15/05/2026
Focus

Il sindaco di New York vuole tassare le case vuote. A Londra e altrove si fa così. Mentre a Milano…

Dalle vacancy tax internazionali al dibattito italiano: perché tassare le seconde case può avere senso, ma senza un piano casa pubblico-privato resta una misura marginale.

La tentazione è sempre la stessa: individuare un bersaglio semplice, trasformarlo in leva fiscale e raccontarlo come soluzione strutturale. Le case vuote, soprattutto se di alto valore, rispondono perfettamente a questa logica. Sono visibili, facilmente attaccabili e politicamente difendibili.

A New York, questa dinamica è tornata al centro del dibattito con una proposta chiara: tassare le seconde case sopra i 5 milioni di dollari detenute da non residenti. L’obiettivo dichiarato è raccogliere circa 500 milioni di dollari l’anno, da destinare a politiche per l’accessibilità abitativa. Un’impostazione che, più che sull’offerta, punta sulla redistribuzione.

Il problema emerge quando si osservano i dati. Il tasso di vacancy in città è intorno all’1,4%, uno dei più bassi degli ultimi decenni. In un contesto simile, è difficile immaginare che una tassa sulle abitazioni inutilizzate possa generare un aumento significativo dell’offerta. Il numero di unità coinvolte è limitato e la pressione della domanda resta tale da assorbire rapidamente eventuali variazioni .

Questo non rende la misura inutile. Ma ne chiarisce la natura: il suo effetto principale è il gettito. E, inevitabilmente, il posizionamento politico. Anche perché le entrate previste coprono solo una parte del fabbisogno complessivo della città .

Il confronto con altre realtà aiuta a evitare semplificazioni. A Vancouver, la vacancy tax ha contribuito a ridurre il numero di immobili inutilizzati e a generare risorse fiscali, ma senza incidere in modo significativo sui livelli degli affitti. In Francia, politiche simili hanno avuto effetti più evidenti, ma in contesti caratterizzati da una diversa distribuzione del patrimonio immobiliare e da dinamiche demografiche meno tese.

In altre parole, queste misure funzionano quando esiste un reale margine di inattività. Dove quel margine è ridotto, il loro impatto si sposta inevitabilmente dal piano dell’offerta a quello della redistribuzione.

Il caso londinese introduce un elemento ulteriore. Qui, il tema delle seconde case e degli immobili vuoti è stato affrontato nel tempo con strumenti fiscali e regolatori, ma soprattutto all’interno di una strategia più ampia. Il punto non è la singola misura, ma la coerenza dell’insieme: pianificazione, incentivi, vincoli e produzione di nuova offerta.

Ed è proprio su questo piano che il confronto con l’Italia diventa inevitabile.

Anche nel nostro Paese, e in particolare a Milano, il tema delle case vuote emerge ciclicamente nel dibattito pubblico. Spesso accompagnato da una narrazione semplificata, in cui la tassazione delle seconde case viene presentata come leva correttiva quasi automatica. Ma la realtà è più complessa.

Il problema abitativo esiste ed è sempre più evidente. Offerta limitata, prezzi elevati, difficoltà di accesso per una parte crescente della popolazione. Tuttavia, la risposta resta frammentata. Da un lato, iniziativa pubblica limitata. Dall’altro, un contesto regolatorio che rende più difficile, lenta e incerta l’iniziativa privata.

Il risultato è un mercato che fatica a produrre nuova offerta in tempi e quantità adeguati.

In questo contesto, tassare le case vuote rischia di diventare una scorciatoia. Utile per mandare un segnale, forse anche per generare risorse, ma incapace di incidere sul nodo strutturale: la produzione e la gestione efficiente dell’offerta abitativa.

Un vero piano casa richiederebbe un cambio di impostazione. Non un’alternanza tra pubblico e privato, ma una collaborazione operativa. Il pubblico dovrebbe definire obiettivi chiari — accessibilità, mix sociale, rigenerazione urbana — e creare le condizioni affinché il privato possa contribuire in modo efficace e sostenibile.

Senza questo passaggio, ogni intervento fiscale rischia di restare isolato. E di essere percepito più come una misura punitiva che come parte di una strategia.

Il punto, quindi, non è essere favorevoli o contrari alla tassazione delle case vuote. Il punto è evitare di attribuirle un ruolo che non può avere. Senza un piano casa strutturale, queste misure restano strumenti accessori. E continuare a presentarle come soluzioni significa, ancora una volta, confondere un messaggio efficace con una politica efficace.

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