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14/07/2026
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Lo smart working non basta: il near-working può ridurre costi, traffico e uffici vuoti

Una ricerca di Ilaria Mariotti, Chiara Tagliaro e Federica Rossi mostra che lavorare vicino a casa, anziché necessariamente da casa, può trasformare il lavoro flessibile in una politica aziendale e territoriale.


Per anni abbiamo discusso di smart working come se le alternative possibili fossero soltanto due: andare in ufficio oppure restare a casa. Una contrapposizione semplice, ma sempre meno sufficiente per descrivere come stanno cambiando il lavoro, le città e le esigenze delle persone.

Una ricerca di Ilaria Mariotti, Chiara Tagliaro e Federica Rossi introduce nel dibattito una terza possibilità: il near-working, cioè il lavoro svolto in uffici satellite, coworking, biblioteche, sedi pubbliche attrezzate o altri spazi professionali vicini all’abitazione del lavoratore.

Non si tratta soltanto di accorciare il tragitto tra casa e ufficio. Il near-working prova a conservare alcuni vantaggi del lavoro in presenza, come la separazione fra ambiente domestico e professionale, la disponibilità di spazi adeguati e la possibilità di incontrare altre persone, riducendo contemporaneamente il tempo, i costi e l’impatto ambientale del pendolarismo.

La questione interessa direttamente imprese, amministrazioni e responsabili delle risorse umane. Se progettato in modo strutturato, il lavoro flessibile non è infatti soltanto un benefit concesso ai dipendenti, ma può diventare uno strumento per riorganizzare immobili, mobilità, processi e presenza sul territorio.

Non basta stabilire quanti giorni si lavora da remoto

Molte politiche aziendali sul lavoro ibrido si sono concentrate quasi esclusivamente sul numero di giorni trascorsi fuori dall’ufficio. Due giorni da casa, tre in presenza; oppure il contrario. Il risultato è spesso una regolamentazione amministrativa dello smart working, senza una vera riprogettazione del lavoro.

La ricerca, pubblicata con il titolo “Flexible Working Arrangements and Near-Working for More Sustainable and Just Territories”, suggerisce invece di allargare la domanda. Non soltanto quanto si lavora a distanza, ma da dove, in quali condizioni e attraverso quali infrastrutture.

Lavorare sempre da casa può comportare isolamento, difficoltà nel separare vita privata e professionale, spazi inadeguati e trasferimento sul dipendente di una parte dei costi dell’attività lavorativa. Il near-working offre una soluzione intermedia: avvicina il luogo di lavoro alla persona senza coincidere necessariamente con la sua abitazione.

In Europa esistono già esperienze che vanno in questa direzione. La rete irlandese Connected Hubs sostiene attività economiche e comunità anche nelle aree rurali. In Francia si stanno diffondendo i tiers lieux, spazi ibridi destinati al lavoro, alla formazione e alle attività locali. Il Portogallo ha promosso una rete nazionale di telelavoro e coworking nei territori interni.

Anche città italiane come Milano e Bologna hanno sperimentato forme di lavoro di prossimità. La domanda comune è se il lavoro flessibile possa diventare, oltre che uno strumento di welfare, una leva per distribuire meglio attività economiche, servizi e opportunità.

Il caso della Regione Emilia-Romagna

L’esperienza analizzata più approfonditamente dalle autrici è quella della Regione Emilia-Romagna, che ha iniziato a sperimentare lo smart working già nel 2018 attraverso il progetto VELA.

Oggi circa il 94–96% dei dipendenti regionali ha sottoscritto un accordo di lavoro agile, con l’esclusione delle mansioni che non possono essere svolte a distanza. L’accordo ordinario consente di lavorare da remoto fino al 50% delle giornate calcolate su base semestrale, superando la rigidità di una programmazione identica per tutte le settimane.

La percentuale può arrivare all’80% in presenza di figli con meno di quattordici anni. Situazioni legate a disabilità, salute, gravidanza o particolari esigenze familiari possono invece consentire lo svolgimento dell’attività interamente da remoto.

Una flessibilità così estesa ha reso necessario ripensare anche il patrimonio immobiliare. Il piano regionale interessa 67 edifici, 4.721 persone e 5.448 postazioni, delle quali 154 organizzate in spazi di coworking distribuiti tra Bologna e altre città dell’Emilia-Romagna.

Il monitoraggio ha rilevato un’occupazione media degli uffici intorno al 45%, con un livello massimo del 58%. Mantenere per ogni dipendente una scrivania assegnata e inutilizzata per buona parte del tempo sarebbe quindi poco efficiente.

La Regione ha progressivamente introdotto il desk sharing, riducendo le postazioni individuali e destinando più superficie a riunioni, lavoro collaborativo e socialità. Nel 2024 quasi mille dipendenti hanno utilizzato l’applicazione regionale per la prenotazione degli spazi, generando circa 22 mila prenotazioni di postazioni e 3 mila prenotazioni di sale riunioni.

I risparmi non riguardano soltanto gli immobili

I risultati più immediati riguardano gli spostamenti. Secondo le stime riportate nello studio, nel 2024 la riduzione del pendolarismo ha generato un risparmio di circa 9 milioni di euro e di oltre 390 mila ore di viaggio. Le emissioni associate agli spostamenti sarebbero inoltre più che dimezzate.

Si tratta in larga parte di benefici distribuiti tra lavoratori, famiglie, sistema della mobilità e territorio, non necessariamente di risparmi che entrano direttamente nel bilancio dell’organizzazione. Ma per un’impresa rappresentano comunque un elemento importante nella valutazione complessiva delle proprie politiche di lavoro.

A questi effetti si aggiungono quelli relativi agli immobili e ai consumi. La razionalizzazione degli spazi regionali avrebbe prodotto una riduzione stimata di circa 3,8 milioni di euro, equivalente a quasi il 10% dei costi di gestione considerati.

Il dato dovrebbe interessare soprattutto le aziende che, dopo avere introdotto il lavoro ibrido, continuano a gestire uffici organizzati esattamente come quando tutte le persone erano presenti contemporaneamente cinque giorni alla settimana.

Ridurre i giorni di presenza senza modificare superfici, contratti, impianti e modalità di utilizzo delle postazioni rischia infatti di produrre il peggiore dei risultati: uffici semivuoti, ma con costi quasi immutati.

Un modello anche per attrarre e trattenere persone

Il near-working può avere effetti rilevanti anche sull’inclusione. Lavorare vicino a casa può aiutare genitori, caregiver e persone con disabilità, evitando che la maggiore flessibilità si trasformi automaticamente in isolamento domestico.

La Regione Emilia-Romagna ha attivato anche percorsi individuali destinati ai lavoratori più fragili, adattando le modalità di lavoro alle differenti condizioni personali.

Per le imprese, questo significa poter ampliare il bacino geografico da cui selezionare le persone e ridurre il peso quotidiano del pendolarismo, senza rinunciare completamente a luoghi di lavoro professionali. In alcuni settori, una rete di sedi di prossimità potrebbe risultare più efficace di un’unica grande sede centrale o di un modello interamente remoto.

Non mancano, tuttavia, i rischi. Una presenza troppo rarefatta può ridurre il coinvolgimento, rendere più difficile il trasferimento delle competenze e rallentare la crescita professionale di chi lavora più frequentemente a distanza. Le opportunità di carriera potrebbero inoltre favorire chi è più visibile fisicamente rispetto a chi utilizza maggiormente gli strumenti di flessibilità.

Il near-working non elimina questi problemi. Richiede, al contrario, sistemi di valutazione, coordinamento e gestione manageriale più maturi.

La mappa di Milano mostra anche ciò che ancora manca

La localizzazione degli spazi di near-working del Comune di Milano evidenzia le potenzialità, ma anche i limiti dell’attuale offerta. Gli spazi sono ospitati all’interno di alcune biblioteche e di alcuni uffici comunali.

La mappa considera inoltre le stazioni della metropolitana e rappresenta in verde le aree raggiungibili a piedi entro quindici minuti. Solo una parte dei quartieri milanesi risulta però coperta entro questa soglia.

Il dato suggerisce la necessità di ampliare la rete, prevedendo nuovi spazi non soltanto in altre zone della città, ma anche nei comuni dell’area metropolitana, dove risiede una quota significativa delle persone che ogni giorno si spostano per lavorare a Milano.

Perché il near-working produca risultati concreti, gli spazi devono trovarsi realmente vicino alle abitazioni dei lavoratori. Un ufficio satellite collocato a pochi chilometri dalla sede centrale, ma ancora distante dai luoghi di residenza, rischia di ridurre solo marginalmente il problema del pendolarismo.

Didascalia della mappa: Localizzazione degli spazi di near-working del Comune di Milano, delle stazioni della metropolitana e delle aree raggiungibili a piedi entro quindici minuti. Fonte: Manfredini, Mariotti, Rossi (2026), elaborazione DAStU–Politecnico di Milano.

Dallo smart working come concessione al lavoro come sistema

Il caso emiliano-romagnolo non può essere trasferito automaticamente a qualsiasi organizzazione. Riguarda una pubblica amministrazione con un’elevata percentuale di attività svolgibili a distanza, si basa su ipotesi specifiche relative agli spostamenti e presenta risultati ancora relativamente recenti.

La lezione per le imprese resta però rilevante. Il lavoro flessibile produce risultati migliori quando viene progettato come un sistema che tiene insieme persone, processi, mobilità, immobili, tecnologie e territori.

Non basta autorizzare i dipendenti a lavorare da casa. Occorre comprendere quali attività richiedono davvero la presenza, quali spazi sono necessari, come evitare uffici inutilizzati, come mantenere le relazioni professionali e come misurare i risultati.

In questa prospettiva, il near-working non rappresenta una versione più complicata dello smart working. Può essere il passaggio da una politica individuale di flessibilità a una vera strategia organizzativa.

Perché, per molte persone e per molte aziende, lavorare vicino a casa potrebbe rivelarsi molto più trasformativo che lavorare semplicemente da casa.


CREDITI E FONTI

Articolo realizzato su concessione delle autrici, a partire dalla ricerca di Ilaria Mariotti, Chiara Tagliaro e Federica Rossi, “Flexible Working Arrangements and Near-Working for More Sustainable and Just Territories”, pubblicata su Built Environment, vol. 52, n. 2.

Fonte: DAStU–Politecnico di Milano, progetto Horizon REMAKING.

Mappa: Manfredini, Mariotti, Rossi (2026), elaborazione DAStU–Politecnico di Milano.

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