30/10/2026
Innovazione

L’Europa vuole la sua intelligenza artificiale. Ma chi la userà davvero?

Il progetto EUROPA guidato dall’italiana Domyn promette un modello aperto nelle 24 lingue dell’Unione. La vera sfida comincia quando l’AI entra nelle imprese.

L’Europa ha deciso che non vuole limitarsi a comprare intelligenza artificiale dagli altri. Vuole anche costruirla. E, possibilmente, farlo con una tecnologia che le imprese e le amministrazioni possano controllare senza dipendere interamente da fornitori esterni.

Il progetto EUROPA, guidato dalla società italiana Domyn insieme a partner europei, rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi in questa direzione. Selezionato nell’ambito del Frontier AI Grand Challenge della Commissione europea, punta a sviluppare un modello di intelligenza artificiale aperto, addestrato sulle 24 lingue ufficiali dell’Unione e sostenuto dalla capacità di calcolo dei supercomputer EuroHPC.

L’obiettivo annunciato supera i 400 miliardi di parametri. È un numero impressionante, ma non è quello che dovrebbe interessare maggiormente un imprenditore.

La domanda utile è un’altra: che cosa potrà fare un’azienda europea con questa tecnologia che oggi non riesce a fare, oppure riesce a fare soltanto consegnando dati e processi a piattaforme esterne?

Il tema riguarda soprattutto i settori regolamentati, dalla finanza alla sanità, dall’industria alla pubblica amministrazione. In questi ambiti, il controllo sui dati, la tracciabilità dei processi e la possibilità di eseguire sistemi su infrastrutture proprie possono essere importanti quanto la qualità delle risposte prodotte.

Domyn ha già avviato il rilascio di Edge, un modello più compatto da quattro miliardi di parametri, accompagnato da strumenti e materiali per consentire ad altri sviluppatori di studiarlo e adattarlo. È un passaggio interessante perché sposta l’attenzione dalla grande promessa tecnologica alla disponibilità di strumenti concretamente utilizzabili.

Tuttavia, la sovranità digitale non si ottiene semplicemente sostituendo un fornitore americano con uno europeo. Un sistema deve essere competitivo, economicamente sostenibile, integrabile nei processi aziendali e sufficientemente affidabile da giustificare i costi di adozione.

Per una PMI questo significa poter automatizzare attività amministrative, analizzare documenti, assistere clienti in più lingue o migliorare la gestione della conoscenza interna senza dover costruire da zero un dipartimento di ricerca.

Significa anche affrontare problemi meno spettacolari: competenze, qualità dei dati, sicurezza informatica, manutenzione e responsabilità sugli errori.

L’Europa possiede università, centri di ricerca, industria e infrastrutture pubbliche di calcolo. Non parte da zero. Ma trasformare questi asset in prodotti diffusi è un problema industriale prima ancora che tecnologico.

La misura del successo di EUROPA, quindi, non sarà soltanto la posizione raggiunta nelle classifiche dei modelli AI. Sarà il numero di imprese capaci di utilizzarne i risultati per produrre meglio, spendere meno o creare servizi che prima non esistevano.

Perché un’intelligenza artificiale europea può anche essere un risultato scientifico straordinario. Ma senza aziende che la adottano rischia di rimanere soprattutto una straordinaria dimostrazione di capacità.

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