23/06/2026
Focus

Dieci anni di Brexit: cosa è cambiato per italiani e imprese italiane nel Regno Unito

Dal “vado a Londra e vedo cosa succede” al sistema di visti, status, sponsor, dogane e filiali: il Regno Unito resta un mercato strategico per persone e aziende italiane, ma non è più un’estensione naturale del mercato europeo.

Dieci anni dopo Brexit, il Regno Unito resta vicino. Ma non è più “facile”

Per molti italiani, il Regno Unito è stato a lungo una destinazione quasi naturale: il posto dove andare a studiare inglese, cercare il primo lavoro, fare carriera nella finanza, nella ristorazione, nella moda, nel design, nella ricerca, nell’ospitalità o nei servizi professionali. Londra, in particolare, è stata per almeno vent’anni una specie di capitale parallela dell’ambizione italiana: abbastanza vicina da non sembrare emigrazione definitiva, abbastanza internazionale da sembrare futuro, abbastanza meritocratica — almeno nel racconto — da giustificare il paragone costante con l’Italia.

La Brexit ha cambiato questa geografia psicologica prima ancora che burocratica. Non ha cancellato il Regno Unito dalle mappe degli italiani e delle imprese italiane, ma ha cancellato l’idea che andarci, lavorarci, aprire una società, spedire prodotti o assumere personale fosse una prosecuzione quasi automatica del mercato europeo. A dieci anni dal referendum del 2016 e a cinque dall’uscita piena dal mercato unico e dall’unione doganale, il Regno Unito è ancora un mercato strategico, ma è diventato un mercato terzo: più selettivo, più regolato, più costoso da servire e meno adatto all’improvvisazione.

La differenza essenziale è questa: prima della Brexit, per un cittadino italiano trasferirsi a Londra era un diritto europeo; oggi è una procedura migratoria. Prima, per un’impresa italiana vendere nel Regno Unito era commercio intra-UE; oggi è export verso un Paese extra-UE. Prima, aprire una presenza commerciale poteva essere una scelta relativamente snella; oggi implica una valutazione più attenta su struttura societaria, IVA, dogane, logistica, sponsor licence, personale locale e responsabilità di compliance.

Italiani già nel Regno Unito: dalla libera circolazione allo status

Per gli italiani che vivevano nel Regno Unito prima della fine della libera circolazione, il cambiamento principale è stato l’EU Settlement Scheme. Chi era residente entro il 31 dicembre 2020 doveva ottenere uno status per continuare a vivere legalmente nel Paese dopo il 30 giugno 2021. Il settled status è sostanzialmente una forma di residenza permanente; il pre-settled status riguarda chi non aveva ancora maturato cinque anni di residenza continuativa, anche se il sistema è stato poi modificato con estensioni automatiche e aggiornamenti amministrativi.

I numeri danno la misura del fenomeno. Al 31 marzo 2026, l’EU Settlement Scheme aveva ricevuto 8,878 milioni di domande, di cui 8,766 milioni concluse. Il governo britannico stima che gli individui richiedenti siano stati circa 6,4 milioni, di cui 5,8 milioni cittadini UE27. Circa 5,8 milioni di persone avevano ottenuto uno status: 4,52 milioni con settled status e 1,30 milioni con pre-settled status.

Gli italiani sono stati uno dei gruppi europei più coinvolti. A settembre 2023, le domande EUSS di cittadini italiani erano 658.040, terzo gruppo nazionale dopo romeni e polacchi; 106.860 domande italiane erano arrivate dopo la scadenza originaria del giugno 2021. Questo dato racconta due cose: la dimensione della comunità italiana e la complessità di una transizione che non si è chiusa in modo netto con una singola data amministrativa.

Secondo il Migration Observatory di Oxford, nel censimento 2021/22 i residenti nati nell’UE erano circa 4 milioni, pari al 6% della popolazione britannica e al 37% di tutti i residenti nati all’estero. Tra questi, i nati in Italia rappresentavano circa il 7%, quindi grossomodo 280.000 persone; includendo la cittadinanza/passaporto, circa 370.000 residenti nel Regno Unito possedevano un passaporto italiano.

Il dato forse più interessante è quello sulla cittadinanza britannica. Nell’anno fino a marzo 2026 sono state concesse 236.512 cittadinanze britanniche; di queste, 58.838 sono andate a cittadini UE. Gli italiani sono stati il gruppo UE più numeroso, con 11.662 concessioni in dodici mesi. Il Home Office collega esplicitamente l’aumento delle naturalizzazioni UE al periodo successivo all’annuncio della Brexit e all’introduzione dell’EUSS.

Questo significa che molti italiani non hanno semplicemente “resistito” alla Brexit: si sono stabilizzati. Hanno trasformato una presenza europea mobile in una presenza più permanente, più amministrata e spesso più britannica dal punto di vista giuridico. È un passaggio importante: Brexit non ha necessariamente svuotato la comunità italiana, ma l’ha resa meno fluida e più selettiva.

Italiani che vogliono andare oggi: finita la stagione del “provo Londra”

Per chi vuole trasferirsi oggi, il Regno Unito è cambiato radicalmente. Dal 1 gennaio 2021, la libera circolazione è finita e i cittadini UE che non rientrano nell’EUSS devono ottenere un visto per vivere, lavorare o studiare nel Paese. Il Migration Observatory sintetizza il nuovo regime in modo chiaro: chi arriva oggi dall’UE e non entra come semplice visitatore deve passare da una delle principali categorie migratorie, in particolare lavoro, studio o famiglia.

Anche per un semplice viaggio breve è cambiato qualcosa. Dal 2 aprile 2025, gli italiani e gli altri cittadini UE che visitano il Regno Unito per soggiorni brevi devono ottenere un’ETA, Electronic Travel Authorisation, prima della partenza, salvo che abbiano già uno status di residenza o altro permesso nel Regno Unito. L’ETA non è un visto, ma è comunque un’autorizzazione elettronica preventiva; secondo GOV.UK costa 20 sterline, consente viaggi fino a sei mesi e non garantisce automaticamente l’ingresso.

Per lavorare, il percorso più comune è lo Skilled Worker visa. Qui il punto critico è lo sponsor: non basta trovare un datore di lavoro disposto ad assumere, serve un datore di lavoro approvato dal Home Office come sponsor, un ruolo ammissibile e una retribuzione sufficiente. La soglia salariale standard è oggi di almeno 41.700 sterline annue oppure il “going rate” della professione, se superiore; in alcuni casi specifici la soglia può scendere, ma generalmente non sotto 33.400 sterline per le eccezioni previste.

Questo ha un effetto immediato sulla mobilità italiana. Il Regno Unito non è più il Paese dove si può arrivare per “vedere come va”, accettare un lavoro iniziale in hospitality o retail, migliorare l’inglese e poi crescere. Quella traiettoria non è scomparsa del tutto, ma è diventata molto più difficile se non c’è uno status preesistente. La nuova immigrazione europea è più qualificata, più sponsorizzata, più costosa e meno spontanea.

I dati confermano questa trasformazione. Dal 2022, la migrazione netta UE verso il Regno Unito è diventata negativa. Nell’anno fino a dicembre 2025, secondo l’ONS, la migrazione netta UE+ era -42.000, mentre quella non-UE+ era +350.000. L’immigrazione totale di lungo periodo nel Regno Unito era 813.000 persone, in calo dal picco di 1.469.000 registrato nell’anno fino a marzo 2023; ma solo 76.000 ingressi riguardavano cittadini UE+, contro 627.000 cittadini non-UE+.

L’effetto sugli studenti europei è altrettanto evidente. Prima, gli studenti UE pagavano le stesse rette degli studenti britannici e potevano accedere a forme di finanziamento domestico; dopo la fine della libera circolazione, dal 2021/22 i nuovi studenti UE devono generalmente richiedere un visto studentesco e pagare tuition fees internazionali. Il Migration Observatory rileva che gli studenti domiciliati nell’UE iscritti a un nuovo corso nelle università britanniche sono scesi a circa 28.000 nel 2024/25, contro 67.000 nell’ultimo anno sotto la libera circolazione; la quota UE tra i nuovi studenti internazionali è passata da un picco del 27% nel 2016/17 all’8%.

Per un giovane italiano, quindi, il Regno Unito resta attrattivo, ma non è più una scelta leggera. Studiare costa di più, lavorare richiede sponsor, fermarsi richiede status, e persino andare per un colloquio, un evento o una visita commerciale implica un passaggio digitale in più. Non è chiusura totale; è selezione.

Il mercato per le imprese italiane: più difficile, non meno importante

Dal punto di vista delle imprese, il dato da cui partire è che il Regno Unito resta un mercato importante per l’Italia. Secondo il factsheet del Department for Business and Trade aggiornato al giugno 2026, l’interscambio totale di beni e servizi tra Regno Unito e Italia nei dodici mesi fino alla fine del quarto trimestre 2025 valeva 53,7 miliardi di sterline, in crescita dello 0,7% rispetto all’anno precedente. L’Italia era il 9° partner commerciale del Regno Unito, con il 2,8% del commercio totale britannico.

Nel dettaglio, le esportazioni britanniche verso l’Italia valevano 19,5 miliardi di sterline, mentre le importazioni britanniche dall’Italia — cioè, guardando dal nostro lato, una parte rilevante dell’export italiano verso il Regno Unito — valevano 34,2 miliardi. Il Regno Unito registrava quindi un deficit commerciale complessivo con l’Italia di 14,8 miliardi, quasi interamente concentrato nei beni.

Rispetto al 2016, il commercio nominale è cresciuto: 39,7 miliardi di sterline nel 2016, 45,6 miliardi nel 2019, caduta a 36,3 miliardi nel 2020, poi risalita a 47,7 miliardi nel 2022, 51,2 miliardi nel 2023, 53,3 miliardi nel 2024 e 53,7 miliardi nel 2025. Attenzione però: sono valori in prezzi correnti, quindi influenzati da inflazione, prezzi energetici, cambi e composizione merceologica; non vanno letti come prova che Brexit “non abbia avuto costi”, ma come conferma che il legame economico resta robusto.

La composizione è particolarmente interessante per le imprese italiane. Delle importazioni britanniche dall’Italia nel 2025, 23,9 miliardi erano beni, pari al 69,8%, e 10,3 miliardi erano servizi, pari al 30,2%. I principali beni importati dal Regno Unito dall’Italia erano prodotti medicinali e farmaceutici per 1,4 miliardi, macchinari industriali per 1,3 miliardi, bevande e tabacco per 1,3 miliardi, abbigliamento per 1,1 miliardi e automobili per 950,3 milioni.

Questi numeri mostrano che il mercato britannico resta rilevante per alcuni settori chiave del Made in Italy: farmaceutica, meccanica, food & beverage, moda, automotive, design, arredamento, lusso, servizi professionali e turismo. Ma mostrano anche che la Brexit non ha colpito tutti allo stesso modo. Le imprese che esportano beni fisici devono gestire attriti doganali e regolatori. Le imprese di servizi devono fare i conti con accesso al mercato, mobilità del personale, riconoscimento professionale, contratti e fiscalità. Le imprese con filiali o team locali devono aggiungere la dimensione immigrazione e sponsor licence.

Dogane, IVA e regole d’origine: il vero costo nascosto

La Brexit non ha introdotto dazi generalizzati tra UE e Regno Unito, perché il Trade and Cooperation Agreement prevede zero tariffe e zero quote per i beni che rispettano le regole d’origine. Ma questa frase contiene la parte che molti sottovalutano: “che rispettano le regole d’origine”. Non basta che un bene parta dall’Italia o dal Regno Unito; deve qualificarsi come originario secondo le regole previste. Per prodotti con componenti extra-UE, supply chain complesse, trasformazioni parziali, re-export o logistica triangolata, la questione non è teorica.

Per importare beni in Gran Bretagna serve un EORI britannico che inizi con GB; se ci sono movimenti con l’Irlanda del Nord può servire un EORI XI. Bisogna classificare i beni con i commodity codes, determinare valore doganale, verificare eventuali licenze o certificati, gestire dichiarazioni d’importazione, IVA all’importazione, documenti commerciali e registrazioni. GOV.UK consiglia esplicitamente di decidere chi gestirà le dichiarazioni doganali e nota che molte imprese usano trasportatori o customs agents.

Per esportare dal Regno Unito verso l’estero, inclusa l’UE, GOV.UK richiede analogamente EORI, classificazione delle merci, preparazione di invoice e documentazione, eventuale prova d’origine e conservazione di fatture e documenti doganali. Anche la possibilità di applicare VAT a zero dipende dal rispetto delle regole e dalla documentazione corretta.

Per le imprese italiane, questo significa che il Regno Unito non può più essere trattato come un’estensione del mercato domestico europeo. Serve decidere chi è importer of record, chi sostiene IVA e dazi se applicabili, quali Incoterms usare, dove tenere stock, come gestire resi, riparazioni, campioni, fiere, vendite online, marketplace, B2B, B2C e assistenza post-vendita. È particolarmente importante per fashion, food, wine, design, arredamento, cosmetica, farmaceutica, dispositivi medici, componentistica e meccanica.

Per l’e-commerce, il cambiamento è ancora più visibile. Il cliente britannico non vuole scoprire alla consegna che deve pagare oneri imprevisti; il brand italiano non vuole vedere il reso trasformarsi in una pratica doganale costosa; il distributore non vuole ritrovarsi con margini erosi da errori su IVA, duty, origine o documenti. Prima della Brexit molte inefficienze erano assorbite dall’assenza di una frontiera doganale. Ora emergono tutte.

Aprire una presenza nel Regno Unito: più strategia, meno improvvisazione

Per molte imprese italiane, la domanda non è più “vendiamo in UK?”, ma “con quale struttura vendiamo in UK?”. Export diretto, distributore, agente, marketplace, magazzino locale, subsidiary, branch, joint venture, acquisizione o ufficio commerciale non sono soluzioni equivalenti. La scelta dipende da settore, margini, volumi, responsabilità regolatoria, necessità di assistenza locale, tempi di consegna, rischio fiscale e bisogno di assumere persone.

Se un’impresa estera stabilisce un place of business nel Regno Unito, GOV.UK prevede la registrazione come overseas company presso Companies House entro un mese dall’apertura dell’attività nel Paese, con modulo OS IN01 e fee di 124 sterline. Se invece non c’è una base nel Regno Unito, potrebbe non servire la registrazione presso Companies House, anche se possono restare obblighi fiscali verso HMRC.

Il Department for Business and Trade offre strumenti per imprese internazionali che vogliono espandersi nel Regno Unito, con informazioni su struttura societaria, incentivi, visti, conti bancari, tassazione, assunzioni, costi del personale e affitti commerciali per regione. Questo conferma un punto: il Regno Unito continua a voler attrarre imprese estere, ma le costringe a ragionare in modo più formale e pianificato.

C’è poi il tema del personale. Se una società italiana vuole trasferire manager o specialisti nella propria branch o subsidiary britannica, può valutare le rotte Global Business Mobility, tra cui Senior or Specialist Worker. Questa visa route consente a un dipendente esistente di lavorare presso la branch britannica del proprio datore di lavoro, ma richiede sponsor approvato, Certificate of Sponsorship, ruolo ammissibile e retribuzione minima di almeno 52.500 sterline annue. Inoltre, non consente normalmente di arrivare direttamente al settlement permanente.

Per assumere localmente cittadini italiani che non hanno già settled/pre-settled status, l’impresa britannica deve invece ragionare sullo Skilled Worker visa e quindi sulla sponsor licence. Questo cambia soprattutto per PMI, hospitality, retail, food, design studio e imprese creative che prima potevano contare su personale italiano o europeo disponibile senza burocrazia migratoria. Oggi quel bacino non è scomparso, ma è molto meno accessibile se non rientra nelle soglie salariali, nei ruoli ammessi e nelle procedure di sponsor.

Investimenti: l’Italia resta presente, il Regno Unito resta capitale

Sul fronte degli investimenti diretti, il legame resta importante. Alla fine del 2024, lo stock di investimenti diretti britannici in Italia era pari a 22,3 miliardi di sterline, in aumento del 19,8% rispetto alla fine del 2023. Lo stock di investimenti diretti italiani nel Regno Unito era pari a 18,0 miliardi di sterline, ben 10,2 miliardi in più rispetto alla fine del 2023, secondo i dati ONS ripresi dal factsheet del Department for Business and Trade.

Questi dati suggeriscono che le imprese italiane non hanno abbandonato il Regno Unito. Hanno però dovuto rivedere il modo in cui lo servono. Per alcune aziende, Brexit ha reso più conveniente aprire o rafforzare una presenza locale per controllare meglio distribuzione, assistenza, IVA, contratti, personale e customer experience. Per altre, soprattutto quelle con volumi più bassi o margini compressi, ha reso il mercato britannico meno immediato e più costoso, spingendo a lavorare tramite partner locali o a selezionare meglio prodotti e clienti.

La Brexit ha quindi aumentato la soglia minima di professionalizzazione. Il Regno Unito resta un mercato premium, ma non perdona più la gestione artigianale della compliance. Per molte PMI italiane, questo è il vero punto: non è impossibile vendere in UK; è diventato più difficile farlo male.

Settori: chi soffre, chi si adatta, chi può ancora crescere

Nel food & beverage, il Regno Unito resta un mercato importante per l’Italia, ma più complesso. Bevande e tabacco figurano tra le principali categorie di beni importati dal Regno Unito dall’Italia, con 1,3 miliardi di sterline nei dodici mesi al Q4 2025. Tuttavia, alimentari, prodotti animali, piante, prodotti sanitari e categorie regolamentate richiedono maggiore attenzione su certificazioni, controlli, etichettatura e documentazione.

Moda, lusso e design restano forti perché il mercato britannico continua ad avere consumatori ad alta capacità di spesa e un posizionamento internazionale, ma il modello B2C richiede precisione su consegne, resi e fiscalità. L’abbigliamento italiano importato dal Regno Unito valeva 1,1 miliardi di sterline nel 2025, ma la categoria era in calo del 4,3% rispetto all’anno precedente.

Meccanica, macchinari e beni industriali sono probabilmente tra le aree più razionali: clienti B2B, ticket più elevati, maggiore capacità di assorbire costi amministrativi e bisogno strutturale di qualità. I macchinari industriali italiani importati nel Regno Unito valevano 1,3 miliardi di sterline nel 2025, con crescita del 2,8% rispetto all’anno precedente.

Farmaceutica e medicale restano aree strategiche, anche perché il Regno Unito importa dall’Italia prodotti medicinali e farmaceutici per 1,4 miliardi di sterline, prima categoria di beni italiani importati. Ma sono anche settori ad alta regolazione, dove autorizzazioni, standard, responsabilità del distributore e divergenze regolatorie possono pesare più del costo doganale in sé.

I servizi sono una parte meno visibile ma molto importante della relazione bilaterale. Le importazioni britanniche di servizi dall’Italia valevano 10,3 miliardi di sterline nel 2025, in crescita del 4,5% rispetto all’anno precedente; tra le principali voci c’erano travel, other business services e transportation. Per consulenza, architettura, creatività, tecnologia, finanza, formazione e hospitality management, la Brexit non impedisce di lavorare, ma obbliga a chiarire dove viene prestato il servizio, chi si sposta, con quale permesso, con quale fiscalità e con quale struttura contrattuale.

Il punto per le persone: il Regno Unito resta possibile, ma non casuale

Per un italiano già residente nel Regno Unito, le priorità sono chiare: verificare lo status digitale, monitorare eventuali assenze dal Paese, capire se e quando convertire il pre-settled in settled status, valutare la cittadinanza britannica se il progetto di vita è stabile, e non trattare il proprio diritto di residenza come una cosa scontata. Il dato dei 135.000 italiani ancora con pre-settled status a fine settembre 2025, secondo il Migration Observatory, mostra che questa transizione non è finita.

Per un italiano che vuole trasferirsi oggi, il messaggio è diverso: serve un progetto. Studiare richiede budget molto più alto; lavorare richiede sponsor e soglie salariali; fondare un business può essere possibile, ma va costruito con attenzione; visitare per networking, colloqui, fiere o scouting è più semplice, ma richiede ETA e non consente di lavorare liberamente. La Londra del “arrivo, provo, mi arrangio” appartiene a un’altra stagione.

Questo non significa che il Regno Unito sia chiuso. Significa che è diventato più simile agli Stati Uniti, al Canada o all’Australia nella logica di accesso: non entri perché europeo, entri perché hai titolo per farlo.

Il punto per le imprese: UK sì, ma con modello industriale

Per un’impresa italiana, invece, la domanda non dovrebbe essere ideologica. Non ha senso dire “dopo Brexit il Regno Unito non interessa più”; i numeri dell’interscambio smentiscono questa semplificazione. Ma non ha senso nemmeno dire “non è cambiato nulla”; chiunque esporti, assuma, trasferisca persone o gestisca resi sa che è cambiato molto.

La domanda corretta è: quale modello serve per il mercato britannico? Se i volumi sono bassi, può bastare un partner locale affidabile. Se il brand è forte e il cliente finale pretende servizio rapido, può servire stock in UK. Se il prodotto è regolato, serve un presidio documentale e magari un responsible person o rappresentanza tecnica. Se il mercato è strategico, può avere senso una subsidiary. Se l’impresa deve trasferire personale, serve una strategia migratoria e di sponsorship. Se l’e-commerce pesa, servono DDP, gestione resi, pricing che incorpori costi doganali e chiarezza radicale con il cliente.

Il Regno Unito resta un mercato ricco, sofisticato, internazionale e culturalmente vicino all’Italia in molti consumi premium. Ma è diventato meno indulgente. Premia chi struttura, penalizza chi improvvisa.

Conclusione: Brexit non ha chiuso il ponte, lo ha trasformato in dogana

Dieci anni dopo il referendum, il rapporto tra italiani, imprese italiane e Regno Unito è entrato in una fase più adulta. Meno romantica, meno spontanea, meno europea nel senso amministrativo del termine, ma non meno importante.

Per le persone, il cambiamento è esistenziale: il Regno Unito non è più una porta aperta, ma una scelta da pianificare. Per le imprese, il cambiamento è operativo: il Regno Unito non è più mercato interno, ma export strategico. Per chi era già lì, Brexit ha imposto status e stabilizzazione. Per chi vuole arrivare, impone visti e requisiti. Per chi vende, impone dogane, IVA, regole d’origine e una strategia logistica. Per chi investe, impone presenza, governance e compliance.

Il punto, quindi, non è se il Regno Unito sia ancora interessante. Lo è. Il punto è che non è più facile per inerzia. E forse questa è la vera lezione di dieci anni di Brexit: il mercato britannico resta aperto a italiani e imprese italiane, ma solo a chi smette di trattarlo come “quasi Europa” e inizia a gestirlo per quello che è diventato: un grande mercato extra-UE, vicino geograficamente, familiare culturalmente, ma ormai distante sul piano regolatorio.

Checklist operativa per imprese italiane

Prima di vendere o espandersi nel Regno Unito, un’impresa italiana dovrebbe chiarire cinque cose.

Primo: chi importa formalmente il prodotto nel Regno Unito, cioè chi è importer of record, chi paga IVA e duty, chi conserva la documentazione e chi risponde in caso di controlli.

Secondo: se i prodotti rispettano le regole d’origine necessarie per beneficiare del trattamento tariffario preferenziale previsto dal TCA.

Terzo: se servono certificati, licenze, autorizzazioni, etichettature o verifiche specifiche per food, beverage, cosmetica, farmaceutica, dispositivi medici, piante, prodotti animali o merci regolamentate.

Quarto: se il modello migliore è export diretto, distributore, agente, marketplace, magazzino UK, branch o subsidiary.

Quinto: se l’impresa deve assumere o trasferire personale italiano, perché in quel caso servono sponsor licence, visa strategy e gestione compliance.

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