
Una nuova iniziativa europea propone di trasformare il lavoro da remoto da possibilità concessa dall’impresa a diritto del lavoratore. Una prospettiva radicale che apre interrogativi importanti, soprattutto per PMI e professionisti. Ma anche qualche opportunità.
E se, anziché chiedere al dipendente perché desideri lavorare da casa, fosse l’azienda a dover spiegare perché la sua presenza in ufficio è indispensabile? È il principio su cui si fonda Remote by Default, una campagna che punta a promuovere un’Iniziativa dei cittadini europei per riconoscere il lavoro da remoto come modalità ordinaria nelle professioni che possono essere svolte digitalmente.
La proposta prevede di invertire l’onere della giustificazione: sarebbe il datore di lavoro a dover dimostrare, attraverso ragioni oggettive, la necessità della presenza fisica. Non siamo di fronte a una nuova direttiva europea, né a una proposta legislativa già all’esame delle istituzioni. L’iniziativa sta ancora costituendo il proprio comitato promotore. Ma il dibattito che potrebbe aprire riguarda direttamente il futuro dell’organizzazione aziendale.
Un diritto può sostituire una scelta organizzativa?
Per un’impresa, e soprattutto per una PMI, la gestione del lavoro non è una semplice questione di preferenze individuali. Presenza, collaborazione, formazione, sicurezza dei dati e coordinamento delle attività rispondono a esigenze spesso difficili da tradurre in regole universali.
Un ufficio commerciale, uno studio professionale o una piccola società di servizi possono avere attività interamente digitalizzate, ma necessitare comunque di momenti di lavoro condiviso. La compatibilità tecnologica di una mansione, da sola, non dimostra che ogni sua componente possa essere svolta efficacemente a distanza.
Per questo l’eventuale trasformazione del lavoro da remoto in un diritto generalizzato richiederebbe criteri chiari, eccezioni ragionevoli e attenzione alla sostenibilità organizzativa delle imprese.
La domanda che gli imprenditori dovrebbero comunque porsi
C’è però un aspetto della proposta che merita attenzione, indipendentemente dalla sua futura traduzione normativa: quanto della presenza richiesta oggi è realmente necessario?
Molte imprese hanno già scoperto che la flessibilità può ridurre alcuni costi, ampliare il bacino di reclutamento e favorire la permanenza dei collaboratori. Per una PMI che fatica ad attrarre competenze specialistiche, poter assumere professionisti senza imporre un trasferimento può rappresentare un vantaggio competitivo concreto.
Naturalmente il lavoro da remoto non garantisce automaticamente maggiore produttività. Richiede processi, strumenti, responsabilità e capacità manageriali. E può comportare costi o criticità che non tutte le organizzazioni sono attrezzate ad affrontare.
Innovare senza trasformare la flessibilità in rigidità
Il rischio sarebbe sostituire un modello imposto, quello della presenza, con un altro altrettanto rigido. L’innovazione organizzativa dovrebbe invece consentire alle aziende di individuare le soluzioni più efficaci, valorizzando le esigenze delle persone senza compromettere quelle dell’attività produttiva.
Per gli imprenditori, il vero cambiamento potrebbe non consistere nel decidere quanti giorni concedere da remoto, ma nell’imparare a distinguere la presenza necessaria da quella semplicemente abituale.
Anche se Remote by Default non dovesse tradursi in una normativa europea, la questione rimarrebbe aperta. Perché un’impresa innovativa non è necessariamente quella che rinuncia all’ufficio, ma quella che sa spiegare quale valore produce il lavoro svolto al suo interno.
Per approfondire la campagna: https://remotebydefault.eu/