28/05/2026
Diritto

Deliveroo sotto controllo giudiziario: algoritmo, caporalato digitale e responsabilità della filiera.

Dopo Glovo, la Procura di Milano interviene ancora sul food delivery: retribuzioni sotto la soglia di povertà, gestione algoritmica e nuove domande per brand e piattaforme.

Il food delivery italiano entra in una nuova fase giudiziaria. Dopo il caso che ha coinvolto Foodinho (gruppo Glovo), la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl, ipotizzando il reato di caporalato nei confronti di migliaia di rider. La misura, firmata dal pm Paolo Storari e ora al vaglio del gip, prevede la nomina di un amministratore giudiziario con il compito di regolarizzare le posizioni dei lavoratori.

Secondo l’impostazione accusatoria, su un perimetro che va da circa 3.000 rider nell’area milanese fino a 20.000 a livello nazionale, sarebbero emerse retribuzioni in alcuni casi drasticamente inferiori agli standard minimi di sussistenza e alla contrattazione collettiva. Il punto non è solo economico ma costituzionale: compensi non idonei a garantire un’esistenza libera e dignitosa.

Il cuore dell’indagine, tuttavia, non è soltanto la paga. È il modello. La Procura descrive una gestione algoritmica della prestazione: accesso al lavoro tramite log-in, assegnazione automatica degli ordini, monitoraggio costante via GPS, valutazioni su produttività e continuità, penalizzazioni automatiche in caso di cancellazioni o assenze. In sintesi, formalmente autonomi; sostanzialmente eterodiretti.

Le testimonianze raccolte delineano turni di 9-11 ore al giorno, sei o sette giorni su sette, compensi medi di 3-4 euro a consegna, costi annui a carico dei rider (mezzi, manutenzione, assicurazioni) stimati intorno ai mille euro. Alcuni arrivano a 1.100 euro al mese, altri restano sotto i 600. In molti casi, l’impossibilità di rifiutare consegne per non compromettere ranking e accesso agli slot migliori.

Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la filiera. I carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno acquisito documentazione anche presso grandi marchi della ristorazione e della GDO – tra cui McDonald’s Italia, Burger King Restaurants Italia ed Esselunga – per verificare modelli organizzativi e sistemi di controllo. Al momento queste società non risultano indagate, ma il messaggio è chiaro: la responsabilità sociale non si ferma alla piattaforma.

Per il management e per gli investitori il tema è strategico. Il “caporalato digitale” non è più solo una categoria giornalistica: è una qualificazione giuridica che mette in discussione l’intero impianto del lavoro on demand. Se l’algoritmo determina tempi, modalità e compensi, il confine tra autonomia e subordinazione si assottiglia fino a scomparire.

La questione, per le imprese, non è ideologica ma industriale. Il modello di business regge solo comprimendo il costo del lavoro? Oppure è necessario ripensare margini, pricing e contratti per evitare che l’innovazione tecnologica si traduca in dumping sociale?

Il controllo giudiziario non è una condanna, ma un segnale forte. Per il settore delivery italiano si apre una stagione di compliance obbligata. E, forse, l’occasione per dimostrare che piattaforma e dignità del lavoro non sono concetti incompatibili.

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