14/09/2026
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Cresce ancora il turismo nautico, ma il vero collo di bottiglia è a terra: l’Italia accelera su marina e nuovi ormeggi

La nautica italiana continua a crescere, ma la capacità dei porti turistici rischia di non procedere alla stessa velocità. I numeri mostrano una domanda elevata, investimenti in ripartenza e decine di progetti lungo le coste. Ma tra posti esistenti, strutture programmate e cantieri effettivamente aperti occorre fare alcune distinzioni.

La prossima sfida della nautica italiana potrebbe non essere costruire più barche. Potrebbe essere trovare dove ormeggiarle.

Il settore arriva al 2026 con indicatori economici robusti, una leadership mondiale nella produzione di grandi yacht e aspettative positive da parte degli operatori dei marina. Parallelamente, dopo anni di investimenti relativamente contenuti, lungo le coste italiane stanno tornando progetti di ampliamento, riqualificazione e realizzazione di nuove infrastrutture.

La fotografia, tuttavia, è più complessa del semplice annuncio di migliaia di nuovi posti barca.

Quanti sono davvero i posti barca in Italia?

L’ultimo censimento nazionale pubblicato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti registra 162.745 posti barca al 30 settembre 2024, in aumento rispetto ai 161.778 del 2023 e ai 157.950 del 2022.

La distribuzione dimensionale è particolarmente significativa: 107.862 posti, pari al 66,3%, sono destinati a unità fino a 10 metri o non specificate; 50.919 sono per imbarcazioni tra 10 e 24 metri; soltanto 3.964 posti, il 2,4% del totale, sono predisposti per unità superiori ai 24 metri.

Una ricerca più recente di Risposte Turismo per OsserMare ha invece mappato nel 2025 circa 172mila posti barca, distribuiti tra circa 1.600 concessioni attive, con una media superiore ai cento ormeggi per struttura. Liguria, Toscana, Sicilia e Sardegna risultano tra le regioni con maggiore capacità.

I due valori non devono però essere sottratti l’uno dall’altro per concludere che in dodici mesi siano stati costruiti quasi 10mila nuovi posti. Si tratta di rilevazioni realizzate in periodi e con perimetri metodologici differenti.

Domanda alta, ma il “90% di occupazione” va letto correttamente

Gli operatori del settore indicano per il 2026 livelli di occupazione dei marina molto elevati, con stime che arrivano attorno al 90%. Non esiste però, al momento, una statistica pubblica MIT che certifichi un tasso medio nazionale omogeneo di occupazione del 90% per tutti i circa 172mila ormeggi italiani.

La pressione della domanda trova comunque conferme in altri indicatori.

Nell’Adriatico, Risposte Turismo ha rilevato che sulla sponda italiana oltre il 90% dei posti disponibili nelle strutture intervistate è destinato alla clientela stanziale; nel 2025 il 52,7% dei porti del campione ha indicato una clientela stabile e quasi un terzo una crescita, soprattutto grazie ai transiti.

Anche le aspettative economiche sono positive. Secondo il Monitor 2025/2026 di Confindustria Nautica, il 75% delle imprese del segmento turismo nautico, marina e servizi prevede una crescita del fatturato nell’anno nautico in corso, mentre solo il 12% si attende un calo. Nel charter e noleggio, il 64% del campione prevede una crescita.

Non 20mila cantieri: una pipeline molto più ampia

Il punto più delicato riguarda i nuovi ormeggi.

Parlare genericamente di “20mila posti barca in cantiere” rischia di confondere almeno quattro fasi molto diverse: pianificazione regionale, proposta progettuale, iter autorizzativo e lavori effettivamente iniziati.

Un documento pubblicato nel maggio 2026 da Risposte Turismo riporta una ricognizione di Assomarinas molto significativa: l’associazione ha individuato 45 siti costieri italiani nei quali sono in fase di sviluppo ampliamenti di marina esistenti o nuovi progetti.

Allargando l’orizzonte ai piani costieri regionali e alle proposte considerate recuperabili, Assomarinas stima inoltre un potenziale di oltre 70mila nuovi posti barca nei prossimi vent’anni, da aggiungere a una capacità esistente valutata nello stesso documento attorno ai 170mila posti.

Il dato dei 20mila ormeggi nell’arco di dieci anni appare quindi coerente come possibile scenario di sviluppo del settore, ma non deve essere interpretato come l’esistenza oggi di 20mila posti fisicamente in costruzione.

Ed è proprio questa distinzione a rendere interessante il mercato per investitori, concessionari, progettisti e amministrazioni pubbliche: la pipeline è grande, ma trasformarla in infrastrutture operative richiede autorizzazioni, capitali, compatibilità ambientale e tempi amministrativi spesso lunghi.

Da Bari alla Sardegna: i progetti ci sono, ma a velocità diverse

A Bari, per esempio, sono partiti lavori per circa 39 milioni di euro nell’area del Molo San Cataldo. L’Autorità di Sistema Portuale ha spiegato che l’intervento creerà le condizioni per un futuro marina capace di ospitare circa 200 posti barca. È quindi più corretto parlare di infrastruttura propedeutica al nuovo marina che di 200 ormeggi già materialmente in costruzione.

A Punta Ala, in Toscana, il progetto di riqualificazione e ampliamento del porto turistico ha compiuto un nuovo passo nel 2026, ma la documentazione del Ministero dell’Ambiente mostra che l’intervento si trova ancora nell’iter di Valutazione di Impatto Ambientale. Anche in questo caso progetto e cantiere non sono sinonimi.

La Sardegna offre invece un esempio della scala raggiunta dalla programmazione regionale. Il nuovo Piano regionale della rete della Portualità turistica, approvato dalla Giunta nel febbraio 2026, ha un orizzonte al 2055 e prevede tre scenari progressivi. Il secondo contempla sei nuove strutture e 1.200 posti barca; quello di ulteriore sviluppo aggiunge tredici strutture da almeno 200 posti ciascuna, per almeno altri 2.600 ormeggi. La Regione sintetizza quindi il piano parlando di circa 4mila nuovi posti barca.

La contraddizione italiana: leader nei superyacht, pochi posti per le barche più grandi

È probabilmente questo il dato strategicamente più interessante.

Nel 2026 l’Italia detiene il 52% del portafoglio ordini mondiale dei superyacht, con 568 unità su un totale globale di 1.093 secondo i dati riportati da Confindustria Nautica sulla base del Global Order Book.

Eppure il censimento MIT conta meno di 4mila posti barca nazionali per unità oltre i 24 metri.

I due indicatori non sono direttamente confrontabili — gran parte degli yacht costruiti in Italia è destinata all’esportazione — ma mostrano bene l’opportunità economica legata a marina capaci di accogliere unità maggiori e di offrire servizi ad alto valore aggiunto: refitting, manutenzione, assistenza tecnica, bunkeraggio, hospitality ed equipaggi.

La filiera, del resto, ha ormai dimensioni industriali. Secondo Confindustria Nautica e Fondazione Symbola, nel 2024 il sistema nautico italiano ha generato oltre 13 miliardi di euro di valore aggiunto e circa 168mila occupati, con un incremento dell’occupazione del 5,6%.

Il porto turistico non è quindi soltanto un parcheggio per imbarcazioni. È sempre più un’infrastruttura economica che attiva cantieristica, servizi professionali, turismo, ristorazione, immobiliare, commercio e occupazione sul territorio.

Il problema resta la velocità delle autorizzazioni

La crescita potenziale si confronta però con una normativa nata quasi trent’anni fa.

Il DPR 509 del 1997 disciplina ancora il procedimento per la concessione del demanio marittimo destinato alle strutture della nautica da diporto. La necessità di rivederlo non è soltanto una richiesta delle associazioni di categoria.

Documenti parlamentari del 2026 confermano che la portualità turistica è stata individuata come area prioritaria dal CIPOM e che il Ministero del Turismo sta esaminando proposte di revisione del regolamento. Tra gli interventi indicati figurano l’estensione e la semplificazione della conferenza di servizi, tempi più certi per i procedimenti e maggiore uniformità nella gestione delle concessioni.

È probabilmente qui che si giocherà una parte importante della crescita futura.

L’Italia dispone di 8mila chilometri di coste, una delle industrie nautiche più forti al mondo e una domanda turistica internazionale significativa. Ma tra una previsione su un piano regionale e un nuovo yacht che entra realmente nel proprio posto barca possono trascorrere molti anni.

Per questo il numero da osservare nei prossimi anni non sarà soltanto quanti nuovi ormeggi vengono annunciati, ma quanti progetti supereranno effettivamente autorizzazioni, finanziamento e costruzione.

La nautica italiana ha già dimostrato di saper costruire le barche. La nuova competizione consiste nel costruire — e gestire — le infrastrutture capaci di accoglierle.

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