
Alberti, il liquore; Amarelli la liquirizia; Barilla, la pasta. E ancora, Bracco, la buona chimica; Campari, l’aperitivo; Cimbali, le macchine per il caffè; Intesa Sanpaolo, la banca; Lavazza, il caffè; Piaggio, la mobilità su due ruote; Same, i trattori; Pirelli, gli pneumatici
Se avete voglia di conoscere la storia di questi brand, di sapere cosa ha permesso loro di resistere per decenni sul mercato, vi consiglio la lettura del libro, pubblicato da Luiss University Press – La memoria e il futuro – alle radici dell’innovazione nell’industria del Terzo Millennio – scritto dal giornalista Andrea Zaghi, con la prefazione di Antonio Calabrò e un’intervista a Maria Chiara Carrozza, ex ministra dell’Istruzione e Presidente del CNR.
Si tratta di undici storie, in centoventi pagine, accomunate da tre caratteristiche.
“Prima di tutto – ci fa sapere Zaghi – sono esempi eccellenti di quella capacità tutta italiana di fare impresa e industria in un modo che tutto il mondo invidia e che in molti cercano di imitare oppure di conquistare. Negli anni queste realtà si sono ritagliate un ruolo importante e ampiamente riconosciuto nel loro ambito. Poi sono aziende capaci di non dimenticare la loro storia che, anzi ripropongono e rendono viva con la creazione di luoghi – come archivi, musei, fondazioni – in grado non solo di conservarne i tratti ma di renderli attuali e fruibili, elementi di memoria ma anche di progetto per il domani, oltre che veicoli di crescita culturale. Sono, in sintesi, aziende che hanno una grande capacità produttiva, unita ad una forte carica umana che sposa tecnica e cultura umanistica, dunque l’arte, il mecenatismo, l’attenzione al territorio e la sostenibilità ambientale delle prodizioni. Parliamo dunque di aziende moderne, che guardano con intensità al futuro, ma che non dimenticano le loro origini, né il percorso che le ha condotte ad oggi”.
Cos’è l’arte dell’ascolto? In che rapporto sono la musica, la vita e la propria professione? E quale la playlist dei pezzi da ascoltare quando si è al lavoro?
A rispondere è il giornalista, musicologo Filippo Poletti (in foto) con il suo nuovo libro “L’arte dell’ascolto: musica al lavoro”. In 384 pagine il giornalista più seguito su LinkedIn presenta 120 interviste ai grandi italiani, ordinate in sette sezioni, rispettivamente “arti e mestieri”, “diritto ed economia”, “scienze”, “scrittura”, “società”, “spettacolo” e “sport”: da Francesco Alberoni a Piero Angela, Giorgio Armani, Enzo Biagi, Norberto Bobbio, Walter Bonatti, Mike Bongiorno, Gillo Dorfles, Renato Dulbecco, Eugenio Finardi, Dario Fo, Vittorio Gregotti, Umberto Guidoni, Margherita Hack, Enzo Jannacci, Rita Levi-Montalcini, Alda Merini, Franco Modigliani, Indro Montanelli, Nicola Piovani, Carlo Rambaldi, Gianfranco Ravasi, Antonio Ricci, Gavino Sanna, Tiziano Sclavi, fratelli Taviani, Antonio Tabucchi, Beatrice Venezi, Carlo Verdone, Luigi Veronelli, Umberto Veronesi, Bruno Vespa, Paolo Villaggio, Stefano Zecchi, Antonino Zichichi, Alessandro Zollo e tanti altri.
Ad accompagnare la lettura del libro, edito da Guerini è la playlist “L’arte dell’ascolto: musica al lavoro”, pubblicata su Spotify e composta da 34 ore di ascolti dei brani citati nelle interviste, dalla tragedia greca a Vasco Rossi e Taylor Swift.
«Sono partito da una domanda semplice ma inusuale – spiega Filippo Poletti –: come si ascolta la musica da Nobel? Qual è la playlist dei grandi italiani degli ultimi 100 anni? E, ancora, cosa significa ascoltare la musica da alpinista, archeologo, architetto, astrofisico, attore, biblista, chef, cineasta, critico musicale, deejay, dietologo, economista, enigmista, enogastronomo, etologo, giurista, filologo, filosofo, fisico, gioielliere, giornalista, imprenditore, matematico, medico, musicista, notaio, pittore, poeta, pubblicitario, regista, scrittore, sociologo e sportivo? A questi quesiti ho cercato di rispondere con questo libro, che rappresenta una “storia dell’ascolto della musica”.
Laureato in musicologia, a partire dal 1999 Filippo Poletti ha iniziato la sua indagine, andando alla caccia di grandi personalità, convinto che «se gli ascolti sommati fanno tante vite, l’ascolto attivo è una competenza chiave nelle relazioni umane. Ieri, oggi e domani, infatti, affinare la capacità di ascoltare attivamente servirà sempre». Da qui la necessità di declinare gli esiti della lunghissima indagine in chiave concreta, proponendo di leggere le parole dei grandi italiani e di ascoltare i brani.
La Redazione