
Nel 2025 solo 4.082 nuove iscrizioni alla Cassa Forense contro 6.931 cancellazioni. Gli avvocati scendono a 228.641, ma l’Italia continua ad averne quasi quattro ogni mille abitanti e oltre 2,7 volte la mediana europea. Crisi della professione o riequilibrio di un mercato troppo affollato?
Per anni abbiamo detto che in Italia c’erano troppi avvocati. Adesso che iniziano a diminuire, ci preoccupiamo.
E i numeri, a prima vista, sembrano effettivamente preoccupanti.
Nel 2025 le nuove iscrizioni alla Cassa Forense sono state appena 4.082, contro 6.931 cancellazioni: saldo negativo di 2.849 professionisti. Un anno prima i nuovi ingressi erano stati 5.772. Significa che in dodici mesi le nuove iscrizioni si sono ridotte di circa il 29%.
Anche lo stock complessivo continua a scendere. Gli iscritti agli Albi e alla Cassa erano 245.030 nel 2020; a fine 2025 sono diventati 228.641: oltre 16mila in meno in cinque anni, una contrazione di circa il 6,7%.
La tentazione è immediata: parlare di fuga dall’avvocatura, di una professione che non attrae più i giovani e di un sistema in crisi.
Tutto vero, almeno in parte.
Ma manca un pezzo importante della storia: 228mila avvocati, in Italia, sono ancora tantissimi.
Quasi quattro avvocati ogni mille italiani
Al 31 dicembre 2025 l’Italia aveva poco meno di 59 milioni di residenti. Incrociando quel dato con i 228.641 professionisti censiti da Cassa Forense si arriva a circa 3,9 avvocati ogni mille abitanti.
E la distribuzione non è nemmeno uniforme. Secondo Cassa Forense, in Calabria si arriva a 6,2 avvocati ogni mille abitanti, in Campania a 5,7; all’estremo opposto ci sono Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, rispettivamente con 1,7 e 1,4.
Il confronto europeo rende ancora più interessante il dato.
L’ultima rilevazione CEPEJ utilizzata per l’EU Justice Scoreboard 2026, riferita al 2024, registra in Italia 379,8 avvocati ogni 100mila abitanti. La mediana dei Paesi UE è 138,7. In altre parole, l’Italia si colloca a circa 2,7 volte la mediana europea.
Naturalmente confrontare sistemi legali differenti richiede cautela: funzioni, accesso alla professione e organizzazione della giustizia non sono identici in tutta Europa. Ma la distanza è abbastanza ampia da rendere legittima una domanda: il calo degli avvocati è necessariamente una cattiva notizia?
Forse non è una fuga. O almeno, non è solo una fuga
È interessante che una risposta arrivi dalla stessa area previdenziale forense.
Una recente analisi pubblicata da La Previdenza Forense parla di una fase di “assestamento naturale” e descrive quello italiano come un mercato saturo e fortemente competitivo. La lettura è che una parte della contrazione possa rappresentare un riallineamento tra domanda e offerta dopo una lunga fase di espansione della professione.
È una distinzione importante.
Se diminuiscono gli avvocati perché una professione fondamentale non riesce più ad attirare persone capaci, il problema è evidente.
Se invece una parte delle uscite riguarda attività economicamente marginali in un mercato che aveva accumulato un numero eccezionalmente elevato di professionisti, il fenomeno assume un significato molto diverso.
Probabilmente stanno succedendo entrambe le cose contemporaneamente.
Meno avvocati, redditi medi più alti
C’è infatti un altro dato che complica ulteriormente il racconto della “crisi”.
Mentre il numero degli avvocati diminuisce, crescono i redditi della categoria.
Il reddito complessivo prodotto dagli avvocati nel 2024 ha raggiunto circa 11,23 miliardi di euro, +7,1% rispetto all’anno precedente. Il reddito medio è salito a 51.912 euro, con una crescita dell’8,9%.
Non è un paradosso.
La riduzione del numero di professionisti può contribuire ad aumentare la media, soprattutto se dal mercato escono maggiormente attività con redditi bassi. Ma i dati disponibili non consentono di attribuire automaticamente l’aumento del reddito a questo solo effetto.
Soprattutto, 51.912 euro è una media che nasconde differenze enormi.
Il 5,3% degli iscritti dichiara un reddito professionale pari o inferiore a zero. Un quarto dei dichiaranti non raggiunge 10.300 euro e il 45,6% rimane sotto 22.367 euro. Solo il 7,9% supera i 121.900 euro.
Più che un’unica avvocatura, insomma, sembrano esistere mercati professionali molto diversi sotto la stessa etichetta.
E poi c’è il problema dei giovani
Il riequilibrio numerico non risolve però un’altra questione: chi prenderà il posto di chi esce?
Cassa Forense segnala esplicitamente la contrazione delle nuove generazioni e un progressivo invecchiamento della categoria. L’età media degli avvocati non pensionati è passata da 42,2 anni nel 2005 a 49,5 anni nel 2025.
Ed è qui che il calo delle nuove iscrizioni diventa più significativo del semplice calo del numero complessivo.
Un mercato può anche avere bisogno di meno professionisti. Ma se smette di attrarre giovani mentre la popolazione professionale esistente invecchia, rischia di perdere contemporaneamente competenze, innovazione e capacità di trasformazione.
Il problema quindi non è necessariamente avere meno avvocati. È avere sempre meno giovani che vogliono diventarlo.
Le donne se ne vanno più degli uomini
C’è poi una seconda selezione, molto meno facile da definire fisiologica.
Dei 228.641 professionisti rilevati nel 2025, 106.655 sono donne e 121.986 uomini. Nell’arco di dieci anni la riduzione ha riguardato soprattutto la componente femminile: 4.238 donne in meno contro 2.176 uomini.
E il dato si accompagna a una differenza reddituale enorme.
Nel 2024 il reddito medio degli uomini è stato di 67.959 euro. Quello delle donne di 33.829 euro: praticamente la metà.
Qui parlare semplicemente di riequilibrio del mercato sarebbe quindi riduttivo.
Perché se la selezione finisce per espellere in misura maggiore professionisti più giovani, donne o persone con redditi iniziali più bassi, il risultato potrebbe essere un mercato numericamente più sostenibile ma non necessariamente migliore.
La vera domanda non è quanti avvocati servono
Probabilmente quindi non stiamo assistendo alla semplice “crisi degli avvocati”.
Stiamo assistendo alla fine di un modello.
Per decenni laurea in Giurisprudenza, praticantato, esame di Stato e iscrizione all’Albo hanno rappresentato una traiettoria quasi naturale. Oggi il mercato legale è molto più frammentato: grandi studi, boutique specializzate, professionisti individuali, consulenza aziendale, compliance, privacy, tecnologia, proprietà intellettuale, legal tech e nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale competono per competenze e clienti.
E in un Paese che nel 2024 aveva 379,8 avvocati ogni 100mila abitanti contro una mediana europea di 138,7, una riduzione quantitativa non può essere automaticamente interpretata come un’emergenza.
La vera questione è un’altra.
L’Italia sta semplicemente perdendo avvocati o sta selezionando una professione più specializzata, produttiva e sostenibile?
I primi segnali consentono entrambe le letture.
I professionisti diminuiscono. Gli ingressi crollano. La categoria invecchia e le donne abbandonano più degli uomini.
Ma contemporaneamente i redditi crescono e il numero degli avvocati rispetto alla popolazione rimane straordinariamente elevato.
Forse, quindi, la notizia non è che gli avvocati stanno finendo.
È che dopo decenni di crescita, il mercato potrebbe aver iniziato a chiedersi quanti ne servano davvero.