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20/10/2026
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Il paradosso del reddito estero: l’Italia cerca investitori e trascura gli expat che vivono già qui

Attiriamo capitali, compratori immobiliari e grandi investitori. Ma quanto ci interessano le persone che abitano già nei nostri territori, guadagnano all’estero e spendono almeno una parte del loro reddito in Italia? La ricerca RELOCALS suggerisce una domanda economica che merita attenzione.

Quando un investitore straniero annuncia di voler aprire uno stabilimento in Italia, giustamente se ne parla. Quando qualcuno acquista un grande immobile, arriva magari qualche titolo sui giornali. Ma se un professionista vive in un piccolo comune italiano, lavora per clienti internazionali e ogni mese paga l’affitto, fa la spesa, utilizza servizi e acquista prodotti locali, difficilmente qualcuno lo considera un soggetto interessante per lo sviluppo economico del territorio.

Eppure potrebbe esserlo.

Nei risultati preliminari di RELOCALS, la ricerca di NOMAG, ITS Italy e We the Italians su 103 persone nate all’estero e stabilitesi in Italia, il 63,1% dichiara di ricavare prevalentemente il proprio reddito da fonti estere.

Il dato non ci dice quanto guadagnino, quanto spendano in Italia o quanta parte del reddito venga effettivamente trasferita nel nostro Paese. Il campione è esplorativo, non rappresentativo di tutti i residenti di origine straniera. Sarebbe quindi sbagliato trasformare quella percentuale in una stima del giro d’affari generato.

Ma la domanda economica rimane: stiamo riconoscendo adeguatamente il potenziale di chi vive in Italia pur avendo clienti, datori di lavoro o altre fonti di reddito oltreconfine?

Pensiamo a una coppia che abita tutto l’anno in una cittadina italiana. Uno dei due lavora per un’impresa britannica, l’altro per clienti americani. Potrebbero non avere alcuna intenzione di costituire un’azienda italiana o investire in un’attività produttiva. Eppure rappresentano domanda per abitazioni, manutenzioni, commercio, professionisti, ristorazione e servizi.

Non è necessario che ogni nuovo residente diventi un imprenditore per avere un ruolo nell’economia locale.

Naturalmente non tutti sono professionisti benestanti. Non bisogna confondere il reddito estero con la ricchezza, né immaginare che tutti i nuovi residenti abbiano un potere d’acquisto elevato. L’Istat stima per il 2025 una spesa media mensile delle famiglie italiane di 2.782 euro, con differenze molto ampie per territorio e composizione familiare. Quel dato non misura RELOCALS e non autorizza a moltiplicarlo per il numero dei partecipanti alla nostra indagine. Ricorda, però, quanto la domanda quotidiana sia importante nella vita economica di un territorio.

Esiste poi una differenza essenziale fra l’origine del reddito, il luogo in cui viene speso e il trattamento fiscale applicabile. Avere clienti all’estero non significa essere esenti dalle imposte italiane, e vivere in Italia non implica che ogni euro percepito venga speso localmente. Residenza fiscale, obblighi dichiarativi e regole internazionali seguono criteri specifici. La questione che poniamo qui non è tributaria, ma economica: quale parte di queste risorse alimenta effettivamente l’economia dei territori?

Per le piccole imprese potrebbe essere un mercato ancora poco considerato. Servizi di manutenzione, assistenza amministrativa e linguistica, mobilità, formazione, sanità privata, commercio e offerte culturali possono rispondere a bisogni concreti di una popolazione che non coincide né con il turista né con il residente tradizionale.

Ma sarebbe ingenuo fermarsi ai possibili benefici. Una domanda abitativa internazionale, soprattutto se concentrata in mercati con poche case disponibili, può anche contribuire ad aumentare i prezzi. E i nuovi arrivati hanno bisogno di servizi che i comuni devono essere in grado di sostenere.

Per questo la risposta non dovrebbe essere una nuova campagna pubblicitaria dedicata genericamente agli stranieri. Servirebbe piuttosto capire quanti sono, per quanto tempo restano, quali servizi utilizzano, dove spendono, quali competenze possiedono e quali ostacoli incontrano. Con dati verificabili, nel rispetto della privacy e coinvolgendo anche i residenti di lunga data.

La vera opportunità per le amministrazioni, le associazioni di categoria e le imprese potrebbe non essere soltanto attrarre nuovi capitali. Potrebbe essere riconoscere meglio una domanda economica già presente, facilitarne l’incontro con l’offerta locale e trasformare una presenza individuale in relazioni utili per entrambi.

Non sostituisce una politica industriale, non risolve lo spopolamento e non garantisce automaticamente crescita.

Ma forse, mentre cerchiamo il prossimo investitore disposto a venire in Italia, varrebbe la pena domandarci che cosa potremmo costruire insieme a quelli che sono già arrivati.


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Questo articolo prende spunto da RELOCALS — Risultati preliminari, il terzo volume della collana NOMAG Research Books, dedicato alle persone nate all’estero che hanno scelto di stabilirsi in Italia.

La collana comprende anche una ricerca su 1.056 risposte di professionisti internazionalmente mobili interessati all’Italia e uno studio critico sugli effetti reali dei programmi delle case a un euro.

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