
Grazie a bunq per averci condiviso in anteprima il report: dietro i dati su digital nomad e lavoratori internazionali emerge una lezione concreta per imprese, studi professionali e piccoli business.
Quando si parla di digital nomad, molte piccole e medie imprese tendono a pensare che il tema riguardi qualcun altro. Startup internazionali, freelance creativi, grandi aziende tecnologiche, giovani professionisti con il laptop nello zaino e una certa passione per aeroporti, coworking e colazioni servite in luoghi improbabili. In realtà, il Global Living Report 2026 di bunq, che ringraziamo per aver condiviso con noi in anteprima, racconta qualcosa di molto più ampio e molto più rilevante anche per PMI, imprenditori e professionisti.
Il report parla di digital nomad e persone che vivono e lavorano a livello internazionale, ma sotto la superficie descrive una trasformazione che riguarda qualsiasi organizzazione: il rapporto tra lavoro, luogo, costo della vita, talento, benessere, sicurezza finanziaria, burocrazia e servizi. In altre parole, il tema non è soltanto “dove vanno a vivere i nomadi digitali”. Il tema è come cambia il modo in cui le persone valutano opportunità professionali, qualità della vita e relazione con il lavoro.
Il primo dato da osservare è che il 61% degli intervistati dichiara di essere più felice da quando ha adottato uno stile di vita internazionale, il 56% si sente più finanziariamente sicuro e il 53% afferma di avere un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro. Per una PMI questi numeri non sono curiosità sociologiche. Sono indicatori di mercato del lavoro. Dicono che sempre più persone non scelgono un lavoro solo in base allo stipendio o alla stabilità formale, ma in base alla possibilità di costruire una vita sostenibile.
Questo vale anche per realtà più piccole, che spesso non possono competere con le grandi aziende sui salari, sui benefit o sulla notorietà del marchio. La flessibilità, la qualità delle relazioni, la fiducia, l’autonomia e la possibilità di organizzare meglio la propria vita possono diventare leve competitive decisive. Una piccola azienda che sa offrire un buon equilibrio può attrarre e trattenere talenti meglio di una grande organizzazione rigida, anche se non dispone dello stesso budget.
Naturalmente, questo non significa che ogni PMI debba trasformarsi domani in un’azienda completamente remota, con dipendenti sparsi in quattro continenti e riunioni programmate secondo l’umore dei fusi orari. Sarebbe poco realistico e, in molti casi, anche poco utile. Ma significa che l’impresa deve iniziare a ragionare in modo più sofisticato sul concetto di presenza. Presenza non significa necessariamente scrivania. Può significare responsabilità, disponibilità, qualità del lavoro, capacità di coordinamento, puntualità, affidabilità e risultati.
Il report mostra che il 44% delle persone intervistate ha mantenuto il proprio lavoro esistente vivendo a livello internazionale. Questo dato è molto interessante per le imprese perché indica che la mobilità non comporta necessariamente una rottura del rapporto professionale. Al contrario, se gestita bene, può permettere all’azienda di non perdere competenze importanti. Un collaboratore che si trasferisce all’estero, o che chiede maggiore flessibilità geografica, non deve essere automaticamente considerato un problema. Può restare una risorsa, a condizione che ruoli, aspettative, responsabilità e aspetti amministrativi siano chiari.
Qui entra però in gioco il limite principale: la complessità. Il report indica tra le principali difficoltà le barriere linguistiche, i fusi orari, la sanità, il work-life balance e le relazioni. A queste si aggiungono le questioni burocratiche: visti, residenza, banche, tasse, procedure locali. Il 38% degli intervistati ha trovato facili i processi legati a visto e residenza, ma il 25% li ha trovati difficili. Il 27% ha trovato facili i processi bancari o fiscali, mentre il 15% li ha trovati difficili. Inoltre, il 28% dichiara che il datore di lavoro gestisce tutti gli aspetti della mobilità globale.
Per una PMI questo è un punto delicato. Una grande azienda può avere uffici legali, HR internazionali, consulenti fiscali, piattaforme di employer of record e strutture di global mobility. Una piccola impresa raramente ha tutto questo. Eppure può comunque essere coinvolta nel problema. Pensiamo a un consulente che lavora dall’estero, a un collaboratore che si sposta per lunghi periodi, a un dipendente che chiede di lavorare da un altro Paese, a un professionista che vuole servire clienti internazionali, a un’impresa che assume freelance in mercati esteri.
La lezione è semplice: la flessibilità internazionale va gestita prima che diventi un problema. Non basta dire sì o no. Bisogna sapere quali sono i rischi, quali attività possono essere svolte da remoto, in quali Paesi è possibile operare, quali implicazioni fiscali o contrattuali possono emergere, quali dati aziendali vengono trattati, quali strumenti vengono usati, quali orari sono compatibili e quali coperture assicurative servono.
Questo vale anche per i professionisti. Avvocati, commercialisti, consulenti, architetti, advisor, agenzie e piccoli studi possono trovare nella mobilità globale un’enorme opportunità. Il report mostra che chi vive internazionalmente spesso espande la propria rete professionale e accede a nuove opportunità. Per un professionista, poter lavorare con clienti in più Paesi, collaborare con team internazionali o seguire community mobili può diventare un vantaggio competitivo. Ma anche in questo caso serve struttura: pagamenti, valute, contratti, fiscalità, privacy, responsabilità professionale, comunicazione e posizionamento.
La parte finanziaria del report è particolarmente utile per PMI e professionisti perché mostra il lato economico concreto della mobilità. Il 56% degli intervistati si sente più finanziariamente sicuro, ma il 21% si sente meno sicuro e il 79% è stato sorpreso da costi imprevisti. Tra questi: tasse locali, spese mediche, commissioni bancarie, costi abitativi, roaming, visti e assistenza legale. Questo dato dovrebbe interessare chiunque gestisca un’attività, perché ricorda che la mobilità può generare efficienza economica, ma solo se pianificata.
Molte PMI sono attratte dall’idea di accedere a talenti o collaboratori internazionali perché immaginano costi più bassi o maggiore flessibilità. È possibile, ma non automatico. Il costo nominale di un collaboratore estero può essere inferiore, ma se la relazione è gestita male può generare rischi contrattuali, fiscali, operativi e reputazionali. Lo stesso vale per chi lavora dall’estero per clienti italiani: apparentemente tutto funziona finché non emergono problemi di responsabilità, pagamento, continuità, reperibilità o conformità.
La sanità è un altro punto spesso sottovalutato. Il 37% degli intervistati ha trovato l’assistenza sanitaria in altri Paesi migliore rispetto a quella del Paese d’origine, il 36% equivalente e il 26% preferisce quella del proprio Paese. Per un’impresa, questo dato non è marginale. Chi lavora all’estero può trovarsi in contesti sanitari molto diversi, con costi, accessibilità e tempi differenti. Se un collaboratore chiave si ammala durante un periodo di lavoro internazionale, l’azienda deve sapere quali sono le responsabilità, quali coperture esistono e come garantire continuità operativa.
Anche la salute mentale è un tema aziendale, non solo personale. Il report indica che il 41% degli intervistati ha avuto difficoltà legate alla salute mentale vivendo all’estero. Questo dato non deve essere letto in modo allarmistico, ma realistico. La mobilità può aumentare libertà e felicità, ma può anche creare isolamento, instabilità, stress e fatica di adattamento. Le PMI spesso hanno rapporti più diretti e umani con i collaboratori rispetto alle grandi aziende. Questo può diventare un vantaggio, purché la flessibilità non diventi abbandono.
C’è infine un elemento strategico più ampio. La mobilità internazionale sta cambiando anche i mercati locali. Le persone portano reddito, consumi, competenze, relazioni e domanda di servizi nei luoghi in cui si spostano. Questo crea opportunità per coworking, consulenti, professionisti fiscali, operatori immobiliari, servizi sanitari, formazione linguistica, hospitality, ristorazione, assicurazioni, tecnologia e servizi finanziari. Per molte PMI, i digital nomad e i lavoratori internazionali non sono solo potenziali collaboratori: possono diventare clienti, partner, community e canali di internazionalizzazione.
La conclusione, quindi, è molto concreta. Il Global Living Report 2026 di bunq non va letto solo come una fotografia del nomadismo digitale. Va letto come un segnale di mercato. Le persone si muovono di più, lavorano in modo più flessibile, confrontano sistemi Paese, cercano equilibrio, valutano costi, qualità della vita, sanità, burocrazia e possibilità di crescita. Le imprese che capiscono questo cambiamento potranno adattare meglio offerte, servizi, modelli di lavoro e strategie di talento.
Per le PMI non si tratta di inseguire una moda. Si tratta di non farsi sorprendere da un cambiamento già in corso.
La mobilità globale non è solo una questione di chi parte. È una questione di chi sa lavorare, vendere, assumere e costruire fiducia in un mondo in cui il luogo conta ancora, ma non vincola più tutto come prima.