25/07/2026
Finanza

Il commercialista cambia forma. E si mette in società.

Gli iscritti diminuiscono dello 0,8%, ma aumentano redditi, praticanti e società tra professionisti. Il Rapporto 2026 fotografa una categoria ancora solida, sempre più selettiva e spinta verso modelli di studio maggiormente organizzati.

Gli iscritti diminuiscono, ma i redditi aumentano. I giovani continuano a essere pochi, ma tornano a crescere i praticanti. E mentre il tradizionale studio individuale rimane il modello prevalente, le società tra professionisti avanzano a un ritmo decisamente superiore rispetto al resto della categoria.

Il Rapporto 2026 sulla professione dei commercialisti restituisce l’immagine di un settore che non attraversa una semplice fase di crescita o di contrazione. Sta piuttosto cambiando struttura.

Alla fine del 2025 gli iscritti all’Albo erano 119.050, 902 in meno rispetto all’anno precedente: una riduzione dello 0,8%. Nello stesso periodo, però, il reddito medio dichiarato è aumentato dell’8,3%, i praticanti sono cresciuti del 4,2% e le società tra professionisti del 9,3%.

Meno professionisti, quindi, ma mediamente più remunerati. E soprattutto più inclini, almeno nella parte più dinamica del mercato, a condividere competenze, organizzazione e responsabilità.

Il reddito medio supera gli 87 mila euro

Nel 2025 il reddito medio degli iscritti, riferito all’anno d’imposta 2024, ha raggiunto gli 87.376 euro, con un incremento dell’8,3%.

Anche il reddito mediano è aumentato, arrivando a 48.420 euro, il 5,5% in più rispetto all’anno precedente.

La distanza tra i due valori è significativa. La media viene infatti spinta verso l’alto dai redditi più elevati, mentre la mediana indica il punto sotto il quale si colloca metà della categoria. Parlare soltanto di un reddito medio vicino ai 90 mila euro rischierebbe quindi di restituire una rappresentazione parziale.

La crescita c’è, ed è consistente, ma non riguarda tutti allo stesso modo.

I 73.959 iscritti alla Cassa dei dottori commercialisti dichiarano in media 96.577 euro, con un incremento del 9,3%. Per i 25.903 iscritti alla Cassa dei ragionieri, il reddito medio è invece pari a 63.421 euro, in aumento del 4,1%.

Anche all’interno della stessa professione emergono dunque velocità differenti, legate al tipo di clientela, alle specializzazioni offerte, alla dimensione degli studi e alla capacità di affiancare alle attività tradizionali servizi di consulenza a maggiore valore aggiunto.

Il territorio continua a determinare il risultato

Il divario geografico rimane uno degli elementi più evidenti del Rapporto.

Nel Nord Italia il reddito medio raggiunge i 114.261 euro. Al Centro scende a 83.544 euro, mentre nel Mezzogiorno si ferma a 48.975 euro e nelle Isole a 52.651 euro.

La distanza non è marginale: il reddito medio del Nord è più del doppio rispetto a quello del Sud.

A livello locale, Bolzano guida la classifica con 180.470 euro, seguita da Milano con 157.938 euro e Bergamo con 136.244 euro. Sul versante opposto si trovano Palmi, con 32.085 euro, Locri, con 32.347 euro, e Vallo della Lucania, con 32.595 euro.

Non è soltanto una fotografia delle differenze economiche tra le diverse aree del Paese. I redditi dei commercialisti rispecchiano la struttura del tessuto imprenditoriale nel quale operano.

Dove sono presenti imprese più grandi, capitalizzate e internazionalizzate, cresce la domanda di consulenza societaria, operazioni straordinarie, controllo di gestione, pianificazione finanziaria e passaggi generazionali. Dove prevalgono microimprese e attività con minore capacità di spesa, il professionista rimane più spesso concentrato sugli adempimenti ordinari, sottoposti a una forte pressione sui compensi.

In altre parole, il reddito del commercialista racconta anche la qualità e la solidità delle aziende che assiste.

Gli iscritti diminuiscono per il secondo anno consecutivo

Per il secondo anno consecutivo, la platea dei commercialisti registra una lieve contrazione.

Il saldo negativo si concentra soprattutto nella sezione A dell’Albo, mentre la sezione B, riservata ai laureati triennali, cresce del 3,3%, anche se in termini assoluti si tratta di appena 80 iscritti in più.

La riduzione più significativa si registra al Sud, con un calo dell’1,3%, seguito dal Centro con l’1%. Il Nord rimane sostanzialmente stabile, con una diminuzione dello 0,2%.

In valore assoluto, le perdite maggiori riguardano la Campania, con 170 iscritti in meno, e il Lazio, con una riduzione di 169 unità. Il Trentino-Alto Adige è l’unica regione in crescita, con un incremento dello 0,7%, mentre Lombardia, Molise e Veneto rimangono stabili.

Osservando un periodo più lungo, però, il quadro cambia. Tra il 2007 e il 2025 gli iscritti all’Albo sono aumentati di 11.551 unità, pari al 10,7%. Nello stesso arco temporale la popolazione italiana è cresciuta soltanto dello 0,74%, mentre il numero delle imprese attive è diminuito del 2,71%.

La contrazione degli ultimi due anni va quindi letta all’interno di una categoria che, nel lungo periodo, è cresciuta più velocemente sia della popolazione sia del mercato potenziale rappresentato dalle imprese.

Tornano a crescere i praticanti

Uno dei dati più interessanti riguarda i praticanti, arrivati a 11.507, con un incremento di 468 unità e una crescita del 4,2%.

L’aumento è particolarmente rilevante nel Mezzogiorno, dove raggiunge l’8,5%. Al Nord la crescita si ferma al 2,4%, mentre al Centro è dello 0,7%.

Il caso più evidente è quello della Calabria, dove il numero dei tirocinanti è più che raddoppiato, passando da 244 a 500, con un aumento del 104%.

È un segnale positivo, ma deve essere interpretato con prudenza. Nel 2025 i nuovi ingressi nell’Albo sono stati infatti 1.494, in diminuzione rispetto ai 1.958 dell’anno precedente.

Aumentano quindi coloro che iniziano il percorso, ma non necessariamente quelli che lo completano o decidono di iscriversi.

La professione conserva una propria capacità di attrazione, ma continua a confrontarsi con la lunghezza del tirocinio, le prospettive economiche iniziali, la concorrenza di altre carriere e la difficoltà di offrire ai giovani un percorso chiaramente definito all’interno degli studi.

Solo il 15,8% degli iscritti ha meno di quarant’anni

Il problema generazionale rimane evidente.

Gli under 40 rappresentano appena il 15,8% degli iscritti. Le percentuali più alte si registrano in Trentino-Alto Adige, dove i giovani raggiungono il 25,2%, in Lombardia, con il 21,2%, e in Veneto, con il 19,1%.

Il dato non indica soltanto un insufficiente ricambio anagrafico. Pone anche una questione relativa alla continuità degli studi e alla loro futura proprietà.

Migliaia di professionisti si avvicineranno nei prossimi anni al momento del pensionamento senza avere necessariamente individuato un successore. E uno studio costruito quasi esclusivamente intorno al nome, alle relazioni e alla presenza quotidiana del titolare è più difficile da trasferire rispetto a una struttura dotata di processi, collaboratori, responsabilità definite e competenze distribuite.

La capacità di coinvolgere i giovani non dipenderà quindi soltanto dal reddito potenziale. Dipenderà dalla possibilità di offrire loro un ruolo, prospettive di crescita e una partecipazione reale all’evoluzione dello studio.

La componente femminile rimane stabile al 34%

La presenza femminile si conferma al 34%, senza variazioni significative rispetto all’anno precedente.

Le differenze territoriali restano però sostanziali. In Campania, Puglia, Sicilia e Valle d’Aosta gli uomini rappresentano circa il 70% degli iscritti.

Le regioni con la maggiore presenza femminile sono invece l’Emilia-Romagna, con il 42%, il Piemonte, con il 41,6%, l’Umbria, con il 40,9%, e la Sardegna, con il 40%.

Anche in questo caso non emerge un’unica professione nazionale, ma una categoria profondamente diversa a seconda dei territori, delle generazioni e dei modelli di studio.

Le società tra professionisti crescono del 9,3%

Il segnale più chiaro della trasformazione in corso arriva dalle società tra professionisti, salite a quota 2.142.

In un solo anno sono aumentate di 181 unità, con una crescita del 9,3%. L’incremento maggiore si registra al Centro, con l’11,7%, seguito dal Nord con il 9% e dal Sud con il 7,7%.

In rapporto agli oltre 119 mila iscritti, le STP rappresentano ancora una componente limitata. Il loro ritmo di crescita, tuttavia, mostra quale possa essere la direzione del mercato.

La complessità normativa, la digitalizzazione, la cybersecurity, la formazione continua e la richiesta di competenze sempre più specialistiche rendono progressivamente più difficile sostenere da soli tutti gli investimenti necessari.

La società tra professionisti consente di condividere costi e strutture, integrare specializzazioni differenti e offrire al cliente un’assistenza meno dipendente da una singola persona.

Non significa che lo studio individuale sia destinato a scomparire. Significa, però, che dovrà scegliere con maggiore precisione il proprio posizionamento: specializzarsi, entrare in rete con altri professionisti oppure trasformarsi in una struttura più organizzata.

Dall’adempimento alla consulenza

La vera sfida non riguarda soltanto il numero degli iscritti. Riguarda il tipo di lavoro che i commercialisti svolgeranno nei prossimi anni.

Automazione e intelligenza artificiale ridurranno il tempo necessario per molte attività ripetitive. Non elimineranno, invece, la necessità di interpretare le norme, leggere i numeri di un’azienda, prevenire situazioni di crisi e accompagnare imprenditori e famiglie nelle decisioni più delicate.

Il valore si sposterà sempre più dalla compilazione all’interpretazione, dalla registrazione dei dati alla loro trasformazione in indicazioni utili.

Per questo la crescita dei redditi e delle STP può essere letta come il segnale di una selezione già in corso. Gli studi capaci di investire, aggregarsi e specializzarsi intercettano una domanda più evoluta. Quelli legati esclusivamente agli adempimenti tradizionali rischiano invece di subire la concorrenza dei software e la pressione sui prezzi.

Il Rapporto 2026 non descrive quindi una categoria in semplice espansione. Racconta una professione più concentrata, diseguale e organizzata, nella quale il risultato dipenderà sempre meno dal numero delle pratiche gestite e sempre più dalla qualità delle competenze offerte.

Il commercialista cambia forma. E, sempre più spesso, sceglie di non farlo da solo.


Box numeri

Commercialisti, i dati del Rapporto 2026

  • 119.050 iscritti all’Albo
  • –0,8% iscritti rispetto al 2024
  • 87.376 euro di reddito medio
  • +8,3% crescita del reddito medio
  • 48.420 euro di reddito mediano
  • 11.507 praticanti
  • +4,2% crescita dei praticanti
  • 15,8% iscritti con meno di quarant’anni
  • 34% componente femminile
  • 2.142 società tra professionisti
  • +9,3% crescita delle STP

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