05/11/2026
Finanza

Alle PMI italiane va una quota sempre più piccola del credito alle imprese

Il rapporto OCSE documenta una contrazione della quota di finanziamenti in essere destinata alle PMI. Non è la prova che le banche respingano tutte le domande, ma pone una questione di accesso al capitale.

Nel 2007 alle piccole e medie imprese italiane era riconducibile il 18,7% dei prestiti in essere alle imprese. Nel 2024 la quota era scesa al 15,4%, il livello più basso della serie riportata dall’OCSE nel rapporto Financing SMEs and Entrepreneurs 2026. È un dato che merita attenzione, purché si chiarisca subito che cosa misura: lo stock di prestiti, non la percentuale di richieste respinte oggi.

In valore assoluto, i prestiti in essere alle PMI passano da 187 miliardi di euro nel 2007 a 142 miliardi nel 2024. Nello stesso intervallo, il totale dei prestiti alle imprese scende da 998 a 919 miliardi. La quota relativa delle PMI diminuisce quindi più del totale. Ma il confronto attraversa crisi finanziarie, cambiamenti della domanda di credito, politiche monetarie differenti e trasformazioni del tessuto produttivo: non può essere attribuito a un’unica decisione delle banche.

C’è infatti un dato che impedisce la lettura più semplice. Secondo la stessa tabella OCSE, nel 2024 la quota di imprese che dichiarava di non aver ottenuto tutto o parte del credito richiesto era dell’1,8%. Non coincide con un tasso universale di rifiuto bancario e dipende dalla popolazione osservata, ma mostra perché la diminuzione dei prestiti in essere non possa essere tradotta automaticamente in «le banche non finanziano più le PMI».

Resta il problema del costo. Nel 2024 il tasso d’interesse indicato per le PMI era del 5,9%, contro il 4,7% delle grandi imprese. Il differenziale di 1,2 punti percentuali incide soprattutto su chi ha margini ridotti e deve finanziare scorte, macchinari o tempi di incasso. Il prezzo del capitale diventa così parte della competitività, non soltanto una voce finanziaria.

Per un’impresa piccola, inoltre, il credito non serve sempre a sostenere un grande investimento. Può finanziare un ordine importante che verrà pagato dopo novanta giorni, l’acquisto di materiali prima della stagione o il passaggio fra due cicli produttivi. Se il finanziamento è più costoso o meno prevedibile, anche una commessa profittevole può diventare difficile da accettare.

La risposta non è necessariamente chiedere più debito. È preparare meglio le scelte finanziarie: previsioni di cassa, qualità dei crediti commerciali, margini per linea di prodotto, tempi di pagamento e strumenti alternativi quando appropriati. Un rapporto bancario solido richiede informazioni affidabili, non soltanto garanzie.

La quota del 15,4% non racconta da sola una crisi del credito. Racconta però un cambiamento nella distribuzione dei finanziamenti che chi guida una PMI farebbe bene a conoscere prima di decidere quanto crescere e con quali risorse.

Leggi anche

Emilia Romagna: fino a 17.000 euro per assumere nelle aree interne. Ma un incentivo può davvero aiutare a tenere vivi i piccoli comuni?

Redazione

“Crescono gli investimenti corporate, soprattutto gli uffici e la logistica. In movimento anche l’hospitality”

Cinzia Ficco

Nasce 12Venture, il primo Startup Studio in Italia di EdTech e HrTech

Cinzia Ficco