
La vendemmia 2026 sarà meno abbondante a causa della crisi idrica, ma nelle cantine italiane restano oltre 45 milioni di ettolitri tra vino e mosti. Il problema non è più soltanto quanto si raccoglie: è quanto il mercato riesce davvero ad assorbire.
Per un agricoltore la siccità è una cattiva notizia. Per il mercato italiano del vino, quest’anno, rischia paradossalmente di essere una cattiva notizia non abbastanza cattiva. Le rese della vendemmia 2026 si stanno riducendo per effetto dello stress idrico e delle alte temperature, ma il calo della produzione potrebbe non bastare a riequilibrare un settore nel quale l’offerta continua a correre più velocemente della domanda.
I numeri spiegano perché. Al 31 luglio nelle cantine italiane risultavano 42,5 milioni di ettolitri di vino e altri 3,1 milioni di mosti, oltre a una quota residuale di vino ancora in fermentazione. Le sole scorte di vino sono il 6,9% superiori a un anno prima e quelle dei mosti addirittura il 31,5% in più. Non si tratta, inoltre, soltanto di prodotto generico: oltre l’81% del vino stoccato è DOP o IGP.
Il problema viene da più lontano della vendemmia. Secondo l’OIV, nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a 208 milioni di ettolitri, il 2,7% in meno in un solo anno e circa il 14% in meno rispetto al 2018. In Italia la contrazione stimata è stata del 9,4%, mentre negli Stati Uniti, il più grande mercato mondiale, il consumo è diminuito del 4,3%. Cambiano le generazioni, le occasioni di consumo e la sensibilità verso l’alcol, mentre inflazione e incertezza economica fanno il resto.
A questo si aggiunge l’export. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni italiane di vino hanno perso il 6,8% in valore e il 3,7% in volume rispetto al 2025; verso gli Stati Uniti il calo in valore arriva al 15,4%. Dazi, dollaro, consumi più deboli e concorrenza stanno quindi trasformando quello che sembrava un problema congiunturale in una questione di capacità produttiva.
La reazione è già cominciata. Brunello di Montalcino e Chianti Classico, per esempio, hanno ridotto le rese autorizzate per il 2026, rispettivamente da 80 a 70 e da 75 a 65 quintali per ettaro. Unione Italiana Vini chiede interventi ancora più strutturali, perché produrre entro i limiti previsti da un disciplinare non significa necessariamente produrre una quantità che il mercato sia disposto a comprare.
La Francia è andata più avanti: dopo interventi di espianto per circa 35mila ettari, nel 2026 ha varato nuovi incentivi alla riduzione definitiva del vigneto e una distillazione di crisi fino a 1,2 milioni di ettolitri. È una soluzione brutale, ma economicamente comprensibile: quando una capacità produttiva diventa strutturalmente superiore alla domanda, prima o poi quella capacità deve diminuire.
Piero Antinori pone però l’altra metà del problema: ridurre non basta. Servono qualità più alta, prodotti capaci di intercettare la domanda di vini a minore gradazione e un lavoro molto più serio sul modo in cui il vino viene raccontato alle nuove generazioni.
Ed è probabilmente questa la parte più interessante anche fuori dal settore vitivinicolo. Un’impresa può avere un problema di sovrapproduzione persino mentre produce meno di prima. Succede quando è il mercato a essersi ristretto più velocemente della capacità produttiva. A quel punto tagliare l’offerta serve, ma non sostituisce strategia, innovazione e riposizionamento. La siccità può ridurre una vendemmia. Non può creare clienti.