13/04/2026
Focus

Il lavoro di cui tutti abbiamo bisogno, ma che nessuno vuole: il vero problema del lavoro domestico in Italia

C’è un settore che in Italia non conosce crisi. Non dipende dai cicli economici, non segue le mode, non può essere sostituito facilmente.

Eppure, è uno dei meno valorizzati.

Il lavoro domestico — colf, badanti, baby sitter — è uno dei pilastri nascosti del sistema economico. Senza, semplicemente, molte famiglie non funzionerebbero. E di conseguenza, nemmeno il lavoro.

Ma basta cambiare prospettiva per capire dove sta il problema.

Se si chiede agli italiani quanto sia importante questo lavoro, la risposta è quasi unanime: è fondamentale.
Se si chiede se lo vorrebbero per i propri figli, la risposta cambia radicalmente.

Qui emerge il vero nodo: non è un problema di domanda. È un problema di posizionamento.

Il settore vive una condizione tipica dei mercati maturi ma disorganizzati: forte utilizzo, bassa reputazione.

Le ragioni sono chiare.

La prima è economica. Le retribuzioni sono percepite come insufficienti rispetto all’impegno richiesto. Questo riduce l’attrattività e limita la possibilità di costruire percorsi professionali.

La seconda è strutturale. Una parte rilevante del settore si muove ancora in una zona grigia tra regolarità e informalità. Questo abbassa il valore complessivo del mercato e ne blocca l’evoluzione.

La terza è culturale. Il lavoro domestico continua a essere visto come una soluzione temporanea, non come una scelta professionale.

E qui si apre una riflessione interessante, soprattutto in chiave imprenditoriale.

Perché, guardato senza pregiudizi, il settore ha caratteristiche molto rare:

  • domanda stabile e crescente (anche per l’invecchiamento della popolazione)
  • alta frequenza di utilizzo
  • bassa sostituibilità

In qualsiasi altro contesto, sarebbe un mercato ad alto potenziale.

E invece resta frammentato, poco organizzato, poco innovato.

Il risultato è che il valore esiste, ma non viene catturato.

Per cambiare questo scenario servirebbe un salto di qualità:

più formalizzazione, più standard, più modelli organizzati.
Ma anche una narrazione diversa.

Perché finché un settore è percepito come “di ripiego”, difficilmente attirerà investimenti, competenze e innovazione.

Il punto, quindi, non è solo migliorare le condizioni.
È ripensare il mercato.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante: trasformare un bisogno inevitabile in un settore finalmente strutturato.

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