
Un commercialista che vuole aprire uno studio insieme a un collega, un giovane architetto che decide di condividere clienti e progetti, due consulenti che preferirebbero unire le forze anziché continuare a lavorare separatamente. Sono scelte imprenditoriali perfettamente ragionevoli. Ma in Italia possono diventare complicate anche per una ragione fiscale: ciò che conviene al singolo professionista non sempre conviene a chi decide di associarsi.
La legge di bilancio 2027 potrebbe intervenire su questo paradosso. La proposta di innalzare da 85.000 a 100.000 euro la soglia di ricavi e compensi del regime forfettario è già al centro del confronto politico. Ma una seconda iniziativa, annunciata il 29 ottobre dal deputato della Lega Andrea de Bertoldi, potrebbe avere conseguenze altrettanto interessanti: consentire ai giovani professionisti di aggregarsi mantenendo, a determinate condizioni, il trattamento fiscale agevolato.
Il problema non è soltanto quanto si fattura.
Il regime forfettario è diventato uno degli strumenti più importanti per le piccole attività autonome. La semplicità degli adempimenti e la tassazione sostitutiva hanno contribuito a renderlo particolarmente interessante per chi avvia un’attività o lavora con una struttura leggera.
Il limite emerge quando il professionista vuole crescere.
Oggi la partecipazione a un’associazione professionale costituisce, in linea generale, una causa ostativa al regime forfettario. Il risultato è che due professionisti possono trovare conveniente mantenere attività individuali separate, anche quando una struttura comune permetterebbe loro di condividere costi, competenze, personale e investimenti tecnologici.
Non significa che il fisco impedisca di collaborare. Significa però che alcune forme di collaborazione organizzata possono comportare la perdita di un vantaggio economico rilevante.
L’aggregazione come politica industriale.
La proposta annunciata da de Bertoldi punta a correggere questo meccanismo, almeno per i giovani titolari di partita IVA. Il deputato ha dichiarato di voler intervenire durante l’esame parlamentare della manovra, dando seguito a un ordine del giorno già approvato nella precedente legge di bilancio.
Per il momento si tratta di un impegno politico, non di una norma approvata. Non sono ancora definiti i requisiti anagrafici, le forme associative ammesse, le eventuali soglie complessive e i meccanismi per evitare utilizzi elusivi dell’agevolazione.
Sono dettagli decisivi. Consentire a due professionisti di associarsi mantenendo ciascuno il proprio regime fiscale è cosa diversa dal permettere a una struttura comune di beneficiare senza limiti di un trattamento concepito per le attività individuali.
La distinzione dovrà essere chiarita dal legislatore.
Studi piccoli, investimenti difficili.
Il tema va oltre le aliquote. Molte attività professionali italiane operano con strutture di dimensioni ridotte, nelle quali il titolare si occupa contemporaneamente della prestazione tecnica, dell’amministrazione, dell’acquisizione dei clienti e della gestione commerciale.
Un modello che può funzionare, ma che incontra limiti crescenti quando servono investimenti in cybersecurity, software, intelligenza artificiale, formazione specialistica e servizi internazionali.
Lavorare insieme non significa necessariamente creare grandi società. Può voler dire costruire studi multidisciplinari, condividere collaboratori o sviluppare servizi che il singolo professionista difficilmente potrebbe offrire.
Una politica fiscale che incoraggi queste forme organizzative potrebbe produrre benefici superiori a un semplice aumento della soglia di fatturato.
Il rischio di una riforma a metà.
L’innalzamento del limite a 100.000 euro, se confermato, permetterebbe a una platea di contribuenti di restare più a lungo nel regime agevolato. Ma da solo non risolverebbe il problema della crescita dimensionale.
Anzi, senza una revisione dei meccanismi di passaggio al regime ordinario, potrebbe semplicemente spostare più in alto il punto in cui diventa fiscalmente meno conveniente aumentare l’attività.
La proposta sulle aggregazioni merita quindi attenzione proprio perché affronta un problema diverso: non quanto un professionista possa guadagnare individualmente, ma come possa organizzarsi insieme ad altri.
La questione di fondo è se il sistema fiscale debba limitarsi a proteggere le attività più piccole oppure accompagnarle quando decidono di diventare più strutturate.
Perché una partita IVA che cresce non dovrebbe necessariamente trovarsi davanti a una scelta fra pagare meno tasse e costruire un’impresa migliore.