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29/07/2026
Diritto

Riforma forense, l’avvocato si avvicina all’impresa: meno incompatibilità e nuovi modelli professionali

Il Senato conclude l’iter della legge delega che ridisegna l’ordinamento dell’avvocatura. Più spazio alle cariche societarie, alle reti professionali e ai giuristi d’impresa, insieme a nuove tutele per compensi e collaborazioni. Ma il cambiamento concreto dipenderà dai decreti attuativi.

Dopo oltre tredici anni dalla legge professionale del 2012, l’avvocatura italiana si prepara a cambiare regole, organizzazione e, almeno in parte, rapporto con il mondo delle imprese.

Il 22 luglio il Senato ha approvato definitivamente la legge delega per la riforma dell’ordinamento forense con 114 voti favorevoli, nessun contrario e 19 astensioni. Il testo, già approvato dalla Camera il 26 maggio, affida al Governo sei mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare uno o più decreti legislativi, ai quali potranno seguire provvedimenti correttivi entro i dodici mesi successivi.

È una precisazione importante. La riforma ha terminato il proprio percorso parlamentare, ma gran parte delle novità non diventa automaticamente operativa. La legge stabilisce l’architettura, i principi e la direzione del cambiamento; saranno i decreti delegati a definire procedure, limiti, controlli e modalità applicative.

Una professione meno isolata

Il passaggio più interessante, soprattutto dal punto di vista economico e organizzativo, riguarda il progressivo superamento del modello dello studio legale costruito esclusivamente intorno al singolo professionista.

La riforma riconosce che il mercato dei servizi legali è diventato più complesso. Le imprese hanno bisogno di competenze specialistiche, strutture multidisciplinari, capacità tecnologiche e organizzazioni in grado di lavorare su operazioni che coinvolgono diritto societario, fiscalità, lavoro, finanza, proprietà intellettuale e mercati internazionali.

Per questo il testo disciplina in maniera più organica associazioni, reti professionali e società tra avvocati, prevedendo anche la presenza di soci non professionisti. Nelle società di capitali, tuttavia, i professionisti dovranno conservare almeno i due terzi del capitale e dei diritti di voto, mentre la maggioranza dell’organo di gestione dovrà essere composta da avvocati. L’obiettivo è consentire l’ingresso di competenze e risorse esterne senza consegnare il controllo dell’attività legale al capitale finanziario.

Si tratta di un’apertura rilevante, ma non priva di rischi. La capacità di attrarre investimenti può favorire la crescita degli studi, l’adozione di tecnologie e la costruzione di reti internazionali. Allo stesso tempo, la presenza di soci non professionisti rende ancora più delicata la tutela dell’indipendenza dell’avvocato, del segreto professionale e la gestione dei conflitti di interesse. Proprio questi aspetti saranno uno dei principali banchi di prova dei decreti attuativi.

Le incompatibilità vengono ridotte, non cancellate

Uno dei punti maggiormente evidenziati dalla riforma è la revisione delle incompatibilità.

Il principio generale non scompare: l’avvocato continua a non poter esercitare liberamente qualsiasi altra attività professionale o imprenditoriale. Rimangono, tra le altre, l’incompatibilità con la professione notarile, con attività lavorative continuative e con l’esercizio diretto di un’attività d’impresa.

La delega amplia però il numero delle attività considerate compatibili. Tra queste rientrano alcune cariche nelle società di capitali, anche cooperative o a partecipazione pubblica, gli incarichi nelle procedure concorsuali e nella gestione delle crisi d’impresa, l’amministrazione condominiale e alcune attività professionali o sportive individuate dalla legge.

La novità più significativa è la possibilità di assumere ruoli come amministratore unico, consigliere delegato, presidente o liquidatore di società di capitali. Non significa trasformare l’avvocato in imprenditore, ma riconoscere che le competenze legali possono avere un ruolo diretto anche nella governance delle organizzazioni.

Per le aziende può tradursi nella possibilità di coinvolgere professionisti con una preparazione giuridica specifica non soltanto come consulenti esterni, ma anche negli organi in cui vengono assunte le decisioni.

Più certezza per i giuristi d’impresa

La riforma interviene anche sul lavoro legale svolto all’interno delle aziende.

Il testo riconosce la possibilità di prestare attività di consulenza legale stragiudiziale nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato, quando questa viene svolta nell’interesse esclusivo del datore di lavoro. È un passaggio particolarmente rilevante per i legal department e per i giuristi d’impresa, che operano quotidianamente su contratti, compliance, governance e gestione del rischio senza necessariamente svolgere attività giudiziale.

Confindustria ha accolto positivamente questa impostazione, considerandola un punto di equilibrio tra le prerogative riservate alla professione forense e le esigenze operative delle imprese.

Anche in questo caso, tuttavia, sarà necessario capire come verranno disciplinati l’autonomia tecnica del professionista, il rapporto con l’organizzazione aziendale e l’eventuale iscrizione negli albi.

Compensi, obiettivi e responsabilità nei pagamenti

La sostenibilità economica della professione è un altro asse centrale della riforma.

La delega conferma il principio dell’equo compenso e prevede che il corrispettivo sia proporzionato alla quantità e alla qualità dell’attività svolta. Viene inoltre aperta la possibilità di collegare parte del compenso ai risultati raggiunti, sempre in proporzione al lavoro effettuato.

I parametri ministeriali dovrebbero essere aggiornati con maggiore frequenza, mentre viene introdotto il principio della responsabilità solidale nei pagamenti tra i soggetti coinvolti negli accordi giudiziali o arbitrali. L’obiettivo è ridurre il rischio che il professionista completi il proprio incarico senza riuscire poi a incassare quanto concordato.

È un intervento che interessa soprattutto gli studi più piccoli e i giovani avvocati, spesso esposti a rapporti contrattuali squilibrati e a tempi di pagamento particolarmente lunghi.

La monocommittenza entra finalmente nelle regole

Molti avvocati lavorano formalmente come autonomi, ma operano stabilmente per un solo studio, una rete professionale o una società tra avvocati.

La riforma introduce una disciplina specifica per questa condizione, con l’obiettivo di garantire l’autonomia professionale e prevedere un compenso congruo e proporzionato.

È uno dei passaggi più delicati dell’intero provvedimento. La monocommittenza non può essere automaticamente assimilata al lavoro subordinato, ma neppure ignorata come se ogni collaborazione professionale fosse realmente indipendente.

Molto dipenderà da come saranno definiti il compenso minimo, la libertà organizzativa, la gestione della clientela, le responsabilità e le modalità di cessazione del rapporto.

Il nuovo esame è già su un binario parallelo

Mentre la riforma complessiva attende i decreti legislativi, il nuovo esame di Stato è già stato disciplinato dal decreto-legge 100 del 12 giugno 2026.

Il modello prevede una sessione annuale con due prove scritte in presenza e una prova orale. Gli scritti consisteranno in un parere motivato e in un atto giudiziario; l’orale comprenderà la soluzione di un caso pratico, quesiti di diritto sostanziale e processuale e una parte dedicata a ordinamento, deontologia e previdenza forense. La disciplina è destinata ad applicarsi già alla sessione 2026, ferma restando la conversione parlamentare del decreto-legge.

L’impostazione prova a superare sia il tradizionale sistema delle tre prove scritte sia le modalità eccezionali introdotte durante il periodo pandemico. Resta però aperta la questione più ampia: non soltanto come selezionare i futuri avvocati, ma come formarli per una professione sempre più tecnologica, multidisciplinare e internazionale.

Una modernizzazione ancora da costruire

La riforma indica una direzione condivisibile: studi più organizzati, nuove forme societarie, minori incompatibilità, maggiore tutela economica e un rapporto più chiaro tra professione forense e impresa.

Non sarebbe però corretto presentarla come una rivoluzione già completata.

La legge delega contiene molte aperture, ma lascia al Governo un margine ampio nella loro attuazione. Saranno i decreti legislativi a stabilire se le nuove regole produrranno davvero studi più competitivi, collaborazioni più equilibrate e una maggiore integrazione con il sistema delle imprese oppure se rimarranno prevalentemente principi sulla carta.

Il voto del Senato chiude quindi la prima fase. Quella decisiva comincia ora.

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