario ordinario in cui immaginare il proprio futuro. Per questo, quando guardano a un’idea di impresa, non partono sempre dalla domanda classica – “che cosa si vende?” – ma da una domanda più interessante: “quale problema risolvo, e come posso trasformarlo in un prodotto o servizio che abbia senso anche economicamente?”.

Di recente ho riletto alcune storie molto concrete, pur se apparentemente semplici: tee da golf realizzati con bucce d’arancia, barrette ad alto contenuto di fibre prodotte usando frutta in eccedenza, iniziative nate in percorsi di educazione imprenditoriale e capaci di trasformare sprechi e bisogni reali in proposte commerciali credibili. Non si tratta, almeno nei casi migliori, di sostenibilità appiccicata a posteriori, né della solita patina verde utile per rendere più digeribile un prodotto ordinario. L’impatto è dentro l’idea stessa, e proprio per questo può diventare un vantaggio competitivo.

Questa è forse la differenza più interessante rispetto al vecchio modo di intendere la responsabilità sociale d’impresa. In molte aziende tradizionali, la sostenibilità è arrivata dopo: prima il modello di business, poi il reparto CSR, poi il report, poi la campagna, poi la pagina del sito con le foto rassicuranti di alberi, mani, sorrisi e pannelli solari. La nuova imprenditorialità, quando funziona davvero, prova invece a rovesciare la sequenza: se spreco alimentare, emissioni, inclusione, educazione finanziaria, salute o accesso ai servizi sono problemi reali, allora possono diventare anche mercati reali, purché vengano affrontati con prodotti utili, prezzi sostenibili, distribuzione intelligente e capacità di esecuzione.

In Italia questa riflessione è particolarmente interessante, perché viviamo in un Paese che spesso celebra l’imprenditorialità a parole, ma poi lascia troppi giovani davanti a percorsi frammentati, orientamento debole, reti familiari decisive e un mercato del lavoro che non sempre premia talento e iniziativa. Il tema dei NEET resta un campanello d’allarme serio: secondo Istat, nel 2024 i giovani tra 15 e 29 anni che non lavorano e non studiano erano il 15,2% della popolazione di riferimento, con un’incidenza nel Mezzogiorno più che doppia rispetto al Centro-Nord; Eurostat segnala un miglioramento importante per l’Italia nel decennio 2015-2025, dal 25,7% al 13,3%, ma il dato resta comunque abbastanza alto da impedire qualunque autoassoluzione.
Ed è qui che l’educazione imprenditoriale smette di essere un accessorio simpatico e diventa infrastruttura sociale. Non serve solo a creare startup, e questa è una precisazione fondamentale. Serve a insegnare alle persone a leggere problemi, costruire ipotesi, parlare con potenziali clienti, sbagliare senza crollare, lavorare in squadra, gestire un budget, presentare un’idea, capire che un’intuizione senza esecuzione vale poco e che una buona intenzione senza sostenibilità economica dura il tempo di un post motivazionale su LinkedIn.

La scuola, gli ITS, l’università, le imprese, le fondazioni, le camere di commercio e il sistema della formazione hanno qui una responsabilità enorme. Non basta invitare un imprenditore a fare una testimonianza ogni tanto, possibilmente con slide sul “credere nei propri sogni”. Bisogna dare ai giovani occasioni vere di progettazione, vendita, prototipazione, fallimento controllato e confronto con il mercato. Bisogna far capire che l’impresa non è solo fatturato, ma non è nemmeno poesia: è organizzazione, responsabilità, numeri, persone, clienti, fornitori, rischi e reputazione.

La buona notizia è che l’Italia non parte da zero. Il fenomeno delle Società Benefit dimostra che anche nel nostro sistema imprenditoriale esiste una domanda crescente di modelli in cui la generazione di valore economico convive con obiettivi di beneficio comune. A fine 2025 le Società Benefit italiane erano 5.540, in crescita di oltre il 20% sull’anno precedente, con circa 241 mila addetti e 69 miliardi di euro di valore della produzione riferito all’anno fiscale 2024. La Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026 segnala inoltre performance migliori rispetto a imprese tradizionali comparabili, sia per crescita del fatturato sia per valore aggiunto e redistribuzione verso il lavoro.

Questo non significa che basti trasformarsi in Società Benefit, certificarsi, scrivere una missione più nobile o inserire la parola “impatto” nel pitch deck per diventare automaticamente un’impresa migliore. Il mercato è pieno di purpose washing, e i giovani consumatori lo riconoscono molto più velocemente di quanto molti uffici marketing vogliano ammettere. La Gen Z italiana, secondo la survey Deloitte 2025, mette il costo della vita al primo posto tra le preoccupazioni, ma indica anche ambiente, conflitti, formazione continua e work-life balance tra i temi centrali; il 73% dei Gen Z intervistati in Italia dichiara di essersi sentito preoccupato o ansioso per l’impatto ambientale nell’ultimo mese, e un terzo afferma di aver cercato informazioni sulle politiche ambientali delle aziende prima di acquistare prodotti o servizi.

Questo dato racconta due cose insieme. La prima è che la sostenibilità conta. La seconda è che non basta. Un consumatore giovane può apprezzare un brand responsabile, ma se il prodotto non funziona, costa troppo, comunica male o sembra costruito per vendere senso di colpa invece che valore, non lo salverà solo perché “ha un purpose”. È qui che l’imprenditorialità Gen Z diventa interessante: quando non usa l’impatto come sostituto del business, ma come lente per costruire business migliori.

Le imprese consolidate dovrebbero osservare questo cambiamento con meno paternalismo. Troppo spesso guardano ai giovani founder come a ragazzi generosi ma ingenui, salvo poi spendere fortune per capire perché i propri dipendenti più giovani non si identificano nell’azienda, perché i consumatori non credono più alla comunicazione corporate, o perché l’innovazione interna viene soffocata da procedure nate per proteggere il passato. La lezione non è che ogni ventenne con una borraccia e un account TikTok abbia capito il futuro. La lezione è che il futuro non sarà molto indulgente con le aziende che continuano a trattare sostenibilità, fiducia, talento e impatto come appendici ornamentali del business.

La vera domanda, per le aziende italiane, non è dunque se la Gen Z stia riscrivendo da sola le regole del capitalismo. Sarebbe una formulazione esagerata. La domanda più seria è se questa generazione stia rendendo più visibile una trasformazione che il mercato, la tecnologia e la società stavano già imponendo: prodotti meno spreconi, filiere più trasparenti, lavoro più sensato, comunità più coinvolte, modelli di crescita meno ciechi rispetto agli effetti che producono.

Il profitto, in questa prospettiva, non scompare. Anzi, diventa ancora più importante, perché senza margini non c’è scala, senza scala l’impatto resta testimonianza, e senza solidità economica anche l’idea più nobile finisce per dipendere da entusiasmo, bandi o buona volontà. Ma il profitto cambia ruolo: non è più l’unico fine narrabile dell’impresa, bensì il motore che permette a un’idea utile di camminare, crescere e durare.

Forse è proprio questa la parte che le aziende più mature dovrebbero prendere sul serio. La Gen Z non sta chiedendo di scegliere tra fare soldi e fare bene. Sta chiedendo, con una certa impazienza e qualche inevitabile ingenuità, perché mai dovremmo continuare a progettare imprese che fanno soldi creando problemi, quando la vera opportunità imprenditoriale del nostro tempo potrebbe essere fare soldi risolvendoli.

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