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05/10/2026
Innovazione

Ingegneri, la laurea verso l’abilitazione: cambia l’ingresso nel mondo del lavoro

L’esame di Stato separato è destinato a scomparire per 21 classi magistrali. Ma la vera novità è un’altra: formazione universitaria e professione proveranno finalmente a incontrarsi prima dell’ingresso nel mercato.

Per decenni il percorso è stato abbastanza chiaro: università, laurea, poi — per chi voleva esercitare la professione regolamentata — esame di Stato e iscrizione all’Albo.

Adesso questo schema si prepara a cambiare.

La laurea magistrale in ingegneria è destinata a diventare abilitante: l’accertamento delle competenze professionali dovrebbe essere incorporato direttamente nel percorso universitario, attraverso un tirocinio pratico-valutativo e una prova dedicata agli aspetti professionali e ordinistici.

In altre parole, niente più esame di Stato separato dopo la laurea.

Attenzione, però: la riforma non è ancora operativa. Il percorso normativo è in fase avanzata, ma al momento restano in vigore le regole attuali. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha illustrato nel 2026 la propria proposta e il tema è stato uno dei punti centrali del 70° Congresso nazionale degli ingegneri, tenuto a Trieste dal 23 al 25 settembre.

Non basta togliere un esame

Presentata così, la riforma potrebbe sembrare soprattutto una semplificazione burocratica.

Un esame in meno, qualche mese risparmiato e ingresso più rapido nella professione.

In realtà il cambiamento è più interessante.

L’obiettivo è spostare dentro l’università una parte della preparazione alla professione, riducendo quella strana cesura per cui per anni si è potuto terminare un percorso accademico altamente specialistico e scoprire soltanto dopo la laurea di dover affrontare un ulteriore passaggio per dimostrare di essere pronti a esercitare.

La legge 163 del 2021 ha già introdotto il principio delle lauree abilitanti per diverse professioni e ha aperto la strada all’estensione del modello. Il Ministero dell’Università colloca espressamente le lauree abilitanti tra le riforme destinate a semplificare l’accesso alle professioni.

Per l’ingegneria il progetto coinvolgerebbe 21 classi di laurea magistrale, tra cui ingegneria civile, della sicurezza, ambientale, aerospaziale, chimica, elettrica, meccanica, navale, dell’automazione, informatica, delle telecomunicazioni, biomedica e gestionale.

Prima della laurea, un pezzo di professione

Il meccanismo previsto non consiste semplicemente nel dichiarare che chiunque abbia una laurea sia automaticamente pronto a esercitare.

La proposta del Consiglio Nazionale degli Ingegneri prevede infatti un Tirocinio Pratico-Valutativo, integrato nel percorso accademico.

Nella proposta presentata dal CNI alla Conferenza dei Rettori si parla di 9 crediti formativi: 3 dedicati alle materie ordinistiche e deontologiche e 6 alle attività tecnico-applicative connesse allo specifico settore dell’ingegneria. Durata e modalità definitive dipenderanno comunque dai provvedimenti attuativi.

È probabilmente questa la parte della riforma più rilevante anche per le imprese.

Perché significa provare a far entrare prima gli studenti in contatto con responsabilità, casi concreti, regole professionali e applicazioni operative, invece di concentrare tutto in una verifica successiva al percorso universitario.

Cambierà anche l’Albo

La laurea abilitante non arriva da sola.

Il progetto del CNI prevede anche una revisione profonda dell’attuale struttura dell’Albo degli ingegneri.

Oggi l’Albo è diviso nelle sezioni A e B e in tre grandi settori: civile e ambientale, industriale e dell’informazione. La proposta punta invece verso cinque settori:

ingegneria civile e ambientale, ingegneria industriale, ingegneria dell’informazione, ingegneria biomedica e clinica e ingegneria gestionale.

È prevista inoltre la progressiva disattivazione della sezione B, quella degli ingegneri iunior, con un periodo transitorio per tutelare chi è già inserito nei percorsi universitari interessati.

Anche qui il punto interessante è il tentativo di riallineare un sistema ordinistico costruito attorno alle grandi divisioni tradizionali dell’ingegneria con un mercato che nel frattempo ha prodotto professioni, specializzazioni e industrie completamente nuove.

Cybersecurity, tecnologie sanitarie, automazione, digitale, intelligenza artificiale e gestione dei sistemi complessi non sono più nicchie laterali dell’ingegneria.

Sono pezzi centrali dell’economia.

Un milione di laureati, 253 mila iscritti

C’è poi un dato che spiega probabilmente meglio di tutti perché questa riforma sia arrivata sul tavolo.

Secondo i numeri citati dal presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Angelo Domenico Perrini, gli iscritti all’Albo sono circa 253 mila, mentre in Italia le persone in possesso di un titolo accademico in ingegneria sono oltre un milione.

Non significa evidentemente che centinaia di migliaia di persone stiano esercitando abusivamente la professione.

Significa qualcosa di più semplice: una quota enorme degli ingegneri lavora ormai in aziende, industrie tecnologiche, energia, informatica, management, sanità digitale e altri comparti nei quali l’iscrizione all’Albo non è necessariamente il centro dell’attività professionale.

Ed è proprio qui che la discussione diventa meno universitaria e molto più economica.

Il problema non è soltanto come ci si abilita. È a cosa ci si abilita

Eliminare un passaggio burocratico può certamente velocizzare l’ingresso nel lavoro.

Ma la vera prova della riforma sarà capire se riuscirà a ridurre la distanza tra ciò che le università insegnano, ciò che gli Ordini certificano e ciò che le imprese chiedono.

Perché possiamo cambiare il nome dell’esame, inserirlo dentro la laurea e ridisegnare l’Albo.

Ma se un giovane ingegnere continuerà ad arrivare sul mercato senza aver mai affrontato un progetto reale, un cliente, una responsabilità professionale, un budget, un cantiere, una linea produttiva o un problema aziendale concreto, avremo soltanto spostato una casella.

Se invece il tirocinio pratico-valutativo diventerà davvero una parte seria del percorso universitario, la laurea abilitante potrebbe fare qualcosa di molto più interessante che abolire l’esame di Stato.

Potrebbe accorciare finalmente la distanza tra studiare ingegneria e fare l’ingegnere.

E per le imprese, forse, è questa la parte della riforma che vale la pena seguire.

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