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26/10/2026
Focus

L’Italia guadagna 18.403 imprese in tre mesi. Ma dove si concentra davvero la crescita?

Il terzo trimestre 2026 registra il saldo migliore dal 2021. A trainarlo sono le società di capitali, le costruzioni, l’ospitalità e i servizi professionali. Un segnale incoraggiante che richiede però una lettura attenta.

Un saldo positivo di 18.403 imprese in tre mesi è una notizia incoraggiante, soprattutto dopo anni nei quali la capacità del sistema produttivo italiano di rinnovarsi è stata spesso raccontata soltanto attraverso chiusure, difficoltà e passaggi generazionali mancati. Ma il dato più interessante non è soltanto quante attività si aggiungono al Registro delle imprese. È capire quali forme imprenditoriali e quali settori stanno sostenendo questa crescita.

Secondo Movimprese, l’analisi di Unioncamere e InfoCamere pubblicata il 22 ottobre, tra luglio e settembre 2026 sono state registrate 62.788 nuove iscrizioni e 44.385 cessazioni, al netto delle cancellazioni d’ufficio. Il saldo, pari a +0,32%, è il migliore per un terzo trimestre dal 2021 e supera le 16.920 unità dello stesso periodo del 2025. A fine settembre le imprese registrate in Italia risultano 5.828.620.

La fotografia cambia quando si guarda alla forma giuridica. Le società di capitali aumentano di 14.529 unità, contribuendo da sole al 79% del saldo complessivo. Crescono anche le ditte individuali, di 5.030 unità, mentre le società di persone arretrano di 1.342. Non è possibile dedurne automaticamente che tutte le nuove realtà abbiano più dipendenti, investano di più o siano finanziariamente più forti. È però un segnale della direzione in cui si sta muovendo una parte significativa dell’anagrafe imprenditoriale.

Il contributo maggiore arriva da tre ambiti: costruzioni (+3.435 imprese), alloggio e ristorazione (+3.389) e attività professionali, scientifiche e tecniche (+2.863). Insieme valgono 9.687 imprese nette in più, oltre metà dell’intero saldo. Tornano inoltre in territorio positivo commercio (+1.486), agricoltura (+798) e manifattura (+123). Quest’ultimo numero invita alla prudenza: essere tornati sopra lo zero non equivale ancora a una ripartenza industriale.

Anche la geografia restituisce un quadro meno scontato. Tutte le macroaree chiudono in positivo: il Centro cresce dello 0,34%, il Mezzogiorno e il Nord-Ovest dello 0,33%, il Nord-Est dello 0,25%. È un risultato diffuso, almeno sul piano numerico, che suggerisce di guardare alle opportunità imprenditoriali anche fuori dai poli più celebrati. Nel Mezzogiorno, per esempio, il saldo assoluto raggiunge 6.521 imprese.

Per chi investe o avvia un’attività, questi numeri sono una mappa iniziale, non una garanzia di mercato. L’espansione nelle costruzioni può indicare domanda di servizi specialistici e filiere locali; quella dell’ospitalità apre spazi ma accresce anche la concorrenza; la crescita delle attività professionali racconta un’economia che cerca competenze, consulenza e servizi. Occorre però verificare redditività, dimensione delle aziende, capacità di assumere e durata delle nuove iniziative, dati che un semplice saldo anagrafico non misura.

Il miglior risultato dal 2021 merita attenzione proprio perché offre una base concreta su cui ragionare. La domanda per i prossimi trimestri non sarà soltanto quante imprese nasceranno, ma quante riusciranno a trasformare l’iscrizione a un registro in attività sostenibili, investimenti e lavoro stabile. È lì che la crescita numerica diventa davvero crescita economica.

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