25/07/2026
Innovazione

Venture capital italiano: più capitali, meno round. La crescita c’è, la svolta ancora no

Nel primo semestre 2026 gli investimenti raggiungono 813 milioni di euro, ma il mercato si concentra sulle operazioni più mature. Senza regole stabili e maggiori capitali istituzionali, l’Italia continua a viaggiare con le marce ridotte.

Il venture capital italiano cresce, ma non riesce ancora a compiere quel salto dimensionale che da anni sembra essere imminente. Nel primo semestre del 2026 sono stati investiti nelle startup e nelle imprese innovative italiane 813 milioni di euro attraverso 145 round. Un risultato nettamente superiore ai 545 milioni raccolti nello stesso periodo del 2025, quando però le operazioni erano state 210. I capitali aumentano, dunque, mentre diminuisce il numero delle aziende finanziate.

Anche il confronto tra i primi due trimestri dell’anno restituisce un quadro solo apparentemente contraddittorio. Tra aprile e giugno sono stati conclusi 76 round, contro i 69 del primo trimestre, mentre il capitale investito è sceso leggermente da 411 a 402 milioni di euro. Al netto dei mega round, il secondo trimestre viene comunque indicato come il secondo migliore di sempre, grazie soprattutto all’aumento della dimensione media e mediana delle operazioni.

È il segnale di un ecosistema che sta diventando più maturo, ma anche più selettivo. La crescita non è distribuita in modo uniforme lungo tutta la filiera dell’innovazione. Le operazioni pre-seed e seed continuano a rappresentare il 59% dei round, ma raccolgono rispettivamente 37 e 135 milioni di euro. I round di Serie A e Serie B+, pur costituendo appena il 21% delle transazioni, concentrano invece il 68% del capitale investito, con complessivi 550 milioni.

Questa concentrazione può essere letta positivamente: alcune imprese italiane stanno crescendo e hanno finalmente bisogno di finanziamenti più consistenti. Ma evidenzia anche un problema. Se si riducono le operazioni nelle fasi iniziali, rischia di assottigliarsi il bacino dal quale dovrebbero emergere le scaleup dei prossimi anni. Un ecosistema non può vivere soltanto di pochi round importanti; ha bisogno di una base ampia di nuove imprese, sperimentazioni e investimenti ad alto rischio.

A guidare il mercato è soprattutto il software, compresi l’intelligenza artificiale e il machine learning, che rappresenta il 25% delle operazioni italiane e raccoglie 214 milioni di euro. Seguono Smart City, con 165 milioni, e FinTech, con 156 milioni. Tra le principali operazioni del trimestre figurano i round di WeRoad, Smartness e Lexroom.

Il peso dell’intelligenza artificiale diventa ancora più evidente allargando lo sguardo all’Europa. Nei primi sei mesi del 2026 il mercato continentale ha raggiunto 44 miliardi di euro distribuiti su 5.330 round, con l’AI capace di assorbire il 60% dei capitali. I mega round rappresentano soltanto l’1,3% delle operazioni, ma concentrano il 64% dell’ammontare investito.

Il confronto internazionale continua tuttavia a mostrare la distanza dell’Italia dai principali hub. Il Regno Unito ha raccolto circa 20 miliardi di euro nel semestre, pari al 46% degli investimenti europei, mentre la Francia ha raggiunto 6,8 miliardi. Gli 813 milioni italiani rappresentano quindi un progresso significativo rispetto al passato, ma restano insufficienti per parlare di un vero cambio di scala.

La questione non riguarda soltanto la qualità delle startup. Le imprese innovative, le competenze e i progetti esistono. Ciò che continua a mancare è un’architettura capace di accompagnarli con continuità: incentivi fiscali stabili, un maggiore coinvolgimento degli investitori istituzionali, regole chiare e strumenti in grado di sostenere le aziende anche nelle fasi successive alla prima raccolta.

Restano infatti aperti dossier come il ripristino dell’incentivo fiscale del 30% per chi investe in startup e PMI innovative, i chiarimenti sulla Legge annuale per la concorrenza e la realizzazione di un Testo unico dedicato alle startup. L’incertezza normativa non blocca completamente il mercato, ma ne riduce velocità, prevedibilità e capacità di attrarre nuovi capitali.

Il venture capital italiano non è fermo. Sta crescendo, selezionando operazioni più strutturate e finanziando aziende più mature. Ma consolidarsi non significa necessariamente decollare. Senza una strategia industriale e finanziaria stabile, il rischio è arrivare alla fine del 2026 con un risultato migliore dell’anno precedente, continuando però a chiamare “svolta” una crescita che avviene ancora con le marce ridotte.


Leggi anche

A Torino da oggi sull’app anche biciclette, monopattini condivisi, bus, tram e metro

Cinzia Ficco

Ai applicata alla Finanza: entro il 2030 il mercato globale supererà i 55 miliardi di dollari di fatturato

Cinzia Ficco

Fatturato e dipendenti in crescita per la toscana HiSolution

Cinzia Ficco