
I primi risultati della ricerca RELOCALS raccontano 103 residenti internazionali: molti sono rimasti più a lungo del previsto e generano reddito fuori dal Paese. Fra ciò che apprezzano e ciò che trovano difficile si intravedono opportunità concrete per aziende, professionisti e territori.
Un nuovo residente può avere clienti a Londra, lavorare per un’impresa americana e fare la spesa, ristrutturare casa e pagare servizi in una città italiana. Non compare necessariamente nelle statistiche locali come un nuovo posto di lavoro creato da un’azienda del territorio. La sua presenza, però, può generare domanda per abitazioni, manutenzione, mobilità, consulenza e commercio.
È uno dei temi che emerge da RELOCALS — Preliminary Findings, terzo volume della collana NOMAG Research. Il progetto ha raccolto le prime risposte di 103 persone nate all’estero che vivono in Italia e raccontano il Paese anche a pubblici internazionali. Sono state selezionate attraverso una rete iniziale, in larga parte anglofona: i risultati sono preliminari e non rappresentano tutti i residenti stranieri.
Nel gruppo, il 63,1% dichiara che il proprio reddito è generato principalmente fuori dall’Italia. È un dato che merita attenzione imprenditoriale. Una parte di queste persone sceglie il Paese per viverci, pur mantenendo altrove il centro dei propri rapporti economici. Alla domanda sulle ragioni iniziali del trasferimento, il 70,9% cita il costo della vita, il 67% le opportunità immobiliari e il 66% lo stile di vita; il lavoro compare nel 20,4% delle risposte.
Non arrivano dunque, in prevalenza, perché hanno trovato un impiego nel mercato italiano. Questo non significa che siano estranei all’economia del luogo in cui vivono. Anzi: portano reddito, bisogni, competenze e relazioni che attraversano i confini.
Una scelta che diventa più lunga del previsto
Il 64,1% dei primi relocals intervistati afferma di non aver inizialmente previsto una permanenza così lunga. Per alcune persone, la decisione di restare nasce dall’esperienza quotidiana, dopo l’arrivo. La categoria più numerosa, il 43,7%, definisce oggi il proprio trasferimento «semipermanente»; il 30,1% lo considera pienamente permanente.
Questa gradualità è interessante per le imprese. Chi prova a vivere in un territorio può passare, nel tempo, da cliente occasionale a cliente ricorrente, proprietario di casa, imprenditore o partner di un’attività locale. Ma non c’è alcun automatismo: la qualità dei servizi e la facilità di inserirsi nell’economia locale incidono su ciò che potrà accadere.
Alla domanda su quale sia stata la maggiore difficoltà pratica, il 17,5% sceglie la ricerca della casa, il 16,5% la burocrazia e il 12,6% l’avvio di un’impresa o di un’attività autonoma. Nelle risposte aperte sulle difficoltà, codificate in questa fase preliminare, opportunità di lavoro e casa sono citate entrambe dal 78,6%; burocrazia dal 76,7%, trasporti dal 74,8%, salari dal 69,9% e ambiente imprenditoriale dal 68,9%.
I numeri non dimostrano che queste persone abbiano rinunciato a lavorare o fare impresa in Italia. Mostrano però che, anche fra chi ha scelto di restare, l’accesso al lavoro e all’attività economica continua a essere un problema.
Che cosa potrebbe fare un’impresa?
La prima risposta non è lanciare un servizio «per expat» uguale in ogni città. I bisogni di una famiglia che cerca una casa, di un professionista che deve aprire una posizione fiscale e di una persona che vuole ristrutturare un immobile sono differenti. Le risposte dei relocals invitano piuttosto a osservare dove si interrompono i percorsi concreti.
Un’impresa immobiliare può chiedersi se rende davvero comprensibili condizioni, costi e tempi a un acquirente o a un inquilino internazionale. Un professionista può esaminare quali passaggi amministrativi richiedono accompagnamento in più lingue. Un’azienda di servizi può capire se la propria offerta funziona per persone che vivono stabilmente nel territorio ma lavorano con clienti o datori di lavoro esteri.
Sono possibilità da verificare con clienti reali e conti economici, non ricavi garantiti dalla presenza di nuovi residenti. Ma la ricerca segnala una domanda che molte imprese potrebbero non aver ancora riconosciuto come propria.
C’è inoltre un’occasione di relazione. Il 65% dei 103 intervistati dice di non essere mai stato invitato attivamente da autorità, organizzazioni o aziende locali a contribuire con la propria prospettiva, il proprio pubblico o le proprie competenze. Eppure il 45,6% indica lavoro e impresa fra gli argomenti legati all’Italia di cui parla ai propri interlocutori. Alcuni conoscono contemporaneamente il mercato locale e le aspettative di un pubblico estero: potrebbero aiutare le aziende a capire come si presenta un territorio a chi vorrebbe viverci o investire.
L’Italia imprenditoriale che dall’estero si vede poco
Ai partecipanti è stato chiesto quali aspetti del Paese siano comunicati bene fuori dai confini. Moda e design sono citati dall’84,5%; cibo e vino e patrimonio storico ciascuno dal 76,7%. Innovazione e impresa compaiono soltanto nell’11,7% delle risposte codificate.
Alla domanda opposta, il 78,6% indica le opportunità imprenditoriali fra quelle che l’Italia comunica male o non comunica; il 67% fa riferimento a business e innovazione. Sono percezioni di questo primo gruppo, raccolte con risposte aperte e una codifica ancora preliminare. Per un imprenditore, suggeriscono comunque un esercizio utile: verificare se ciò che la sua azienda sa fare è comprensibile anche a chi osserva il territorio dall’estero.
Gli altri due libri della collana NOMAG aiutano a leggere ciò che avviene prima del trasferimento. At Last, Italy… At Least Temporarily raccoglie 1.056 risposte di professionisti internazionali interessati a vivere e lavorare in Italia: mostra un pubblico spesso maturo, con redditi e famiglie, che attribuisce grande importanza a casa, trasporti e servizi. Debunking Italy’s €1 House Effect distingue invece la visibilità mondiale ottenuta dalle iniziative immobiliari dai loro diversi risultati su acquisti, recupero degli edifici e nuovi residenti.
Il filo comune riguarda anche le imprese italiane: attirare attenzione è soltanto il primo passaggio. Perché una persona resti, acquisti servizi, lavori con operatori locali o avvii un’attività, deve trovare un territorio in cui le cose funzionano. E chi quel territorio lo conosce già, come i primi relocals, può aiutare a capire dove intervenire.
Le tre ricerche di Matteo Cerri sono presentate nella sezione NOMAG Research Books. Gli abstract sono accessibili agli iscritti gratuiti; le edizioni digitali complete sono incluse per gli abbonati a pagamento. I titoli disponibili su Amazon possono essere acquistati separatamente.