
Dal 1° al 6 ottobre il 66° Salone Nautico Internazionale riunisce oltre mille imbarcazioni, 215 novità e operatori da 45 Paesi. Ma dietro gli yacht c’è soprattutto una filiera da 8,72 miliardi di euro, fortemente orientata all’export, che ora deve affrontare la sfida delle competenze, dell’innovazione e dell’allargamento a una nuova generazione di clienti e lavoratori.
Ci sono fiere che raccontano un settore e ce ne sono altre che finiscono per raccontare un pezzo dell’economia di un Paese. Il Salone Nautico Internazionale di Genova, arrivato alla sua 66ª edizione e in programma dall’1 al 6 ottobre, appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché dietro l’immagine inevitabilmente spettacolare di yacht, barche a vela e grandi imbarcazioni ormeggiate nel Waterfront di Levante c’è una delle filiere del Made in Italy con la maggiore vocazione internazionale.
I numeri della manifestazione sono importanti: oltre 1.000 imbarcazioni, 215 novità, rappresentanze provenienti da 45 Paesi e uno spazio espositivo in acqua ulteriormente ampliato. Ma per capire perché Genova conti molto più di una semplice esposizione di barche bisogna guardare ai numeri dell’industria che vi arriva. Nel 2025 il fatturato complessivo della nautica italiana ha raggiunto 8,72 miliardi di euro, segnando un ulteriore incremento dell’1,4%. La filiera genera oltre 13 miliardi di valore aggiunto e quasi 170 mila posti di lavoro, mentre circa il 90% della produzione italiana è destinato ai mercati internazionali.
È uno di quei casi nei quali l’espressione “Made in Italy” non serve soltanto a rendere più elegante una brochure. L’Italia detiene infatti una posizione di primo piano nella cantieristica nautica mondiale e una leadership particolarmente forte nel segmento dei superyacht. Secondo i dati diffusi da Confindustria Nautica nel corso del 2026, il nostro Paese rappresenta circa il 18% della produzione nautica mondiale e i cantieri italiani hanno in costruzione 568 superyacht, oltre la metà degli ordini mondiali misurati per numero di unità.
E proprio qui il Salone comincia a diventare interessante anche per chi di solito non passa le giornate a discutere di scafi e motori.
Non tutte le barche navigano alla stessa velocità
Il settore, infatti, non cresce in maniera uniforme. Il presidente di Confindustria Nautica Piero Formenti ha descritto una nautica che procede sostanzialmente a tre velocità: i grandi yacht continuano a crescere con forza, il segmento medio tiene, mentre la piccola nautica risente maggiormente dell’incertezza economica e geopolitica che pesa sulle decisioni della classe media.
È una distinzione importante perché evita di raccontare il comparto semplicemente attraverso la fotografia dei megayacht. La nautica italiana è fatta anche di migliaia di aziende che producono componentistica, motori, arredi, elettronica, materiali, servizi, progettazione, accessori e tecnologie. Ed è proprio questa filiera a spiegare perché ogni euro generato dalla cantieristica abbia un effetto economico che Confindustria Nautica stima in 5,2 euro di valore aggiunto complessivo, mentre ogni occupato direttamente nel settore ne attiverebbe 7,1 lungo l’intero sistema economico collegato.
In altre parole, guardare una barca esposta a Genova significa spesso vedere soltanto il prodotto finale di una catena industriale molto più lunga.
Dal Salone delle barche al Salone dell’industria
Anche il programma dell’edizione 2026 sembra voler sottolineare questo passaggio. Accanto all’esposizione tradizionale tornano i TechTrade Days, dedicati ad accessoristica e componentistica, mentre il Design Innovation Award continua a premiare prodotti che combinano ricerca, qualità tecnica, design e sostenibilità.
Ci saranno poi incontri sull’economia del mare, sulla sostenibilità dello yachting e sul turismo nautico, mentre il nuovo spazio Living Made in Italy guarda specificamente alle imbarcazioni oltre i 24 metri. Non è quindi soltanto una questione di vendere più barche, ma di mettere insieme progettisti, cantieri, fornitori, tecnologia, design, formazione, investitori e mercati internazionali.
In questo senso Genova prova sempre più esplicitamente a posizionarsi non come il luogo nel quale una volta all’anno si parcheggiano molti yacht, ma come il punto d’incontro di un ecosistema industriale.
Il problema, come spesso accade, sono anche le persone
C’è però una sfida meno fotogenica delle barche attraccate al Waterfront, ma probabilmente ancora più importante: trovare e formare le persone necessarie a far crescere l’industria.
Non sorprende quindi che una delle novità più interessanti del Salone sia la Blue Arena, realizzata all’interno del Palasport con l’obiettivo dichiarato di avvicinare alla nautica un pubblico più ampio e, soprattutto, le nuove generazioni. Al suo interno trovano spazio iniziative dedicate all’avvicinamento alla navigazione, startup e innovazione, formazione, professioni del mare e mondo della vela. L’accesso alla Blue Arena è gratuito e resta anche il biglietto agevolato per gli under 25.
Può sembrare un dettaglio collaterale. In realtà tocca uno dei nodi centrali di molte filiere manifatturiere italiane: abbiamo imprese capaci di competere sui mercati globali, ma spesso facciamo molta più fatica a spiegare a un ragazzo di vent’anni che dietro una barca da trenta metri non esistono soltanto un armatore e un cantiere. Esistono ingegneri, saldatori specializzati, designer, tecnici elettronici, falegnami, progettisti, esperti di materiali, installatori, professionisti digitali e decine di altre competenze.
Per questo la sfida dei giovani non riguarda soltanto il tentativo di trovare i clienti delle barche di domani. Riguarda soprattutto la possibilità di trovare le persone che quelle barche dovranno progettarle, costruirle e farle funzionare.
E poi c’è Genova
Il Salone 2026 prova infine a uscire fisicamente dai propri cancelli. La città ha costruito un vero “Salone all’Aperto”, con iniziative ed eventi che accompagnano la manifestazione e cercano di replicare, almeno nell’idea, il rapporto che Milano ha sviluppato negli anni tra Salone del Mobile e Fuorisalone.
È un passaggio tutt’altro che secondario. Le grandi fiere contemporanee competono infatti non soltanto sulla quantità degli espositori, ma sulla capacità di trasformare per alcuni giorni una città intera nel luogo nel quale “bisogna esserci”. Genova parte da un vantaggio evidente: il mare non è una scenografia aggiunta per l’occasione, ma parte della propria identità economica e urbana. La trasformazione del Waterfront di Levante rafforza ulteriormente questo rapporto e crea nuove infrastrutture destinate a rimanere anche dopo che l’ultima barca avrà lasciato il Salone.
Il tentativo, dunque, è ambizioso: fare del Salone non soltanto uno dei grandi appuntamenti nautici internazionali, ma una piattaforma capace di tenere insieme industria, città, formazione, turismo, innovazione e cultura del mare.
Mille barche, ma soprattutto migliaia di imprese
Naturalmente per chi visiterà Genova nei prossimi giorni saranno le barche ad attirare per prime l’attenzione. Ed è anche giusto così.
Ma forse la parte più interessante del Salone Nautico è precisamente quella che si vede meno. È la dimostrazione di ciò che accade quando design, manifattura, tecnologia, artigianato altamente specializzato e capacità di vendere sui mercati internazionali riescono ancora a stare dentro la stessa filiera.
La nautica italiana qualche problema ce l’ha, soprattutto nei segmenti più esposti all’incertezza economica. Ha davanti la transizione ambientale, la necessità di innovare, il problema delle competenze e una concorrenza internazionale che certamente non aspetta.
Ma parte da una condizione che molti altri settori italiani vorrebbero avere: il mondo le barche italiane continua a volerle comprare.
E forse, tra le oltre mille esposte a Genova, il vero prodotto da osservare è proprio questo.