
Secondo i dati Assobirra, nel 2025 il comparto birrario italiano conferma una sostanziale resilienza, ma registra un calo di consumi e produzione del 2,5%, una frenata del fuori casa e una crescita molto forte delle birre low e no alcol.
Il mercato italiano della birra continua a mostrare una capacità di tenuta significativa, ma sarebbe riduttivo leggere i dati del 2025 solo come una conferma positiva. Il quadro emerso dall’Annual Report 2025 di Assobirra, con analisi economica condotta da Ref Ricerche e presentato a Roma durante l’evento “Birra, un ecosistema per la crescita”, racconta infatti un settore ancora solido, capace di generare valore economico e occupazionale rilevante, ma inserito in una fase nella quale i consumi rallentano, il fuori casa perde slancio, la produzione nazionale arretra e le abitudini dei consumatori stanno cambiando in modo più profondo di quanto una lettura superficiale potrebbe suggerire.
Secondo i dati diffusi da Assobirra, nel 2025 i consumi di birra in Italia si sono mantenuti sopra i 21,2 milioni di ettolitri, confermando una sostanziale tenuta rispetto al periodo pre-pandemico, ma registrando comunque un calo del 2,5% rispetto ai 21,7 milioni di ettolitri del 2024. Anche la produzione nazionale si è attestata a 16,8 milioni di ettolitri, in diminuzione del 2,5% sull’anno precedente, mentre il consumo pro capite è sceso da 36,8 a 35,9 litri. Sono numeri che non descrivono un crollo, ma neppure una crescita, e proprio per questo impongono una lettura più aziendale che celebrativa: il comparto resta rilevante, ma si muove dentro un mercato più selettivo, più maturo e probabilmente meno disposto a crescere per inerzia.
Il settore birrario italiano continua comunque a rappresentare una filiera economica importante, sostenendo oltre 112mila posti di lavoro lungo l’intera catena del valore e generando più di 10 miliardi di euro di valore condiviso. Questo dato resta centrale, perché ricorda come la birra non sia soltanto un prodotto di consumo, ma un ecosistema industriale, agricolo, distributivo, logistico e commerciale, nel quale convivono grandi gruppi, produttori, operatori horeca, distribuzione moderna, fornitori e servizi collegati. In una fase segnata da consumi delle famiglie ancora deboli, pressione sul potere d’acquisto, invecchiamento della popolazione e trasformazione degli stili di vita, la capacità del comparto di mantenere dimensioni rilevanti è già un elemento di competitività.
Il punto più delicato riguarda però il fuori casa, che dopo la forte accelerazione del biennio 2022-2023 mostra una frenata evidente, con un calo del 5,2% rispetto al 2024. Per un prodotto come la birra, storicamente legato alla socialità, alla ristorazione, agli eventi, ai locali e al consumo informale, il rallentamento dell’horeca non è un dettaglio marginale, ma un segnale di mercato da osservare con attenzione. La debolezza della domanda fuori casa riflette sia la pressione sui bilanci familiari sia il cambiamento delle occasioni di consumo, sempre più distribuite tra casa, delivery, retail e nuove forme di socialità meno continuative rispetto al passato.
Anche il fronte produttivo e commerciale invita alla prudenza. L’import si è attestato a 7,5 milioni di ettolitri, in calo del 3,8%, mentre l’export è sceso a 3,1 milioni di ettolitri, con una contrazione del 6%. La produzione nazionale, a sua volta, perde il 2,5% rispetto al 2024 e registra una certa erosione di posizioni rispetto alla concorrenza estera. In un mercato che non cresce più in modo automatico, la sfida non è quindi soltanto vendere più birra, ma difendere competitività, marginalità, capacità produttiva, identità industriale e valore aggiunto italiano.
Il dato più dinamico, e forse il più interessante in prospettiva, arriva invece dal segmento delle birre low e no alcol. Tra il 2024 e il 2025 la quota di incidenza sul mercato è quasi raddoppiata, passando dal 2,1% al 3,9%, con una crescita superiore all’85%. È ancora una quota contenuta, ma il ritmo di crescita indica una direzione chiara: il consumatore non sta necessariamente abbandonando la birra, ma la sta reinterpretando, cercando prodotti più compatibili con nuovi stili di vita, maggiore attenzione al benessere, guida, lavoro, sport, socialità quotidiana e consumo responsabile. Per le imprese, questo segmento non è più una semplice nicchia reputazionale, ma un laboratorio industriale e commerciale sul futuro della categoria.
La parola chiave scelta da Assobirra è resilienza, e il termine è corretto se letto nel suo significato più concreto: non immobilità, ma capacità di reggere l’urto di condizioni esterne complesse adattando offerta, posizionamento e modelli di consumo. Tuttavia, la resilienza non deve diventare un modo elegante per nascondere i segnali di rallentamento. Il comparto birrario italiano resta forte, accessibile, diffuso e rilevante, ma il 2025 conferma che la fase espansiva facile è alle spalle e che la crescita futura passerà sempre più da innovazione, diversificazione, presidio del fuori casa, valorizzazione della produzione nazionale e capacità di intercettare consumatori meno fedeli alle abitudini tradizionali.
In questo senso, il bicchiere può anche essere mezzo pieno, ma solo a condizione di guardare con attenzione anche la metà vuota. I consumi restano sopra i 21 milioni di ettolitri, la filiera continua a generare occupazione e valore, e il segmento analcolico apre nuove opportunità. Allo stesso tempo, produzione, export, fuori casa e consumo pro capite arretrano. Per le imprese del settore, il messaggio è chiaro: la birra italiana non è in crisi strutturale, ma è entrata in una fase in cui la competitività dipenderà meno dalla quantità e molto di più dalla capacità di interpretare un mercato che sta cambiando.