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29/10/2026
Innovazione

Silicon Valley di Stato

La Silicon Valley è passata dal libertarismo anti‑statale a un nazionalismo tecnologico‑militarista,
diventando parte dell’oligarchia politico‑economica degli Stati Uniti.

A cura di Dario Tatangelo


Nel mondo odierno chiunque conosce direttamente o indirettamente la Silicon Valley o sta utilizzando uno dei suoi prodotti o servizi. Capire come stia evolvendo questo ambiente offre uno spunto per capire la direzione verso cui si muova una certa parte del pianeta.
La Silicon Valley come concezione nacque nel 1939 da due laureati di Stanford con una delle prime società di informatica Hewlett-Packard che si occupava di elettronica in ambito civile. La sua cultura è evoluta nel tempo. In origine era fortemente libertaria e con sfumature perfino anarco-libertaria, come si palesa dai vari documenti e la cosiddetta cultura Hacker nata a cavallo degli anni 60 e 80 nei laboratori dei vari del MIT, di Stanford e Homebrew Computer Clubs e tanti altri. Questa cultura prevedeva un rifiuto categorico di collaborazione con le autorità centralizzate, come emerge bene dal Manifest Hacker del 1986 pubblicato da Loyd Blankenship. “L’informazione vuole essere libera. Ma il potere vuole che sia sua.” Stewart Brand

Oggi quel mondo lì non esiste più. Le grandi multinazionali che hanno rinnovato il nome della Silicon Valley si sono progressivamente allontanate dalla cultura libertaria originaria e cambiato posizionamento. Il Governo degli Stati Uniti non solo non viene osteggiato, ma diventa cliente, socio e promotore dentro le stanze dei vari CDA della aziende Big Tech. Il cambio di paradigma non influenza solo i vecchi attori come Intel, che beneficia ampiamente di programmi pubblici di sostegno economico, ma funge da innesco per nuove aziende che nascono direttamente con finalità legate al pubblico come il caso di Palantir e Anduril.
Questo passaggio può sembra un banale passaggio da ambiente imprenditoriale libertario a capitalismo di Stato. Tuttavia il centro della attuale evoluzione è nel tipo di settore pubblico di riferimento. Le aziende infatti iniziano a considerare le aziende Big Tech non solo asset strategici nella sfida con la Cina, ma attori critici da coinvolgere negli scenari di intelligence e puramente militari. Questo insieme di aziende sta formando una oligarchia economica e politica, nel senso che tende a concentrare risorse economiche, capacità tecnologiche, controllo informativo e influenza politica in misura difficilmente riscontrabile in altri settori dell’economia.


Il tipo di relazione però non è a senso unico, ma una vera e propria commistione di ruoli. Per esempio di recente la relazione tra big tech tecnologiche e Pentagono si è rafforzata non solo da un punto di vista economico ma proprio dirigenziale. Infatti c’è stata una purga di Peter Hessick che ha avviato una rimozione dei vertici militari tradizionali favorendo l’ingresso di nuove figure direttamente o indirettamente legate agli ambienti tech. Il braccio operativo di questa operazione di turnover è stato Navarro. Questa affinità di visioni e personaggi tra pubblico e privato Tech è un passaggio storico e politico impattante nella composizione delle classi dirigenti con potere decisionale in ambito militare.
In circa 30 o 40 anni siamo passati dal libertarismo anti‑statale della Silicon Valley classica a un nazionalismo tecnologico-militarista, integrato nei bilanci del Pentagono e nelle strategie geopolitiche statunitensi. Lo stesso modo in cui si sta finanziando il mondo Tech approfitta di questo legame. La maggior parte delle aziende tech ottiene i finanziamenti tramite la quotazione in borsa e accordi con enti statali e spesso militari. Due esempi molto noti: Anduril e la sua Joint Venture con EDGE (UAE) per sistemi autonomi e droni militari; Raytheon con Rheinmetall e Boeing che hanno stretto una partnership per missili, SDB‑I, ATACMS, AMRAAM come emerso nel NATO Summit 2026.


Quando il proprio valore viene definito dalla Borsa la reputazione è fondamentale ed avere tra i clienti agenzie governative degli Stati Uniti ha un peso. In particolare se le entrate sono molto più basse delle uscite, quindi il tuo valore è nelle prospettive economiche di ritorno sull’investimento e non nei conti odierni. La finanziarizzazione come leva economica principale ha anche una modalità curiosa in questa oligarchia di aziende, cioè si finanziano tra di loro o creano joint venture. La capitalizzazione totale della borsa USA (NYSE + Nasdaq) nel 2026 è stimata intorno a $52–55T, solo Apple, Alphabet, Microsoft e Meta pesano il 30%. Se consideriamo solo il Nasdaq le grandi aziende oligarchiche pesano oltre il 60% (nel calcolo si considerano le aziendi precedenti citate con l’aggiunta di Palantir e Anduril). Il loro valore poi viene ampliato da collaborazioni tra big Tech. Google e Amazon hanno investito in Anthropic, Microsoft invece in Open AI.


Il rapporto tra Governo degli Stati uniti e big tech però avviene anche su altri tavoli. Per esempio Donald Trump ha concesso un perdono presidenziale a Changpeng Zhao (CZ), fondatore di Binance, dopo una condanna per violazioni delle leggi antiriciclaggio e delle sanzioni USA. Qui c’è un certo mondo delle criptovalute che sono parte del sistema della Silicon Valley. Il punto decisivo è che Changpeng Zhao ha investito, tramite intermediari, nella società World Liberty Financial, controllata in parte dai figli di Donald Trump. Quindi lo stesso presidente Trump è diventato parte dell’ecosistema economico che gira intorno alla Silicon Valley senza troppa segretezza.


Infine va fatta anche una riflessione sul tema della trasparenza. L’accentramento di potere da parte dell’esecutivo a stelle e strisce si evince sia dalle purghe del vertice dell’agenzia federale che produce le statistiche sul lavoro (Bureau of Labor Statistics, BLS), ma anche dall’acquisto del Washigton post molto critico verso la prima presidenza Trump e passato sotto il controllo di Jeff Bezos che ha cambiato la linea editoriale del giornale e gestisce anche il colosso Amazon.


L’attivismo statale inoltre si sta accentuando anche tramite i fondi U.S. Innovation and Competition Fund, Defense Production Act Fund, Strategic Capital Office (DoD). Questi progetti di equity federale hanno coinvolto GlobalFoundries, Micron Technology, Wolfspeed, IBM e Qualcomm. Questa attività economiche, sebbene anche minoritarie, hanno impatti sulla filiera dietro gran parte della tecnologia controllata e sviluppata nella Silicon Valley. Il caso più eclatante è Palantir che dipende in misura significativa dai contratti pubblici e rappresenta uno dei casi più evidenti di interdipendenza tra settore tecnologico e apparato statale. Non è stata una evoluzione, è nata direttamente con questa modalità.
In sostanza il Governo degli USA non si limita a regolare le aziende ma ne acquista le quote, le finanzia e fa entrare nelle proprie agenzie personalità legate al mondo Tech. Siamo passati dunque dal celebre complesso militare-industriale di Eisenhoweriana memoria ad un complesso tecno-militare-digitale nella fase attuale.


Ci si domanda alla luce di questo tipo di relazione tra i grandi player del tech che sono quotati in borsa e il governo degli Stati Uniti cosa possa succedere nel futuro. Se una di queste aziende dovesse avere problemi economici, come dai bilanci che bruciano milioni di dollari ogni giorno potrebbe succedere, cosa farà il Governo? La scommessa dell’oligarchia tecnocratica statunitense è l’oligarchia in caso di crisi è di privatizzare il profitto e socializzare il rischio? Ma soprattutto se controllori e controllati iniziano a mischiarsi con enorme ambiguità e interessi coincidenti, chi paga qualora ci siano errori?
La questione non è se la Silicon Valley collabori con lo Stato americano. Lo ha sempre fatto, in forme e intensità diverse. La novità consiste nella crescente fusione tra potere tecnologico, finanziario, informativo e strategico. Se questa convergenza rappresenti un vantaggio competitivo per gli Stati Uniti o l’inizio di una nuova forma di concentrazione oligarchica del potere resterà uno dei temi centrali della politica economica del XXI secolo.

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