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12/10/2026
Innovazione

Italia più attrattiva, ma i capitali restano il punto debole: 17ª nel Global Attractiveness Index 2026


Il Global Attractiveness Index 2026 di TEHA assegna all’Italia 62,1 punti e il 17° posto su 146 economie. Innovazione, diversificazione dell’export e occupazione sostengono il posizionamento; produttività, competenze e capacità di attrarre investimenti produttivi restano invece i principali nodi strutturali. E sui dati degli IDE serve distinguere tra flussi di capitale e numero di nuovi progetti.


L’Italia diventa più competitiva, ma non abbastanza velocemente da recuperare terreno sulle economie che stanno modificando la geografia mondiale degli investimenti. È probabilmente questa la lettura più utile, per imprese e investitori, del Global Attractiveness Index 2026 elaborato da TEHA Group.

Nella nuova classifica il Paese occupa il 17° posto tra 146 economie, con un punteggio di 62,1, contro i 60,8 utilizzati come termine di confronto nella serie 2026. Dal 2022 il recupero indicato dal GAI è di cinque posizioni e, nell’arco degli ultimi tre anni, di 7,3 punti.

Il miglioramento è significativo, ma il confronto internazionale suggerisce prudenza. Gli Stati Uniti rimangono al primo posto con un indice pari a 100, mentre la Cina sale a 93,1. Singapore raggiunge la terza posizione superando la Germania e anche India, Corea e Hong Kong migliorano il proprio posizionamento relativo.

Il messaggio per le imprese è quindi meno rassicurante di quanto possa apparire dalla sola crescita dello score italiano: l’Italia sta migliorando, ma contemporaneamente cresce il livello richiesto per essere realmente competitivi nell’attrazione di capitale internazionale.

Il vero punto di forza resta la capacità delle imprese di esportare

Una parte importante della performance italiana continua a dipendere dalla sua struttura manifatturiera e dalla presenza sui mercati internazionali. Nel GAI l’Italia risulta ottava nell’area Innovazione e quarta per diversificazione geografica dell’export.

I dati sul commercio estero confermano la forza del sistema esportatore. Nel 2025 le vendite italiane all’estero hanno raggiunto il valore record di 643 miliardi di euro, +3,3% rispetto al 2024. Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2%, mentre nell’Unione europea l’incremento è stato del 4,2%. Farmaceutica, metalli e agroalimentare sono stati tra i comparti che hanno maggiormente sostenuto la crescita.

Per un’analisi aziendale, tuttavia, il valore nominale non basta. Dei 3,3 punti di crescita dell’export, una parte molto consistente deriva dall’aumento dei valori medi unitari, +2,6%. In volume le esportazioni sono cresciute soltanto dello 0,7%. Il record da 643 miliardi è quindi reale, ma non equivale a un’espansione della stessa intensità della quantità di beni venduti all’estero.

È una distinzione importante anche perché la tendenza prosegue nel 2026. Nel primo semestre le esportazioni italiane sono aumentate del 4,5% in valore, raggiungendo 337,2 miliardi, ma soltanto dello 0,7% in volume.

L’Italia, in altre parole, continua a dimostrare una notevole capacità di vendere nel mondo. La domanda più difficile è perché questa capacità non si traduca con la stessa intensità nella scelta dell’Italia come luogo nel quale investire capitale produttivo.

L’anomalia italiana: forte nell’export, meno nell’internazionalizzazione produttiva

Il problema non nasce nel 2025. Una recente analisi Istat offre una prospettiva strutturale particolarmente utile: nonostante il forte aumento degli investimenti internazionali negli ultimi decenni, l’Italia resta la meno internazionalizzata tra le quattro maggiori economie dell’Unione europea se si osservano gli stock di IDE in rapporto al PIL.

Tra il 1990 e il 2023 il peso medio degli investimenti esteri in Italia e di quelli italiani all’estero è quasi quintuplicato, passando dal 5% al 24% del PIL. La distanza da Francia, Germania e Spagna rimane però significativa.

È probabilmente questo il dato strutturale da mettere accanto al nuovo GAI. L’Italia possiede imprese capaci di internazionalizzarsi commercialmente, filiere manifatturiere specializzate e una forte presenza sui mercati globali, ma continua ad avere una densità di capitale internazionale inferiore a quella dei principali competitor europei.

E la questione è rilevante anche per le imprese italiane: nel 2023 le controllate estere presenti nel Paese occupavano circa 1,8 milioni di persone, ma generavano il 35,8% delle esportazioni e quasi la metà delle importazioni italiane. Il contributo delle multinazionali alla produttività, alla ricerca e alla capacità di integrazione nelle catene globali è quindi molto superiore al loro peso numerico.

Investimenti esteri in calo: perché il -27% non è l’unico numero da guardare

Il Global Attractiveness Index segnala per il 2025 una riduzione del 27% dei flussi di investimenti diretti esteri in ingresso in Italia. Nella stessa lettura la Francia registra -36%, la Spagna -29%, mentre la Germania è indicata in controtendenza, a +24%.

Il dato richiede però una precisazione metodologica, soprattutto per chi utilizza queste statistiche per valutazioni professionali.

A luglio, l’EY Attractiveness Survey Italy 2026 aveva rilevato in Italia 206 progetti di investimento estero annunciati nel 2025, in diminuzione dell’8%. Una flessione sostanzialmente in linea con il -7% europeo e inferiore a quelle di Francia (-17%), Regno Unito (-14%) e Germania (-10%). L’Italia manteneva così una quota del 4,1% dei progetti europei.

Non significa che uno dei due dati sia sbagliato.

EY conta principalmente nuovi progetti operativi e ampliamenti di attività, mentre le statistiche sui flussi IDE misurano movimenti di capitale, che possono essere influenzati in misura molto maggiore dalla dimensione di singole operazioni, disinvestimenti, finanziamenti infragruppo e altre componenti finanziarie.

Lo dimostra ulteriormente l’Annuario Istat-ICE 2026: utilizzando la misura dei flussi netti di investimento diretto, nel 2025 registra una contrazione dell’89,4% per gli IDE diretti in Italia.

Per un’impresa o un investitore, dunque, il “quanto capitale è entrato” e il “quanti nuovi progetti sono stati avviati” rispondono a domande differenti. Il -27% del GAI non va sovrapposto al -8% di EY.

È anche la ragione per cui il quadro descritto nella nostra precedente analisi sugli investimenti esteri rimane valido: l’Italia ha mostrato nel 2025 una discreta capacità di tenuta nella competizione europea per i nuovi progetti, ma continua a raccogliere una quota di investimenti inferiore a quella che il peso della sua economia e della sua industria potrebbe suggerire.

Più occupazione non significa necessariamente più produttività

Un’altra apparente contraddizione riguarda il mercato del lavoro.

Nel marzo 2025 gli occupati in Italia hanno raggiunto 24,307 milioni. Nella media dell’intero anno l’occupazione è aumentata di 185 mila unità, pari allo 0,8%, mentre il tasso di occupazione è salito al 62,5%.

Il GAI segnala però contemporaneamente un arretramento della produttività totale dei fattori e colloca l’Italia soltanto al 62° posto nell’area Efficienza.

Per chi decide dove localizzare un investimento produttivo, il numero assoluto degli occupati è infatti soltanto una parte dell’equazione. Contano la produttività per ora lavorata, il costo complessivo del lavoro, la disponibilità di competenze, la capacità di adottare tecnologia e automazione e la rapidità con cui un’impresa può trovare i profili necessari.

Ed è proprio quest’ultimo elemento a rappresentare uno dei problemi più evidenti.

Il 47% dei profili ricercati dalle imprese è difficile da trovare

Nel 2025, secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, le imprese hanno dichiarato difficoltà nel reperire il 47% dei profili ricercati. La percentuale supera il 57% per i diplomati degli ITS Academy e il 50% per i laureati.

Nel 2019 la difficoltà media di reperimento era intorno al 26%. In pochi anni, quindi, il mismatch è diventato un vincolo strutturale alla crescita molto più rilevante.

Per un investitore internazionale questo significa che il vantaggio di trovare in Italia competenze manifatturiere molto specializzate può convivere con il rischio opposto: non riuscire a reperirne abbastanza, soprattutto nei settori tecnologici, ingegneristici e tecnici.

Il dato più preoccupante non è il 17° posto

Il GAI colloca infine l’Italia al 76° posto nell’“Orientamento al futuro”, ultima tra le economie del G7 e distante 14,1 punti dalla loro media. Demografia, capitale umano e prospettive di crescita contribuiscono in maniera significativa al risultato.

È forse questo, più del 17° posto generale, il dato sul quale vale la pena concentrare l’attenzione.

La competizione per gli investimenti sta cambiando. Alla qualità delle infrastrutture, alla dimensione del mercato e al costo del lavoro si aggiungono accesso all’energia, resilienza delle supply chain, disponibilità di competenze digitali, velocità delle autorizzazioni e capacità dei governi di creare ecosistemi industriali coerenti.

E contemporaneamente si sposta il baricentro geografico. Il sorpasso di Singapore sulla Germania, la crescita della Cina e il miglioramento dell’India mostrano che i benchmark con cui l’Italia deve confrontarsi non sono più soltanto Francia, Germania o Spagna.

Dall’attrattività potenziale all’investimento reale

Il Global Attractiveness Index 2026 restituisce quindi un’Italia migliore di quella di alcuni anni fa, ma non ancora capace di trasformare pienamente i propri vantaggi competitivi in investimenti.

La parte positiva è evidente: il Paese dispone di una base manifatturiera significativa, esportazioni diversificate, competenze industriali difficili da replicare e una capacità di innovazione che il nuovo indice riconosce.

Il limite è altrettanto evidente. Essere un buon Paese dal quale esportare non significa automaticamente essere il miglior Paese nel quale investire.

Per ridurre questa distanza servono interventi che incidano sulle decisioni concrete delle imprese: tempi autorizzativi, energia, infrastrutture digitali, disponibilità di personale qualificato, certezza delle regole e una politica industriale meno frammentata.

Il 17° posto del GAI è quindi una buona notizia solo a metà. Il vero indicatore da osservare nei prossimi anni sarà la capacità dell’Italia di convertire quel miglioramento di attrattività in più capitale produttivo, maggiore produttività e nuovi progetti industriali di lungo periodo.


NOTA REDAZIONALE SUL DATO GAI 2025

Nota metodologica. La serie comparativa pubblicata con il Global Attractiveness Index 2026 attribuisce all’Italia, per il confronto con il 2025, 60,8 punti e il 17° posto. Le comunicazioni pubblicate in occasione dell’edizione GAI 2025 indicavano invece l’Italia al 16° posto su 146 economie. In assenza, al momento della pubblicazione, del dettaglio metodologico completo dell’edizione 2026 che spieghi la differenza, i confronti annuali riportati nell’articolo fanno riferimento alla serie presentata nel GAI 2026.

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