
Nata nel 1926 per promuovere le esportazioni, soppressa e ricostituita nel 2011, oggi l’Agenzia opera attraverso 87 strutture in 74 Paesi. Il centenario offre l’occasione per capire che cosa abbia funzionato, quali limiti restino irrisolti e quale ruolo debba avere nel futuro del Sistema Italia.
Il prossimo 16 luglio l’ICE celebrerà i suoi primi cento anni presentando, insieme all’Istat, il nuovo rapporto sul commercio estero italiano. La ricorrenza si presta naturalmente alle celebrazioni, ai numeri sull’export e alle immagini del Made in Italy nel mondo, ma sarebbe un’occasione sprecata ridurre un secolo di storia a una sequenza di fiere, padiglioni nazionali e nastri tricolori. L’ICE è infatti una delle infrastrutture meno visibili ma più longeve del sistema economico italiano: non produce beni, non finanzia direttamente le imprese e non firma i contratti al loro posto, ma raccoglie informazioni, costruisce relazioni, organizza l’accesso ai mercati e cerca di ridurre quella distanza economica, normativa e culturale che per una piccola o media impresa può rendere proibitivo anche solo il primo passo fuori dall’Italia.
L’ente nacque nel 1926, con il nome di Istituto nazionale per le esportazioni, per «promuovere lo sviluppo delle esportazioni dei prodotti del suolo e dell’industria italiana». Nel 1935 acquisì competenze anche sulle importazioni e divenne Istituto nazionale per gli scambi con l’estero. Le sue origini appartengono quindi all’Italia fascista e alla politica economica che avrebbe progressivamente condotto all’autarchia: un elemento storico che un centenario serio non dovrebbe nascondere. Allo stesso tempo, l’istituzione dimostrò una notevole capacità di sopravvivenza e trasformazione, passando dalla propaganda commerciale degli anni Venti e Trenta alla gestione di parte degli aiuti alleati nel dopoguerra, per concentrarsi poi sullo studio dei mercati e sulla promozione delle esportazioni durante il miracolo economico.
Questa capacità di adattamento non ha impedito una vita istituzionale piuttosto tormentata. Nel 2011 il vecchio Istituto per il commercio estero fu soppresso nell’ambito delle misure di contenimento della spesa pubblica; pochi mesi dopo, attraverso una successiva modifica normativa, prese forma la nuova ICE-Agenzia. La vicenda racconta bene un vizio italiano: oscillare tra l’idea che gli organismi pubblici siano soltanto costi da eliminare e quella, opposta, che basti ricrearli o rinominarli per ottenere una politica industriale. In realtà, la promozione internazionale richiede continuità, competenze specialistiche e relazioni costruite nel tempo, tutte cose difficilmente compatibili con riforme improvvise e frequenti cambiamenti di governance.
Dove l’ICE dimostra di essere utile
Oggi la principale forza dell’Agenzia è la rete internazionale. Alla fine del 2024 contava 69 uffici e 18 punti di corrispondenza, per complessive 87 strutture permanenti in 74 Paesi. È un patrimonio difficilmente replicabile da una singola PMI, perché consente di raccogliere informazioni locali, individuare distributori e partner, organizzare incontri con buyer, assistere le imprese sulle normative e costruire presenze collettive nelle manifestazioni internazionali. Nel 2024 l’ICE ha erogato oltre 65.600 servizi di assistenza a circa 13.600 clienti, mentre il numero complessivo degli utenti dei servizi promozionali, informativi e di assistenza è salito dai 16.634 del 2018 a oltre 25.000.
Anche i dati disponibili sull’efficacia meritano attenzione. Una valutazione realizzata con l’Istat, confrontando aziende clienti ICE con imprese simili che non avevano utilizzato i suoi servizi, ha rilevato che nel biennio 2023-2024 le prime hanno aumentato le esportazioni dell’8,4%, contro una riduzione dell’1,6% del gruppo di controllo. Il differenziale è quindi di dieci punti percentuali per le imprese che avevano partecipato ad attività promozionali o utilizzato assistenza personalizzata a pagamento. Un effetto positivo, seppure più contenuto, è emerso anche per i servizi gratuiti. La soddisfazione media dichiarata dagli utenti è inoltre elevata: 4,2 punti su 5 nell’indagine relativa al 2024.
Sono numeri che impediscono di liquidare l’Agenzia come una macchina burocratica dedicata soltanto all’organizzazione di fiere. Per un sistema produttivo composto da migliaia di imprese piccole, spesso eccellenti sul prodotto ma fragili sul marketing, sulla distribuzione e sulla conoscenza dei mercati, una struttura pubblica capace di condividere informazioni e costi può correggere uno svantaggio reale. L’ICE non crea la competitività di un’azienda e non trasforma un prodotto mediocre in un successo internazionale, ma può ridurre il costo iniziale dell’internazionalizzazione e aiutare un’impresa valida a non presentarsi completamente sola davanti a un mercato sconosciuto.
I limiti dietro i numeri positivi
I risultati, tuttavia, devono essere letti con prudenza. Le imprese che utilizzano i servizi ICE sono mediamente più grandi, produttive, diversificate e già presenti su un maggior numero di mercati rispetto all’universo delle aziende esportatrici. Le tecniche statistiche cercano di correggere questa differenza confrontando imprese simili, ma non possono eliminare completamente il problema della selezione: chi si rivolge all’Agenzia può essere, già in partenza, più organizzato e determinato a crescere all’estero. Gli stessi studi precisano che l’interpretazione causale dipende dalla possibilità di osservare e controllare tutte le caratteristiche rilevanti, cosa che nessuna banca dati può garantire integralmente.
C’è poi un problema di copertura. Il registro statistico utilizzato nel Rapporto ICE censiva circa 121.000 imprese esportatrici attive, mentre gli utenti complessivi dell’Agenzia nel 2024 erano poco più di 25.000, comprendendo peraltro anche soggetti che avevano utilizzato soltanto servizi informativi. Ciò significa che l’ICE raggiunge una parte importante, ma ancora minoritaria, del tessuto potenzialmente interessato. Inoltre, quasi il 58% delle imprese considerate nella più recente valutazione d’impatto aveva sede nel Nord, contro circa il 22% nel Mezzogiorno e nelle isole, nonostante programmi specifici come il Piano Export Sud.
Anche la composizione della spesa solleva qualche interrogativo. Dei circa 191 milioni di euro destinati nel 2024 alle attività promozionali, oltre la metà è stata assorbita da fiere ed eventi all’estero e un ulteriore 18,7% da fiere italiane e attività di incoming. Assistenza, formazione e informazione alle PMI hanno rappresentato il 4,1%, mentre i servizi digitali il 2,6%. Le fiere restano fondamentali in molti settori, soprattutto nella manifattura, nell’agroalimentare e nel design, ma la distribuzione delle risorse mostra quanto il modello continui a dipendere dalla promozione fisica tradizionale. In un’economia nella quale i processi di acquisto, la ricerca dei fornitori e le relazioni professionali si spostano sempre più su piattaforme digitali e comunità specializzate, il rischio è investire molto nel luogo in cui il Made in Italy è abituato a mostrarsi e meno nei nuovi luoghi in cui si formano reputazione e domanda.
A ciò si aggiunge l’affollamento del cosiddetto Sistema Paese. ICE, ambasciate, consolati, Ministero degli Esteri, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, SACE, SIMEST, CDP, Regioni, Camere di commercio, associazioni imprenditoriali e agenzie territoriali intervengono, con strumenti differenti, sullo stesso terreno. La collaborazione può essere una forza, ma per l’impresa può anche trasformarsi in un percorso poco leggibile, con competenze sovrapposte, portali diversi e interlocutori che non sempre comunicano fra loro. Il problema non è la presenza di più soggetti, inevitabile in un sistema complesso, ma la mancanza di un’esperienza realmente unitaria dal punto di vista dell’azienda. Lo stesso portale Export.gov.it, realizzato per offrire un punto di accesso comune, dimostra che l’esigenza di coordinamento è riconosciuta ma non ancora completamente risolta.
Che cosa dovrebbe diventare l’ICE dei prossimi cento anni
Nel 2024 le esportazioni italiane di merci hanno raggiunto 623,5 miliardi di euro, con un avanzo commerciale di 54,9 miliardi. È un risultato straordinario per un Paese che spesso si racconta soltanto attraverso le proprie debolezze, ma non può essere automaticamente attribuito all’ICE: dipende dalla qualità delle imprese, dalle filiere produttive, dalla domanda internazionale, dai prezzi, dai cambi e dalla capacità di adattamento di migliaia di imprenditori. L’Agenzia è uno degli strumenti che contribuiscono a questo risultato, non il suo autore esclusivo.
Il suo futuro dovrebbe quindi essere misurato meno attraverso il numero di eventi organizzati e più attraverso la capacità di modificare concretamente la traiettoria delle imprese: quanti nuovi esportatori diventano permanenti, quanti mercati vengono diversificati, quanto cresce la quota di aziende del Mezzogiorno, quanti rapporti commerciali sopravvivono oltre la fiera e quanti investimenti esteri arrivano realmente a compimento. Nel periodo 2019-2024 l’Agenzia dichiara di aver seguito circa 2.370 operazioni di investimento, assistito 473 casi e contribuito a 172 casi conclusi con successo: anche su questo fronte, la trasparenza sui risultati e sull’effettiva addizionalità dell’intervento pubblico sarà sempre più importante.
L’ICE dei prossimi anni dovrà essere soprattutto un’infrastruttura di intelligence economica, relazioni e accesso: capace di anticipare i cambiamenti normativi, aiutare le imprese a gestire dazi e barriere non tariffarie, individuare mercati alternativi, leggere le nuove catene del valore, utilizzare dati e intelligenza artificiale senza trasformarsi nell’ennesimo portale pubblico e costruire un dialogo più continuo con le comunità professionali e informative che influenzano le decisioni internazionali. Meno promozione generica del Made in Italy, quindi, e più accompagnamento selettivo, misurabile e personalizzato.
Dopo cento anni, la domanda non è se l’Italia abbia ancora bisogno dell’ICE. Un Paese esportatore, formato in larga parte da imprese medio-piccole e inserito in mercati sempre più complessi, ne ha probabilmente bisogno più di prima. La domanda è se l’Agenzia saprà continuare a trasformarsi, come ha già fatto molte volte nella sua storia, evitando sia l’autocompiacimento delle celebrazioni sia la tentazione opposta di considerare inutile tutto ciò che è pubblico. Il centenario dovrebbe servire proprio a questo: non a contemplare il passato, ma a decidere quale infrastruttura internazionale vogliamo offrire alle imprese italiane del futuro.