
Cresce anche quando i consumatori guardano con attenzione al portafoglio. Non è soltanto una storia di animali domestici: la pet economy mostra alle imprese italiane perché oggi il prezzo da solo non basta più.
C’è un dato che merita attenzione anche fuori dal perimetro dei pet shop e delle cliniche veterinarie: nel 2025 la pet economy italiana ha raggiunto i 5,3 miliardi di euro, con una crescita del 2,7% a valore e dell’1,3% a volume rispetto all’anno precedente. Il dato del Rapporto Assalco–Zoomark è importante non perché certifichi l’ennesimo settore “in crescita”, ma perché racconta bene come stanno cambiando i consumi.
In una fase in cui molte famiglie selezionano, rinviano o riducono gli acquisti non essenziali, la spesa per gli animali da compagnia continua a espandersi. Il pet food per cani e gatti vale 4,2 miliardi di euro; il pet care supera il miliardo. Ma il punto più interessante è un altro: la domanda non si ferma più alla ciotola.
Dal prodotto al servizio: dove si crea davvero valore
Antiparassitari, igiene, lettiere, alimentazione specializzata, prevenzione e servizi veterinari sono le categorie che segnalano un cambiamento più profondo. Circana rileva, tra le altre dinamiche, una crescita per antiparassitari, prodotti per la salute e l’igiene di cani e gatti e lettiere. Non è un semplice effetto di inflazione: la crescita a volume indica che l’acquisto resta concreto.
Il consumatore non sta soltanto spendendo di più. Sta attribuendo un valore diverso alla qualità della cura, alla continuità del servizio e all’affidabilità di chi lo accompagna nella scelta. È il meccanismo che molte PMI cercano da tempo: non vendere un articolo isolato, ma diventare un riferimento riconoscibile in un bisogno ricorrente.
Per un negozio specializzato questo può voler dire assortimento ragionato, consulenza e servizi. Per una clinica veterinaria, prevenzione, percorsi di cura e relazione dopo la visita. Per un’impresa che non opera nel mondo pet, la lezione resta identica: nei mercati maturi la differenza non la fa solo ciò che si vende, ma quanto si riduce l’incertezza del cliente.
Il cliente cerca informazioni, ma non vuole essere lasciato solo
La digitalizzazione non ha eliminato il bisogno di competenza. Lo ha reso più visibile. Una recente ricerca Ipsos presentata all’Italian Pet Summit segnala che otto proprietari su dieci usano strumenti online per informarsi sul proprio animale. Eppure la moltiplicazione delle fonti non produce automaticamente fiducia: aumenta anche il bisogno di interlocutori credibili.
È un passaggio che riguarda molte categorie professionali. Il cliente arriva spesso già informato — o convinto di esserlo — ma deve ancora decidere a chi affidarsi. L’impresa che sa rispondere con chiarezza, trasparenza e competenza non compete solo sul prezzo: costruisce preferenza.
Non significa trasformare ogni attività in un servizio premium artificiale. Significa rendere leggibile il proprio valore. Spiegare un preventivo, organizzare l’assistenza, usare il digitale per mantenere una relazione e non soltanto per acquisire contatti. La fiducia, soprattutto nei servizi legati alla salute, alla casa, alla mobilità o alla famiglia, è una componente economica prima ancora che reputazionale.
Una spesa affettiva, ma non irrazionale
Definire la pet economy come “spesa emotiva” sarebbe riduttivo. Certo, il legame con l’animale ha una componente affettiva evidente: secondo Ipsos, l’87% dei proprietari dichiara di trovare affetto e gioia nella relazione con il proprio pet. Ma proprio questo legame spinge verso acquisti più ponderati, continui e orientati alla prevenzione.
È qui che il settore diventa un indicatore sociale, come suggeriva la notizia che ha acceso il dibattito. Famiglie più piccole, popolazione che invecchia, maggiore attenzione al benessere quotidiano e nuove forme di convivenza modificano le priorità di spesa. Le imprese che intercettano questi cambiamenti non devono inseguire una moda: devono osservare i bisogni che diventano strutturali.
Anche la crescita dei canali specializzati merita una lettura attenta. Nel 2024, secondo Assalco–Zoomark, catene e pet shop hanno mostrato una dinamica a valore superiore alla media del comparto. Non è la prova che il negozio fisico abbia vinto sull’online o viceversa. È la conferma che il cliente sceglie canali diversi a seconda del momento: acquista comodità online, cerca esperienza e consulenza quando la decisione è più delicata.
Le quattro lezioni per PMI e professionisti
La prima è che il prezzo non scompare, ma non basta. In un contesto di pressione sul reddito, continuano a crescere le categorie in cui il cliente riconosce un beneficio chiaro e immediato.
La seconda è che il servizio non è un’aggiunta decorativa. È il modo con cui un’impresa rende più semplice una scelta, più sicuro un acquisto e più probabile il ritorno del cliente.
La terza è che il digitale aumenta il confronto, non sostituisce la relazione. Recensioni, contenuti e assistenza online funzionano quando rafforzano una competenza reale, non quando tentano di simularla.
La quarta è che i mercati più interessanti non sono necessariamente quelli in cui si vende di più una volta sola. Sono quelli in cui si costruisce una relazione ricorrente e verificabile nel tempo.
La pet economy italiana vale 5,3 miliardi, ma il suo insegnamento per le PMI vale più del dato. Quando un cliente percepisce che un bene o un servizio protegge qualcosa che considera importante, non cerca semplicemente l’offerta più bassa. Cerca affidabilità, continuità e qualcuno che sappia assumersi la responsabilità di una risposta.
Fonti: Rapporto Assalco–Zoomark 2026; Circana, rilevazioni sul pet care; Ipsos per Purina e Ca’ Zampa.