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05/10/2026
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Il numero degli artigiani under 30 si è dimezzato. E per il nostro Paese il problema è molto più grande di quanto sembri

In tre anni gli artigiani con meno di trent’anni sono passati da circa 73.000 a circa 36.000. Nello stesso tempo le imprese dichiarano di non riuscire a trovare molte delle competenze di cui hanno bisogno e centinaia di migliaia di attività si avvicinano al problema del ricambio generazionale. Non è soltanto una questione di contributi o di giovani che non vogliono più fare certi mestieri: è una trasformazione strutturale dell’economia italiana, con rischi molto concreti ma anche opportunità che le PMI dovrebbero cominciare a leggere con attenzione.

C’è un dato, contenuto nel XXV Rapporto annuale dell’INPS, che merita forse più attenzione di quella che gli è stata dedicata: gli artigiani italiani fino a 29 anni erano circa 73.000 nel 2022, sono diventati circa 57.000 nel 2023, 45.000 nel 2024 e poco più di 36.000 nel 2025.

In tre anni, sostanzialmente, si sono dimezzati.

Preso da solo, il numero si presta facilmente a molte spiegazioni semplici. Si può dire che i giovani non vogliono più fare gli artigiani, che preferiscono il lavoro d’ufficio, che le nuove generazioni sono meno interessate ai mestieri manuali oppure, sul versante opposto, che il sistema fiscale e contributivo italiano scoraggia chiunque voglia provare a mettersi in proprio.

La realtà è quasi certamente più complicata e, proprio per questo, più interessante.

Perché mentre diminuiscono gli artigiani giovani, diminuisce anche il numero complessivo degli iscritti alla gestione artigiani; nello stesso periodo, però, crescono altre forme di lavoro autonomo, a partire dalla Gestione Separata. Non stiamo quindi assistendo semplicemente alla scomparsa del lavoro indipendente, ma anche a una trasformazione della sua composizione: meno botteghe e attività tradizionalmente artigiane, più servizi, consulenza, professioni, digitale e modelli di lavoro che utilizzano strutture previdenziali differenti.

È un passaggio che dice molto di come sta cambiando l’economia italiana.

Ma non per questo rende meno rilevante la domanda di fondo: quanto è diventato difficile per un giovane trasformare una competenza in una piccola impresa?

Il problema dei 4.500 euro prima ancora di sapere quanto guadagnerai

Nel 2026 il reddito minimale utilizzato dall’INPS per il calcolo della contribuzione degli artigiani è pari a 18.808 euro. Il contributo minimo annuo arriva così a circa 4.521 euro.

Questo significa che il sistema previdenziale presume, ai fini della contribuzione minima, una determinata base anche quando l’attività nei suoi primi mesi produce molto meno.

La logica previdenziale è comprensibile. Se i contributi fossero esclusivamente proporzionali a redditi molto bassi, il lavoratore accumulerebbe una copertura previdenziale altrettanto bassa e il problema verrebbe semplicemente rinviato al futuro.

Dal punto di vista di chi sta avviando un’impresa, però, la questione assume una prospettiva diversa.

Una piccola attività appena nata raramente segue una crescita lineare. Può spendere per attrezzature, laboratorio, furgone, macchinari, assicurazioni, software, autorizzazioni e materiali molto prima di produrre un utile significativo. Nei primi dodici o ventiquattro mesi può lavorare molto e guadagnare poco, proprio perché una parte considerevole delle risorse viene assorbita dalla costruzione dell’attività.

In questo contesto, oltre 4.500 euro non rappresentano semplicemente una voce contabile.

Per una persona di cinquant’anni con un’attività consolidata possono essere un costo prevedibile. Per un ragazzo di ventidue o venticinque anni che prova ad avviare un’officina, un laboratorio, un’attività di impiantistica, falegnameria, restauro, manutenzione o produzione alimentare, possono rappresentare una parte significativa del capitale disponibile per cominciare.

Ed è qui che il dibattito diventa interessante, perché nel 2025 era stata introdotta una riduzione del 50% della contribuzione previdenziale per chi si iscriveva per la prima volta alle gestioni degli artigiani e dei commercianti.

Vale però una precisazione importante: lo sconto non durava soltanto un anno. Per chi rientrava nei requisiti, la riduzione si applicava per 36 mesi. Era invece limitata al 2025 la finestra per accedervi, perché il beneficio riguardava chi avviava e registrava per la prima volta l’attività in quell’anno.

Nel 2026 quella stessa finestra non è stata semplicemente prorogata per i nuovi ingressi.

Ed è curioso osservare che, mentre il Paese discute da anni del problema del ricambio generazionale, esiste invece da molto tempo una riduzione contributiva per artigiani e commercianti pensionati con più di 65 anni che continuano a lavorare e possiedono i requisiti previsti.

Le due situazioni non sono perfettamente comparabili e sarebbe scorretto fingere che lo siano: chi ha già raggiunto l’età pensionabile ha alle spalle una storia contributiva che un giovane non possiede.

Resta però una domanda interessante dal punto di vista delle politiche economiche: se abbiamo un sistema strutturale che rende meno oneroso continuare un’attività in età avanzata, non sarebbe ragionevole costruire con altrettanta continuità strumenti capaci di ridurre il costo di ingresso di chi comincia?

La cosa sorprendente è che gli artigiani diminuiscono proprio mentre le imprese non riescono a trovarli

Il dato diventa ancora più significativo se lo mettiamo accanto a ciò che sta succedendo nel mercato del lavoro.

Secondo le elaborazioni di Confartigianato sui dati Excelsior, nel 2025 le imprese artigiane hanno incontrato difficoltà nel reperire quasi il 60% delle figure professionali che cercavano.

Quindi abbiamo contemporaneamente meno giovani che entrano nell’artigianato come imprenditori e imprese che faticano a trovare persone con determinate competenze.

È troppo semplice concludere che i giovani non vogliano lavorare.

Lo dimostra anche il fatto che nelle microimprese il peso dei lavoratori under 30 rimane significativo e che centinaia di migliaia di giovani sono entrati nel mercato del lavoro attraverso l’apprendistato. Allo stesso tempo, diverse indagini continuano a mostrare una propensione non marginale dei giovani italiani verso l’imprenditorialità.

Il problema, allora, potrebbe non essere soltanto culturale. Potrebbe riguardare la distanza tra il desiderio di fare impresa e la possibilità concreta di farla.

Per aprire una piccola attività servono competenze tecniche, capitale iniziale, accesso al credito, capacità amministrativa, conoscenza delle norme, clienti e una certa disponibilità ad assumersi rischio. Se contemporaneamente il costo iniziale cresce e l’orizzonte di redditività si allunga, una parte delle persone potenzialmente interessate potrebbe scegliere strade differenti.

Non necessariamente per mancanza di vocazione imprenditoriale, ma perché il rapporto tra rischio e rendimento percepito diventa meno favorevole.

Il tema che dovrebbe interessare davvero le PMI è quello che accade dopo

C’è però un altro numero, forse ancora più importante per chi guida un’impresa.

Confartigianato ha stimato che circa 303.000 imprese artigiane siano esposte a un problema di ricambio generazionale. Questo significa che nei prossimi anni un numero enorme di aziende potrebbe trovarsi davanti a una scelta molto semplice: essere trasferito a una nuova generazione oppure chiudere.

La questione viene spesso raccontata come un problema familiare. Il padre ha costruito l’azienda, il figlio non vuole continuarla e quindi l’impresa si ferma, ma guardata dal punto di vista del sistema produttivo la faccenda è molto più seria.

Quando chiude una piccola impresa artigiana non scompare soltanto un’attività economica. Può scomparire un fornitore, una lavorazione particolare, una conoscenza tecnica, un rapporto commerciale costruito in trent’anni, una capacità di intervento sul territorio oppure un anello minuscolo ma essenziale di una filiera molto più grande.

Molte PMI italiane dipendono ancora fortemente da una rete di piccoli fornitori specializzati.

Un’azienda manifatturiera può essere molto digitalizzata, esportare in venti Paesi e utilizzare sistemi sofisticati di gestione della produzione, ma continuare a dipendere da un tecnico che sa modificare un particolare macchinario, da un’officina che realizza lavorazioni non standard o da un piccolo produttore che conosce esattamente le specifiche necessarie per un determinato componente.

Se quell’impresa chiude senza trasferire competenze e clienti, sostituirla non è sempre immediato.

E quando la capacità produttiva diventa scarsa, i tempi si allungano e i prezzi salgono.

È quindi possibile che la progressiva riduzione di certe attività artigiane diventi nei prossimi anni non soltanto un problema occupazionale, ma anche un problema di costo e continuità produttiva per imprese molto più strutturate.

Il rischio più grande è perdere competenze che non stanno scritte da nessuna parte

Una parte importante del valore delle piccole imprese italiane non compare nel bilancio. È conoscenza tacita.

È sapere quale materiale utilizzare in una situazione particolare, capire dal rumore di una macchina dove sta il problema, conoscere un edificio costruito sessant’anni fa, sapere quale fornitore riesce a produrre un pezzo fuori standard oppure essere capaci di realizzare una lavorazione che non ha volumi sufficienti per diventare una produzione industriale ma che serve comunque a decine di clienti.

Questo patrimonio si trasferisce lentamente.

Se un imprenditore arriva alla pensione senza aver avuto il tempo o la possibilità di affiancare qualcuno, l’impresa può sparire insieme a gran parte di quella conoscenza.

La questione diventa ancora più strategica se vogliamo davvero parlare di reshoring, manifattura avanzata e maggiore autonomia produttiva europea.

Perché riportare produzione vicino ai mercati non significa soltanto costruire grandi stabilimenti automatizzati.

Significa anche avere intorno elettricisti industriali, manutentori, meccanici, installatori, saldatori, falegnami specializzati, tecnici, restauratori, modellisti, produttori di piccoli componenti e decine di altre professionalità che rendono possibile il funzionamento quotidiano della manifattura.

Ma dentro questo problema si sta aprendo un mercato enorme

È proprio qui che il ragionamento smette di essere soltanto pessimista.

Quando una competenza diventa più rara, aumenta anche il suo valore.

Per molti anni alcune professioni artigiane sono state raccontate ai giovani quasi come una seconda scelta rispetto alla laurea, al lavoro in ufficio o alle professioni considerate più moderne.

Ma un mestiere difficile da sostituire, tecnicamente complesso, richiesto dal mercato e non facilmente automatizzabile può diventare molto interessante sia professionalmente sia economicamente.

E soprattutto non bisogna immaginare l’artigianato del futuro come una replica nostalgica della bottega del passato.

Oggi un’impresa artigiana può lavorare con macchine CNC, sistemi di progettazione digitale, stampa 3D, domotica, diagnostica, software gestionali, materiali avanzati, automazione e intelligenza artificiale.

La linea che separa artigianato e tecnologia è molto meno netta di quanto spesso immaginiamo.

In molti casi, anzi, sarà proprio la tecnologia a rendere più sostenibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano molto più lavoro amministrativo e organizzativo.

Forse dovremmo insegnare ai giovani anche a comprare imprese, non soltanto ad aprirne di nuove

C’è poi un’altra opportunità che in Italia viene discussa ancora troppo poco.

Quando parliamo di giovani imprenditori immaginiamo quasi sempre qualcuno che parte da zero: trova un’idea, apre una partita IVA, cerca clienti e lentamente costruisce un’azienda.

Ma se davvero centinaia di migliaia di piccoli imprenditori dovranno affrontare il problema della successione, una parte dell’imprenditorialità giovanile potrebbe nascere in maniera completamente diversa.

Rilevando imprese già esistenti.

Un’azienda con clienti, fatturato, personale, macchinari e reputazione può rappresentare un punto di partenza molto meno fragile rispetto a una startup tradizionale.

Il problema, naturalmente, è renderla accessibile.

Un giovane con competenze tecniche e capacità imprenditoriale difficilmente dispone di duecentomila o cinquecentomila euro per acquistare un’impresa sana.

Servirebbero quindi strumenti di finanziamento, garanzie, formule di pagamento differito, seller financing, percorsi di affiancamento e modelli attraverso i quali il vecchio imprenditore rimanga per qualche tempo accanto al nuovo.

Potrebbe diventare una delle più interessanti politiche industriali dei prossimi anni.

Non soltanto perché favorirebbe l’ingresso dei giovani nell’impresa, ma perché consentirebbe di preservare attività sane, competenze e occupazione.

E le PMI più grandi dovrebbero iniziare a guardare l’età dei propri fornitori

Anche le imprese più strutturate hanno qualcosa da imparare da questi numeri.

Una PMI che dipende da dieci o quindici fornitori strategici dovrebbe cominciare a chiedersi non soltanto quanto costano o quanto velocemente consegnano, ma anche quale sia la loro capacità di sopravvivere al passaggio generazionale.

Se il proprietario di un piccolo fornitore essenziale ha quasi settant’anni, nessun successore e un’organizzazione completamente dipendente dalla sua presenza, quel problema non riguarda più soltanto lui.

Riguarda tutta la filiera.

In altri contesti parleremmo senza esitazione di supply chain risk management.

Dovremmo cominciare a farlo anche qui.

In alcuni casi le imprese clienti potrebbero sostenere il passaggio generazionale dei propri fornitori, favorire operazioni di aggregazione, entrare nel capitale oppure acquisire direttamente piccole attività indispensabili alla propria produzione.

Non si tratterebbe delle grandi operazioni di M&A che finiscono sui giornali finanziari.

Sarebbero acquisizioni da centomila, trecentomila, cinquecentomila euro o poco più.

Ma potrebbero essere decisive per la continuità di intere filiere.

Anche l’intelligenza artificiale può rendere più interessante essere artigiani

In questa trasformazione c’è inevitabilmente anche l’intelligenza artificiale.

Non perché l’AI sostituirà un elettricista, un idraulico o un manutentore industriale.

È molto più probabile che renda il loro lavoro più produttivo.

Preventivi, amministrazione, gestione dei clienti, ordini, fatture, programmazione degli interventi, documentazione tecnica, marketing, gestione del magazzino e formazione sono tutte attività nelle quali un piccolo imprenditore può oggi ottenere un livello di efficienza che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto più personale.

Se la tecnologia riesce a ridurre il peso della parte burocratica e organizzativa, una piccola impresa può diventare più semplice da gestire e quindi anche più appetibile per una nuova generazione di imprenditori.

Il futuro dell’artigianato potrebbe essere, paradossalmente, molto più digitale di quanto immaginiamo.

Il punto, allora, non è soltanto quanto paghiamo di contributi

La domanda iniziale resta comunque valida.

È ragionevole chiedere a chi apre una piccola attività e ancora non sa quanto riuscirà a guadagnare di pagare da subito una contribuzione minima superiore ai 4.500 euro l’anno?

Non esiste una risposta priva di conseguenze.

Ridurre il minimale contributivo nei primi anni potrebbe facilitare l’ingresso nel mercato, ma produrrebbe anche minori contributi pensionistici. Sarebbe quindi necessario decidere se quella differenza debba essere recuperata in seguito, integrata attraverso la fiscalità generale oppure semplicemente accettata come parte di una politica di sostegno all’avvio d’impresa.

Si potrebbe immaginare una contribuzione progressiva nei primi anni, un minimo più basso legato al reddito effettivamente prodotto oppure incentivi specifici per chi rileva un’attività già esistente e garantisce la continuità occupazionale e il trasferimento delle competenze.

Ma la discussione sui contributi è soltanto una parte del problema.

La vera domanda è che tipo di struttura produttiva vogliamo avere tra dieci o quindici anni.

Perché se continuiamo ad avere meno giovani, meno artigiani, centinaia di migliaia di imprese da trasferire a una nuova generazione e aziende che non riescono già oggi a trovare buona parte delle figure che cercano, il rischio è arrivare troppo tardi a una crisi che oggi possiamo ancora gestire.

Non si tratta di conservare nostalgicamente l’artigianato del passato.

Si tratta di capire quali competenze saranno necessarie all’economia italiana del futuro, chi le possiederà e attraverso quali imprese verranno messe sul mercato.

Il dimezzamento degli artigiani under 30, in questo senso, non dovrebbe essere letto soltanto come un indicatore di declino.

È anche un segnale economico.

Ci sta dicendo che alcune competenze, alcune imprese e alcune capacità produttive stanno diventando più rare.

Per alcune PMI questo significherà maggiori costi e più difficoltà.

Per altre significherà invece acquisizioni, nuovi mercati, nuove professioni e nuovi modelli di impresa.

Come accade quasi sempre nelle grandi trasformazioni economiche, il problema e l’opportunità sono spesso la stessa cosa osservata con qualche anno di anticipo.

Fonti principali: INPS, XXV Rapporto annuale, luglio 2026; INPS, Circolare n. 14/2026; INPS, Circolare n. 83/2025; legge 30 dicembre 2024 n. 207; legge 27 dicembre 1997 n. 449; Confartigianato; Sistema Informativo Excelsior Unioncamere-Ministero del Lavoro.

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