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29/07/2026
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Italia, le nuove imprese crescono ma il percorso dall’idea al mercato resta a ostacoli

Il tasso di imprenditorialità iniziale ha raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, ma il Paese rimane indietro rispetto alle principali economie avanzate. Accesso al credito, burocrazia, paura di fallire e divario di genere continuano a frenare la nascita di nuove aziende.

In Italia quasi una persona su cinque dichiara di voler avviare un’impresa nei successivi tre anni. Molti meno, però, riescono davvero a farlo. È dentro questa distanza tra intenzione e realizzazione che si concentra una delle principali debolezze del sistema imprenditoriale italiano.

Il Rapporto GEM Italia 2025-2026, “L’attivazione imprenditoriale in Italia”, coordinato da Alessandra Micozzi e realizzato dal team italiano del Global Entrepreneurship Monitor con il sostegno di Universitas Mercatorum, restituisce un quadro meno negativo di quanto spesso si racconti, ma certamente non rassicurante.

Il tasso di attività imprenditoriale nelle fasi iniziali, indicato con l’acronimo TEA, nel 2025 ha raggiunto circa l’11% della popolazione adulta. È il valore più elevato del periodo preso in esame e segnala un recupero significativo rispetto agli anni della pandemia. Nonostante questa crescita, l’Italia si colloca soltanto al trentesimo posto tra i 48 Paesi analizzati nell’ultima rilevazione GEM.

Il problema, dunque, non è soltanto la quantità di persone interessate a fare impresa. È la capacità del sistema di accompagnarle nel passaggio dall’idea alla costituzione di un’azienda e, soprattutto, alla sua permanenza sul mercato.

Più iniziative, ma meno nuove imprese rispetto al passato

Il recupero dell’attività imprenditoriale iniziale convive con un dato strutturale più difficile da ignorare. Le iscrizioni di nuove imprese si sono stabilizzate nell’ultimo biennio intorno alle 325mila unità, mentre nel 2010 superavano quota 400mila.

Il calo riguarda in particolare il settore manifatturiero, storicamente centrale per l’economia italiana. Segnali più dinamici arrivano invece dai comparti ad alta tecnologia e soprattutto dai servizi tecnologici, che continuano a mostrare una maggiore capacità di attrarre nuove iniziative.

Non siamo quindi davanti a un Paese privo di iniziativa. Stiamo assistendo piuttosto a una trasformazione della sua base imprenditoriale: meno imprese nei settori tradizionali, maggiore attenzione verso digitale, servizi avanzati, innovazione e sostenibilità.

La trasformazione, tuttavia, non sembra ancora abbastanza veloce da compensare la progressiva riduzione del numero complessivo di nuove aziende.

Il vero problema è il divario tra intenzione e azione

Uno degli elementi più interessanti del rapporto è proprio il confronto tra aspirazione imprenditoriale e attivazione concreta.

Quasi il 20% degli italiani vorrebbe creare un’impresa. Il TEA, che misura chi sta effettivamente avviando un’attività o gestisce un’impresa ancora giovane, si ferma invece intorno all’11%. Questo significa che una parte rilevante della potenziale imprenditorialità italiana non riesce a superare la fase delle intenzioni.

Le ragioni sono diverse e spesso si rafforzano a vicenda.

La percezione delle opportunità disponibili rimane limitata. Molte persone ritengono di possedere competenze sufficienti, ma non vedono nel proprio territorio o nel proprio settore condizioni favorevoli per cominciare. A questo si aggiungono il timore di fallire, l’incertezza economica, la difficoltà di accedere ai finanziamenti e la complessità normativa.

In altre parole, non manca necessariamente la volontà di rischiare. Manca spesso la ragionevole convinzione che quel rischio possa essere affrontato all’interno di un sistema capace di sostenere l’impresa nei suoi primi anni di vita.

Burocrazia e credito continuano a pesare

Il contesto nel quale una nuova azienda deve nascere resta uno degli aspetti più problematici.

Il Global Entrepreneurship Monitor non misura soltanto il numero degli imprenditori, ma analizza anche la qualità dell’ecosistema nazionale: politiche pubbliche, disponibilità di finanziamenti, formazione, trasferimento della ricerca, infrastrutture, cultura imprenditoriale e facilità di ingresso nel mercato.

Per il 2025 l’Italia ottiene un punteggio NECI, l’indice che valuta le condizioni dell’ecosistema imprenditoriale, pari a 4,3 su 10. Soltanto tre delle tredici condizioni considerate raggiungono la soglia della sufficienza: la dinamicità dei mercati, le infrastrutture fisiche e la disponibilità di servizi professionali e commerciali.

Restano invece particolarmente deboli il sostegno pubblico, l’accesso ai finanziamenti e alcuni aspetti del rapporto con la pubblica amministrazione.

È un dato che invita a superare una lettura semplicistica. Per aumentare il numero delle imprese non basta promuovere genericamente la cultura delle startup o incoraggiare i giovani a “mettersi in proprio”. Servono condizioni concrete: capitali disponibili, tempi amministrativi prevedibili, formazione gestionale, mercati accessibili e procedure comprensibili.

L’entusiasmo imprenditoriale può far nascere un progetto. Difficilmente, da solo, riesce a trasformarlo in un’azienda solida.

La paura di fallire non è soltanto un limite culturale

Nel dibattito italiano la paura del fallimento viene spesso rappresentata come un problema psicologico o culturale: gli italiani sarebbero meno propensi degli altri a rischiare, più legati alla sicurezza del lavoro dipendente e poco disposti ad accettare gli insuccessi.

La spiegazione è solo parzialmente corretta.

Il timore di fallire dipende anche dalle conseguenze concrete del fallimento. In un sistema nel quale l’accesso al credito è difficile, il capitale iniziale proviene spesso dai risparmi personali o familiari e la chiusura di un’attività può produrre effetti economici e professionali duraturi, la prudenza non è necessariamente mancanza di coraggio.

Può essere una valutazione razionale.

Per questa ragione, intervenire sulla cultura imprenditoriale senza migliorare gli strumenti di tutela, finanziamento e ripartenza rischia di produrre molta narrazione e pochi risultati.

Una società più favorevole all’impresa non è quella che celebra soltanto chi ha avuto successo. È quella che permette a chi ha commesso un errore in buona fede di riprovare senza rimanere definitivamente escluso dal sistema economico.

Il divario tra uomini e donne resta ampio

Il rapporto conferma anche una differenza significativa nella partecipazione imprenditoriale tra uomini e donne.

Nel 2025 il TEA femminile si colloca poco sopra l’8%, mentre quello maschile raggiunge circa il 13%. Le donne dichiarano una minore fiducia nelle proprie capacità imprenditoriali, percepiscono meno opportunità e manifestano una maggiore paura del fallimento.

Anche in questo caso sarebbe riduttivo attribuire tutto a una minore propensione individuale al rischio.

Il divario riflette condizioni strutturali: minore accesso ai capitali e alle reti professionali, carichi familiari distribuiti in modo diseguale, minore presenza nei settori a maggiore intensità tecnologica e scarsità di modelli imprenditoriali femminili facilmente riconoscibili.

Ridurre il gap non significa quindi soltanto aumentare il numero dei programmi dedicati alle donne. Significa agire sull’accesso al credito, sulla formazione, sui servizi e sulle condizioni che consentono di conciliare l’attività imprenditoriale con la vita familiare.

Innovazione, intelligenza artificiale e sostenibilità: i segnali migliori

Il quadro non è privo di elementi positivi.

Una parte crescente delle nuove iniziative italiane è orientata verso l’innovazione tecnologica, i servizi digitali e la sostenibilità. L’attenzione all’intelligenza artificiale è ormai presente nel sistema imprenditoriale, anche se la conoscenza delle sue applicazioni e la capacità di utilizzarla rimangono distribuite in modo disomogeneo.

La sostenibilità viene inoltre considerata sempre più spesso non come un semplice vincolo normativo o reputazionale, ma come un possibile fattore di competitività.

Sono segnali importanti perché indicano che l’imprenditorialità italiana non è necessariamente ferma ai modelli del passato. Esistono competenze, iniziative e imprese capaci di muoversi sulle trasformazioni più rilevanti dell’economia contemporanea.

Queste esperienze, tuttavia, rimangono ancora “isole” all’interno di un ecosistema complessivamente fragile. Il rischio è che le imprese più promettenti trovino più facilmente capitale, mercati e opportunità di crescita fuori dall’Italia che nel Paese in cui sono nate.

Il ruolo delle università e della formazione

Il rapporto attribuisce un ruolo centrale anche alle università, chiamate a rafforzare le competenze imprenditoriali e a ridurre la distanza tra ricerca e mercato.

Il tema non riguarda soltanto la creazione di incubatori o corsi dedicati alle startup. Fare impresa richiede competenze tecniche, ma anche capacità di comprendere il mercato, gestire le persone, costruire un modello economico, raccogliere capitali e affrontare la crescita organizzativa.

Molti progetti innovativi nascono da competenze scientifiche o tecnologiche di alto livello, ma faticano a diventare imprese perché non riescono a integrare queste conoscenze con quelle commerciali, finanziarie e manageriali.

Il trasferimento tecnologico, in Italia, continua inoltre a essere frammentato. Università, centri di ricerca, imprese, investitori e istituzioni spesso operano all’interno di reti separate, mentre la trasformazione di un risultato scientifico in un prodotto richiede relazioni continue e obiettivi condivisi.

Dalle politiche per le startup a una politica per l’impresa

Negli ultimi anni molte politiche pubbliche hanno concentrato l’attenzione sulle startup innovative. È stata una scelta utile per creare nuovi strumenti, attrarre investitori e riconoscere il valore delle imprese tecnologiche.

Il rischio, però, è identificare l’intera politica imprenditoriale con una categoria giuridica o con una fase molto specifica della vita aziendale.

L’Italia ha bisogno di startup, ma anche di imprese tradizionali capaci di innovare, aziende familiari che affrontino il passaggio generazionale, nuove attività nei servizi, imprese manifatturiere ad alto valore aggiunto e progetti che nascano nei territori più fragili.

Serve soprattutto continuità. Un’impresa non esaurisce il proprio bisogno di sostegno al momento della costituzione. I passaggi più delicati arrivano spesso dopo: trovare i primi clienti, assumere, finanziare la crescita, entrare in nuovi mercati e costruire una struttura manageriale.

Promuovere molte nascite senza creare le condizioni per la crescita rischia di aumentare il numero delle iniziative, non quello delle aziende solide.

Le idee non bastano, ma continuano a essere il punto di partenza

Il Rapporto GEM mostra un’Italia che ha recuperato una parte della propria propensione imprenditoriale, ma che continua a non trasformare pienamente questo potenziale in nuove imprese.

Il miglioramento del TEA è un segnale incoraggiante. Non deve però nascondere il ritardo rispetto alle economie più avanzate, il calo delle nuove iscrizioni nel lungo periodo e la persistente debolezza dell’ecosistema.

La questione centrale non è convincere più persone ad avere idee. È permettere alle idee valide di incontrare competenze, capitali, clienti e istituzioni capaci di accompagnarle.

Perché un Paese imprenditoriale non si misura dal numero di aspiranti imprenditori o dagli eventi dedicati alle startup. Si misura dalla probabilità che una persona con un progetto credibile riesca davvero a costruire un’impresa, farla crescere e, quando necessario, ricominciare.


Fonti principali
Rapporto GEM Italia 2025-2026, L’attivazione imprenditoriale in Italia, a cura di Alessandra Micozzi, FrancoAngeli; Global Entrepreneurship Monitor; Universitas Mercatorum.

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