
Nel 2025 le operazioni che hanno coinvolto business angel italiani hanno raggiunto circa 920 milioni di euro, in crescita del 22,3% rispetto all’anno precedente. Un dato che conferma la crescita del mercato e la progressiva maturazione dell’ecosistema dell’innovazione nazionale. Tuttavia, dietro una cifra che a prima vista appare straordinaria, emergono alcune domande fondamentali: quanto di questa crescita è strutturale? Quanto deriva da un mercato realmente più forte? E soprattutto, l’Italia sta finalmente creando le condizioni per trasformare startup promettenti in aziende globali?
Per chi segue da anni il mondo delle startup italiane, la notizia pubblicata da IBAN – Italian Business Angels Network – insieme all’Università del Piemonte Orientale e alla SDA Bocconi rappresenta uno di quei dati che meritano di essere osservati con attenzione, senza facili entusiasmi ma nemmeno con il tradizionale pessimismo che spesso accompagna il racconto dell’innovazione nel nostro Paese.
Secondo la Survey 2026, nel corso del 2025 le operazioni che hanno coinvolto business angel italiani hanno raggiunto un valore complessivo di circa 920 milioni di euro, segnando una crescita del 22,3% rispetto all’anno precedente. Parallelamente, oltre la metà delle operazioni concluse si colloca nella fascia superiore ai 500.000 euro e cresce significativamente il peso dei round superiori ai 2 milioni di euro, che oggi rappresentano il 16% del mercato e assorbono una quota rilevante del capitale complessivamente investito. Inoltre, il 73% delle operazioni avviene ormai in syndication, ovvero attraverso cordate di investitori che condividono capitale, competenze e rischio.
Si tratta di un dato importante per almeno due ragioni.
La prima è che racconta una crescita quantitativa che pochi anni fa sarebbe stata difficile immaginare. Per lungo tempo il principale limite dell’ecosistema italiano è stato l’accesso ai capitali. Non mancavano le idee, non mancavano le università e nemmeno le competenze imprenditoriali. Mancavano soprattutto investitori disposti a sostenere la crescita delle aziende innovative. Il fatto che oggi il mercato sfiori il miliardo di euro dimostra che qualcosa è cambiato.
La seconda ragione è forse ancora più significativa. I business angel italiani non stanno semplicemente investendo di più. Stanno investendo in modo diverso.
Il modello tradizionale del business angel, ovvero l’imprenditore che investe da solo nelle primissime fasi di una startup, sta progressivamente lasciando spazio a un approccio più strutturato. Le syndication sono diventate la norma e non l’eccezione. I round sono più grandi. Gli investitori condividono analisi, competenze e relazioni. In molti casi i business angel agiscono ormai come un primo anello di una filiera finanziaria che coinvolge successivamente fondi di venture capital, family office e investitori istituzionali.
Questa evoluzione viene spesso descritta come un segnale di maturazione del mercato e probabilmente lo è. Tuttavia, ogni fase di maturazione porta con sé vantaggi e controindicazioni.
La ricerca mostra infatti che il capitale si sta concentrando sempre di più su startup che hanno già superato le fasi più rischiose della loro esistenza. Il 58% degli investimenti riguarda infatti società già in fase startup avanzata, mentre il 42% viene destinato a iniziative seed. In altre parole, gli investitori italiani sembrano oggi preferire aziende che hanno già dimostrato di possedere un prodotto, un mercato e una certa capacità di esecuzione.
Da un punto di vista finanziario la scelta è assolutamente razionale. Negli ultimi anni il mercato globale del venture capital è cambiato profondamente. Dopo l’euforia del periodo 2020-2022, caratterizzato da abbondante liquidità e valutazioni spesso scollegate dai fondamentali economici, il settore è entrato in una fase di maggiore selettività. In tutta Europa gli investitori stanno privilegiando startup con ricavi, clienti e modelli di business più solidi. Anche il venture capital europeo nel 2025 ha mostrato segnali di recupero dopo anni difficili, ma resta lontano dai livelli di espansione osservati durante il boom post-pandemico.
Il punto è che l’Italia parte da una posizione diversa rispetto alle principali economie europee.
Secondo diversi report internazionali, il venture capital italiano continua a crescere ma rimane nettamente inferiore rispetto ai principali hub europei. Dealroom descrive l’Italia come un ecosistema che sta maturando ma che continua a occupare una posizione intermedia nel panorama continentale, ancora distante dai volumi di investimento di Regno Unito, Francia e Germania.
Questo aspetto è particolarmente importante perché modifica completamente la lettura dei 920 milioni annunciati da IBAN.
Se un ecosistema molto grande diventa più selettivo, il rischio di lasciare indietro alcune startup è relativamente limitato. Se invece un ecosistema ancora in fase di consolidamento riduce la propria propensione al rischio, il pericolo è che molte iniziative innovative non riescano mai a raggiungere la maturità necessaria per attrarre capitali.
La vera domanda, quindi, non è se i business angel italiani stiano investendo di più.
La vera domanda è se il capitale stia raggiungendo le aziende giuste nel momento giusto.
Negli ultimi mesi diversi osservatori hanno evidenziato come il mercato italiano stia vivendo una fase apparentemente contraddittoria. Da un lato aumentano gli investimenti, crescono i round e si moltiplicano le operazioni di dimensioni significative. Dall’altro lato continua a essere limitato il numero di aziende capaci di diventare leader europei o globali nei rispettivi settori. Dealroom ha recentemente sottolineato come il sistema italiano stia registrando una crescita importante ma resti ancora “nel mezzo” dell’ecosistema europeo, incapace per il momento di trasformare il proprio potenziale in un numero sufficiente di campioni internazionali.
Naturalmente esistono segnali incoraggianti. Il venture capital italiano nel 2025 ha superato ampiamente i livelli registrati pochi anni fa e alcune startup stanno iniziando a raccogliere round che fino a poco tempo fa sarebbero stati impensabili. Il caso di Exein, startup italiana della cybersecurity che ha raccolto 70 milioni di euro in un round Series C guidato da investitori internazionali, dimostra che anche dall’Italia possono nascere aziende in grado di competere sui mercati globali.
Tuttavia, un ecosistema non si misura soltanto dal capitale raccolto. Si misura dalla capacità di generare imprese che restano, crescono, assumono e producono valore nel lungo periodo.
E qui emergono alcune fragilità che il semplice dato dei 920 milioni rischia di nascondere. L’Italia continua a scontare ritardi in termini di dimensione media delle imprese innovative, attrazione di talenti internazionali, trasferimento tecnologico, crescita dimensionale e disponibilità di capitale nelle fasi successive alla startup. Inoltre, il contesto economico generale resta complesso. Confindustria ha recentemente ricordato come il Paese continui a registrare tassi di crescita economica inferiori alla media europea e come il costo dell’energia e la debolezza degli investimenti rappresentino ancora un freno alla competitività.
Alla luce di tutto questo, il dato pubblicato da IBAN va interpretato per ciò che realmente è: una buona notizia, ma non ancora una svolta definitiva.
Racconta un ecosistema che sta diventando più maturo, più professionale e più organizzato. Racconta investitori che collaborano tra loro e startup che riescono ad attrarre capitali più consistenti. Ma racconta anche un mercato che sta diventando più selettivo e che dovrà dimostrare nei prossimi anni di saper trasformare il capitale raccolto in crescita economica concreta.
Il traguardo del miliardo di euro, ormai vicino, rappresenta certamente una soglia simbolica importante. La vera sfida, però, sarà capire se tra cinque o dieci anni potremo associare a quel miliardo non soltanto una statistica, ma una nuova generazione di imprese italiane capaci di giocare un ruolo da protagoniste nei mercati globali.