
La Silicon Valley è passata dal libertarismo anti‑statale a un nazionalismo tecnologico‑militarista,
diventando parte dell’oligarchia politico‑economica degli Stati Uniti.
A cura di Dario Tatangelo
Nel mondo odierno chiunque conosce direttamente o indirettamente la Silicon Valley o sta utilizzando uno
dei suoi prodotti o servizi. Capire come stia evolvendo questo ambiente offre uno spunto per capire la
direzione verso cui si muova una certa parte del pianeta.
La Silicon Valley come concezione nacque nel 1939 da due laureati di Stanford con una delle prime società
di informatica Hewlett-Packard che si occupava di elettronica in ambito civile. La sua cultura è evoluta nel
tempo. In origine era fortemente libertaria e con sfumature perfino anarco-libertaria, come si palesa dai
vari documenti e la cosiddetta cultura Hacker nata a cavallo degli anni 60 e 80 nei laboratori dei vari del
MIT, di Stanford e Homebrew Computer Clubs e tanti altri. Questa cultura prevedeva un rifiuto categorico
di collaborazione con le autorità centralizzate, come emerge bene dal Manifest Hacker del 1986 pubblicato
da Loyd Blankenship. “L’informazione vuole essere libera. Ma il potere vuole che sia sua.” Stewart Brand
Oggi quel mondo lì non esiste più. Le grandi multinazionali che hanno rinnovato il nome della Silicon Valley
si sono progressivamente allontanate dalla cultura libertaria originaria e cambiato posizionamento. Il
Governo degli Stati Uniti non solo non viene osteggiato, ma diventa cliente, socio e promotore dentro le
stanze dei vari CDA della aziende Big Tech. Il cambio di paradigma non influenza solo i vecchi attori come
Intel, che beneficia ampiamente di programmi pubblici di sostegno economico, ma funge da innesco per
nuove aziende che nascono direttamente con finalità legate al pubblico come il caso di Palantir e Anduril.
Questo passaggio può sembra un banale passaggio da ambiente imprenditoriale libertario a capitalismo di
Stato. Tuttavia il centro della attuale evoluzione è nel tipo di settore pubblico di riferimento. Le aziende
infatti iniziano a considerare le aziende Big Tech non solo asset strategici nella sfida con la Cina, ma attori
critici da coinvolgere negli scenari di intelligence e puramente militari. Questo insieme di aziende sta
formando una oligarchia economica e politica, nel senso che tende a concentrare risorse economiche,
capacità tecnologiche, controllo informativo e influenza politica in misura difficilmente riscontrabile in altri
settori dell’economia.
Il tipo di relazione però non è a senso unico, ma una vera e propria commistione di ruoli. Per esempio di
recente la relazione tra big tech tecnologiche e Pentagono si è rafforzata non solo da un punto di vista
economico ma proprio dirigenziale. Infatti c’è stata una purga di Peter Hessick che ha avviato una
rimozione dei vertici militari tradizionali favorendo l’ingresso di nuove figure direttamente o indirettamente
legate agli ambienti tech. Il braccio operativo di questa operazione di turnover è stato Navarro. Questa
affinità di visioni e personaggi tra pubblico e privato Tech è un passaggio storico e politico impattante nella
composizione delle classi dirigenti con potere decisionale in ambito militare.
In circa 30 o 40 anni siamo passati dal libertarismo anti‑statale della Silicon Valley classica a un
nazionalismo tecnologico-militarista, integrato nei bilanci del Pentagono e nelle strategie geopolitiche
statunitensi. Lo stesso modo in cui si sta finanziando il mondo Tech approfitta di questo legame. La maggior
parte delle aziende tech ottiene i finanziamenti tramite la quotazione in borsa e accordi con enti statali e
spesso militari. Due esempi molto noti: Anduril e la sua Joint Venture con EDGE (UAE) per sistemi autonomi
e droni militari; Raytheon con Rheinmetall e Boeing che hanno stretto una partnership per missili, SDB‑I,
ATACMS, AMRAAM come emerso nel NATO Summit 2026.
Quando il proprio valore viene definito dalla Borsa la reputazione è fondamentale ed avere tra i clienti
agenzie governative degli Stati Uniti ha un peso. In particolare se le entrate sono molto più basse delle
uscite, quindi il tuo valore è nelle prospettive economiche di ritorno sull’investimento e non nei conti
odierni. La finanziarizzazione come leva economica principale ha anche una modalità curiosa in questa
oligarchia di aziende, cioè si finanziano tra di loro o creano joint venture. La capitalizzazione totale della borsa USA (NYSE + Nasdaq) nel 2026 è stimata intorno a $52–55T, solo Apple, Alphabet, Microsoft e Meta
pesano il 30%. Se consideriamo solo il Nasdaq le grandi aziende oligarchiche pesano oltre il 60% (nel calcolo
si considerano le aziendi precedenti citate con l’aggiunta di Palantir e Anduril). Il loro valore poi viene
ampliato da collaborazioni tra big Tech. Google e Amazon hanno investito in Anthropic, Microsoft invece in
Open AI.
Il rapporto tra Governo degli Stati uniti e big tech però avviene anche su altri tavoli. Per esempio Donald
Trump ha concesso un perdono presidenziale a Changpeng Zhao (CZ), fondatore di Binance, dopo una
condanna per violazioni delle leggi antiriciclaggio e delle sanzioni USA. Qui c’è un certo mondo delle
criptovalute che sono parte del sistema della Silicon Valley. Il punto decisivo è che Changpeng Zhao ha
investito, tramite intermediari, nella società World Liberty Financial, controllata in parte dai figli di Donald
Trump. Quindi lo stesso presidente Trump è diventato parte dell’ecosistema economico che gira intorno
alla Silicon Valley senza troppa segretezza.
Infine va fatta anche una riflessione sul tema della trasparenza. L’accentramento di potere da parte
dell’esecutivo a stelle e strisce si evince sia dalle purghe del vertice dell’agenzia federale che produce le
statistiche sul lavoro (Bureau of Labor Statistics, BLS), ma anche dall’acquisto del Washigton post molto
critico verso la prima presidenza Trump e passato sotto il controllo di Jeff Bezos che ha cambiato la linea
editoriale del giornale e gestisce anche il colosso Amazon.
L’attivismo statale inoltre si sta accentuando anche tramite i fondi U.S. Innovation and Competition Fund,
Defense Production Act Fund, Strategic Capital Office (DoD). Questi progetti di equity federale hanno
coinvolto GlobalFoundries, Micron Technology, Wolfspeed, IBM e Qualcomm. Questa attività economiche,
sebbene anche minoritarie, hanno impatti sulla filiera dietro gran parte della tecnologia controllata e
sviluppata nella Silicon Valley. Il caso più eclatante è Palantir che dipende in misura significativa dai
contratti pubblici e rappresenta uno dei casi più evidenti di interdipendenza tra settore tecnologico e
apparato statale. Non è stata una evoluzione, è nata direttamente con questa modalità.
In sostanza il Governo degli USA non si limita a regolare le aziende ma ne acquista le quote, le finanzia e fa
entrare nelle proprie agenzie personalità legate al mondo Tech. Siamo passati dunque dal celebre
complesso militare-industriale di Eisenhoweriana memoria ad un complesso tecno-militare-digitale nella
fase attuale.
Ci si domanda alla luce di questo tipo di relazione tra i grandi player del tech che sono quotati in borsa e il
governo degli Stati Uniti cosa possa succedere nel futuro. Se una di queste aziende dovesse avere problemi
economici, come dai bilanci che bruciano milioni di dollari ogni giorno potrebbe succedere, cosa farà il
Governo? La scommessa dell’oligarchia tecnocratica statunitense è l’oligarchia in caso di crisi è di
privatizzare il profitto e socializzare il rischio? Ma soprattutto se controllori e controllati iniziano a
mischiarsi con enorme ambiguità e interessi coincidenti, chi paga qualora ci siano errori?
La questione non è se la Silicon Valley collabori con lo Stato americano. Lo ha sempre fatto, in forme e
intensità diverse. La novità consiste nella crescente fusione tra potere tecnologico, finanziario, informativo
e strategico. Se questa convergenza rappresenti un vantaggio competitivo per gli Stati Uniti o l’inizio di una
nuova forma di concentrazione oligarchica del potere resterà uno dei temi centrali della politica economica
del XXI secolo.