
Il Sole 24 Ore dedica oggi un ampio approfondimento ai NEET e sceglie un titolo perfettamente corretto: «Calano i giovani fuori da studio e lavoro ma sono ancora 1,87 milioni». Il dato merita attenzione, anche perché 1,87 milioni di persone tra 15 e 34 anni fuori contemporaneamente da lavoro, studio e formazione non sono esattamente un dettaglio. Ma leggere soltanto quel numero rischia di farci ripetere una discussione che conosciamo già: l’emergenza giovani, la formazione che non funziona, le aziende che cercano persone e non le trovano e, da qualche parte sullo sfondo, l’inevitabile commento secondo cui i ragazzi di oggi non avrebbero più molta voglia di lavorare.
Peccato che, mettendo in fila gli stessi dati, la storia diventi parecchio meno semplice.
Nel 2018 i NEET italiani tra 15 e 34 anni erano poco più di 3 milioni. Nel 2025 sono circa 1,87 milioni e il tasso è sceso al 15,6%. Non si tratta soltanto dell’effetto della riduzione demografica: diminuisce anche l’incidenza del fenomeno sulla popolazione della stessa età. E se adottiamo la fascia 15-29 anni utilizzata dall’Unione europea per il target 2030, il miglioramento appare ancora più netto: l’Italia è passata dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025, una riduzione di 12,4 punti percentuali, la maggiore registrata tra tutti i 27 Paesi UE.
Questo non trasforma l’Italia in un caso di successo. La media europea dei NEET 15-29 è infatti all’11% e noi, con il 13,3%, restiamo dietro quasi tutta l’Unione: peggio fanno Romania, Bulgaria e Grecia. Il target europeo al 2030 è inferiore al 9%. Però tra dire che abbiamo ancora un problema e sostenere implicitamente che nulla abbia funzionato c’è una bella differenza. Abbiamo recuperato più di un milione di persone e dimezzato buona parte della distanza dall’Europa. Il problema, semmai, è che adesso rimane la parte più resistente.
Il NEET italiano diventa più grave proprio crescendo
È qui che l’aggregato degli 1,87 milioni comincia a diventare poco utile. Tra i 15 e i 19 anni il tasso italiano è oggi appena del 4,5%, contro il 5,3% della media europea della stessa fascia. Tra 20 e 24 anni passa però al 15,2%; tra 25 e 29 arriva al 20% e tra 30 e 34 raggiunge il 21,9%. Il problema italiano, quindi, non si concentra prevalentemente nel teenager che lascia la scuola e decide di non fare nulla. Aumenta nel momento in cui l’istruzione dovrebbe trasformarsi in lavoro e il lavoro dovrebbe cominciare a trasformarsi in autonomia.
Cambiano anche le persone che troviamo dentro l’acronimo. Tra i 20 e i 24 anni uomini e donne hanno tassi quasi identici, rispettivamente 14,9 e 15,6%. Nella fascia 25-29 il tasso femminile sale al 24,9% contro il 15,5% maschile. Tra 30 e 34 anni siamo al 30,3% per le donne e 13,8% per gli uomini. Nel Sud e nelle Isole, per una donna tra 30 e 34 anni, si arriva addirittura al 44,8%.
Non stiamo più parlando dello stesso problema che avevamo a 18 anni. Nelle età adulte aumentano il peso delle responsabilità familiari e di cura, della disoccupazione di lunga durata e, soprattutto nel Mezzogiorno, dello scoraggiamento. La stessa ricerca Dedalo costruita sui microdati Istat insiste esattamente su questo punto: il NEET non è una popolazione omogenea e non può essere affrontato con una terapia unica.
E qui arriviamo alle aziende.
Introvabili. Ma per chi?
Il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere rileva che nel 2025 le imprese italiane hanno dichiarato difficile reperire circa il 47% dei profili ricercati. Per i laureati la percentuale arriva al 50,9%, per i diplomati ITS Academy addirittura al 57,3%. Sono numeri costruiti su un’indagine che nel 2025 ha coinvolto 294 mila imprese e riguardano ingressi lavorativi di durata superiore a trenta giorni: non una sensazione raccolta al bar degli imprenditori.
Quindi abbiamo contemporaneamente quasi 1,9 milioni di giovani adulti fuori da lavoro e formazione e aziende che non riescono a coprire quasi un’assunzione su due.
Qualcosa evidentemente non torna, ma sarebbe troppo facile decidere da quale delle due parti stia la colpa. Un tecnico meccatronico introvabile in Veneto non coincide automaticamente con un trentenne disoccupato in Sicilia. Una laureata che ha lasciato il mercato del lavoro dopo la maternità non risolve necessariamente il problema di un’azienda che cerca un elettricista. E una persona disponibile a trasferirsi non lo farà per forza se il salario offerto non le consente di pagare una stanza nella città dove si trova il posto.
Il mismatch non è soltanto un problema di competenze. È un problema di competenze, geografia, salario, housing, mobilità, orari, esperienza richiesta e condizioni familiari. E a volte riguarda anche il modo in cui le imprese costruiscono le proprie ricerche: se per un ruolo junior servono tre anni di esperienza, cinque giorni di presenza in una città dove una stanza costa metà dello stipendio e disponibilità praticamente illimitata, il candidato può risultare “introvabile” senza essere mai stato particolarmente misterioso.
Un altro dato europeo dovrebbe farci riflettere. Nel 2025 risultava occupato l’83% dei recenti diplomati e laureati europei tra 20 e 34 anni. In Italia siamo al 71,8%: penultimi nell’UE, davanti soltanto alla Grecia. Qui non stiamo parlando di persone che hanno abbandonato la scuola dieci anni prima, ma di giovani che hanno appena concluso un percorso formativo e che il nostro sistema impiega molto più tempo degli altri a trasformare in lavoratori.
Questo non assolve nessuno, ma complica utilmente il processo. Le università e la formazione devono avvicinarsi maggiormente alle competenze richieste dalle imprese; i giovani devono poter conoscere meglio settori e professioni che offrono opportunità; le aziende devono interrogarsi sulle condizioni alle quali dichiarano di non trovare persone; le politiche pubbliche devono occuparsi anche di ciò che avviene tra la firma di un contratto e la possibilità materiale di accettarlo.
Anche sui corsi di formazione dovremmo cambiare contatore
Il programma GOL permette un’altra osservazione. A giugno 2026 aveva preso in carico oltre 4,3 milioni di persone e formato più di 1,05 milioni, superando ampiamente i target quantitativi del PNRR. È certamente un risultato amministrativo significativo.
Ma sarebbe curioso dichiarare chiusa la questione contando quanti sono entrati in un programma anziché quanti ne sono usciti con un lavoro. La misura interessante dovrebbe diventare quante persone risultino occupate sei, dodici e ventiquattro mesi dopo, per quanto tempo, con quale retribuzione e in quale tipo di contratto. Un corso completato è un’attività realizzata; un’occupazione sostenibile è un risultato. Non sono sinonimi.
Lo stesso vale per le imprese. “Non troviamo le persone” è un’informazione importante, ma dovrebbe diventare l’inizio dell’analisi, non la sua conclusione. Quante aziende hanno modificato i requisiti dopo mesi di ricerca? Quante hanno aumentato la retribuzione? Quante hanno aperto al lavoro ibrido dove possibile? Quante hanno previsto formazione interna invece di cercare un candidato già perfettamente addestrato da qualcun altro? Quante hanno considerato un contributo alla mobilità o all’alloggio nei territori dove la carenza è più grave?
Sono domande meno comode, ma un mercato del lavoro funziona quando domanda e offerta si adattano reciprocamente. Non quando ciascuna parte aspetta che sia soltanto l’altra a farlo.
Il prossimo milione non si recupera con la stessa ricetta
Il dato positivo che emerge dall’approfondimento del Sole è quindi più importante di quanto possa sembrare: l’Italia ha dimostrato di poter ridurre enormemente il fenomeno. Quello preoccupante è che i NEET rimasti sono progressivamente più concentrati dove gli strumenti standard funzionano peggio: età più mature, Mezzogiorno, carichi di cura, disoccupazione lunga, scoraggiamento e distanza territoriale dalle opportunità.
Il prossimo passo non dovrebbe quindi essere l’ennesimo grande programma indistinto “per i giovani”, ma una politica molto più granulare. A qualcuno serve formazione; a qualcuno un primo impiego; a qualcuno un asilo; a qualcuno un alloggio vicino al lavoro; a qualcuno un percorso di rientro dopo cinque anni fuori; a qualcuno un datore di lavoro disposto a insegnargli ciò che oggi pretende di trovare già pronto.
Il Sole ci ricorda oggi che sono ancora 1,87 milioni. È giusto preoccuparsi.
Ma il dato più interessante forse è un altro: ne abbiamo recuperato oltre un milione e, contemporaneamente, quasi metà delle persone cercate dalle aziende continua a risultare difficile da trovare.
Continuare a chiamarlo semplicemente “problema dei giovani” comincia ad assomigliare molto a un alibi.