13 C
Rome
05/10/2026
Focus

Franchising, molto più che aprire un negozio

A Milano torna il Salone Franchising, mentre il settore italiano cresce fino a 39 miliardi di euro. Ma il dato più interessante non riguarda soltanto chi vuole affiliarsi a un marchio: riguarda tutte le imprese che cercano di capire quanto il proprio modello sia davvero replicabile.

Dal 1° al 3 ottobre torna all’Allianz MiCo il Salone Franchising Milano, arrivato alla sua trentanovesima edizione, in un momento nel quale il settore dell’affiliazione commerciale continua a crescere e, soprattutto, continua a cambiare. Nel 2024 il franchising italiano aveva raggiunto un giro d’affari di 35,8 miliardi di euro, con 67.275 punti vendita e quasi 294 mila addetti; erano i numeri attorno ai quali si era costruita l’edizione 2025 del Salone, che aveva puntato molto su formazione, accesso al credito e autoimpiego. Oggi il comparto viene stimato attorno ai 39 miliardi, con una crescita che riguarda non soltanto i volumi, ma anche la capacità delle reti di generare più valore, strutturarsi meglio e guardare con maggiore decisione ai mercati internazionali.

È proprio questo, forse, il punto più interessante da osservare nel franchising contemporaneo. Per anni è stato raccontato soprattutto come una forma relativamente accessibile di imprenditorialità: qualcuno ha già inventato il marchio, il prodotto, il format, il modo di stare sul mercato, e qualcun altro decide di investire per replicarlo in un nuovo territorio. È ancora così, naturalmente, ma fermarsi qui oggi significa perdere una parte importante del fenomeno. Il franchising è diventato sempre più un laboratorio di standardizzazione, trasferimento del know-how, organizzazione dei processi, formazione e controllo della qualità. In altre parole, non riguarda soltanto chi vuole aprire un’attività sotto un’insegna già esistente, ma pone una domanda molto più ampia anche a chi guida un’azienda tradizionale: quello che funziona nella nostra impresa funziona perché siamo bravi noi, oppure perché abbiamo costruito un sistema che qualcun altro potrebbe davvero replicare?

La differenza è meno banale di quanto sembri. Un ristorante pieno non è automaticamente un buon franchising, una palestra con molti iscritti non è automaticamente una catena, un negozio redditizio non è automaticamente un format esportabile. Perché prima di poter essere replicato, un modello deve essere reso leggibile, misurabile, trasferibile. Servono procedure, supply chain, sistemi informativi, formazione, standard di servizio, controllo dei costi, capacità di supportare gli affiliati e, soprattutto, un’economia dell’unità che regga anche quando a gestirla non è il fondatore. Ed è proprio per questo che nelle ultime edizioni del Salone la componente formativa è diventata sempre più centrale: già nel 2025 il programma insisteva non soltanto sull’autoimpiego, ma anche su crescita delle reti, evoluzione dei format, customer experience, location strategy, internazionalizzazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale.

Il Salone di Milano fotografa bene anche l’allargamento del perimetro del franchising. Food e retail restano naturalmente importanti, ma accanto a questi comparti si sono consolidati fitness, beauty, servizi, commercio specializzato, formazione, automotive e home decor. Nel 2025 erano presenti oltre 120 insegne, con marchi che spaziavano da Burger King, McDonald’s e La Piadineria alla GDO, al fitness e ai servizi. Il senso non è tanto quello di moltiplicare le categorie, quanto di mostrare quanto il modello si sia ormai esteso a business anche molto diversi tra loro, purché abbiano una caratteristica comune: la possibilità di trasformare un’esperienza d’impresa in una formula sufficientemente codificata da poter essere riprodotta altrove.

Questo spiega anche perché il tema del capitale sia tornato così importante. Aprire in franchising non significa eliminare il rischio imprenditoriale e non significa comprare il successo. Un affiliato continua ad avere un investimento iniziale, costi fissi, personale, una location, obiettivi commerciali e un conto economico che deve stare in piedi. Il marchio può ridurre alcune incognite, ma non sostituisce la sostenibilità finanziaria dell’attività. Anzi, proprio perché le reti tendono a essere più strutturate, oggi la qualità del modello viene osservata sempre più anche dal punto di vista bancario e finanziario: capacità di generare margini, tempi di rientro dell’investimento, stabilità della rete, tassi di apertura e chiusura, solidità del franchisor e qualità del supporto offerto ai franchisee sono diventati elementi centrali per distinguere un buon progetto da una semplice espansione commerciale.

Allo stesso tempo, il franchising italiano sembra guardare sempre più fuori dai confini nazionali. Secondo le rilevazioni più recenti di Assofranchising, una parte significativa dei marchi italiani è già presente all’estero, mentre altri stanno pianificando percorsi di internazionalizzazione. È un passaggio interessante perché porta il franchising fuori dalla logica puramente distributiva e lo avvicina a un tema molto più vicino alle PMI italiane: come si esporta non soltanto un prodotto, ma un intero modello d’impresa? In un Paese nel quale moltissimo know-how resta ancora affidato all’esperienza delle persone e poco ai processi, il franchising obbliga a trasformare competenze tacite in procedure comprensibili e trasferibili. Non significa che tutte le aziende dovrebbero diventare franchisor, naturalmente, ma significa che tutte potrebbero imparare qualcosa da questo modo di pensare.

C’è poi un altro aspetto che rende il franchising interessante dal punto di vista dell’imprenditorialità. Una quota importante dei franchisee è oggi composta da donne e il settore continua a essere uno dei canali attraverso i quali molte persone entrano nell’impresa senza partire necessariamente da un’idea totalmente nuova. Anche questo aiuta a mettere in discussione una narrazione un po’ semplicistica secondo cui fare impresa significhi per forza inventare qualcosa che non esiste. A volte significa invece prendere un modello già testato, adattarlo al proprio territorio, eseguirlo bene e costruire valore all’interno di una rete più ampia.

In questo senso il Salone Franchising Milano resta certamente una manifestazione utile per chi cerca un marchio da aprire, un partner, un investitore o un’opportunità di sviluppo. Ma forse la domanda più utile che lascia a chi già guida un’azienda è un’altra: se domani dovessimo aprire dieci, cinquanta o cento copie della nostra impresa, sapremmo spiegare a dieci, cinquanta o cento persone esattamente come farle funzionare? Se la risposta è sì, probabilmente esiste già un sistema. Se la risposta è no, non significa necessariamente che si debba scegliere la strada del franchising, ma significa che una parte importante dell’azienda dipende ancora dalle persone più che dai processi. E per chi vuole crescere, questa è già un’informazione piuttosto importante.

Leggi anche

Plannix fa +425% a un anno dal lancio: 518 milioni di euro analizzati

Cinzia Ficco

Life Sciences: settore in crescita. Oltre 6 miliardi di investimenti in ricerca

Cinzia Ficco

Nel turismo le donne guadagnano il 14,7% in meno rispetto agli uomini

Cinzia Ficco