13/04/2026
Focus

Golden Visa: mentre gli altri chiudono per gli errori del passato, l’Italia ha davanti un’opportunità (che rischia di non vedere)

Dalla Spagna che blocca il real estate a un modello italiano basato su investimenti produttivi: una leva concreta per PMI e territori che oggi resta sorprendentemente sottoutilizzata.

Negli ultimi mesi il tema dei cosiddetti golden visa è tornato con forza nel dibattito europeo, ma con un cambio di prospettiva evidente rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di uno strumento per attrarre capitali, bensì di un terreno su cui si stanno ridefinendo equilibri tra interesse pubblico, mercato immobiliare e mobilità internazionale.

La decisione della Spagna di eliminare il canale legato agli investimenti immobiliari rappresenta, in questo senso, un passaggio simbolico ma anche estremamente concreto. Per oltre un decennio, il meccanismo era stato lineare: investire almeno 500.000 euro in un immobile consentiva di ottenere un permesso di residenza. Il sistema ha funzionato sotto il profilo dell’attrazione dei capitali, ma ha progressivamente contribuito ad alimentare tensioni sul mercato della casa, soprattutto nelle grandi città e nelle aree a maggiore attrattività internazionale.

Non è un caso isolato. Il Portogallo ha già eliminato il canale immobiliare, altri Paesi stanno rivedendo i propri programmi, e a livello europeo il tema viene affrontato sempre più apertamente anche in termini di sicurezza, trasparenza e coerenza con i principi dell’Unione.

Fin qui, la cronaca.

Il punto interessante, però, è un altro: mentre diversi Paesi stanno cercando di correggere un modello che ha generato effetti collaterali evidenti, l’Italia si trova in una posizione completamente diversa. E, per una volta, potenzialmente vantaggiosa.


Come funziona il modello italiano

A differenza di Spagna, Portogallo o Grecia, l’Italia non ha mai previsto la possibilità di ottenere un visto attraverso il semplice acquisto di un immobile.

Il sistema italiano, introdotto nel 2017, è costruito su una logica diversa, che lega la residenza a investimenti che generano – almeno in teoria – attività economica:

  • almeno €250.000 in una startup innovativa italiana
  • almeno €500.000 in una società italiana
  • almeno €1 milione in una donazione a progetti di interesse pubblico
  • almeno €2 milioni in titoli di Stato

Questo significa che il capitale non viene indirizzato verso asset passivi, ma verso strumenti che possono avere un impatto diretto sul sistema economico.

È una differenza sostanziale rispetto ai modelli che oggi vengono messi in discussione altrove.

Ed è, oggettivamente, un vantaggio competitivo.


Il vero punto: questa è (o dovrebbe essere) una leva per le PMI

Qui entra in gioco un elemento che nel dibattito pubblico resta sorprendentemente in secondo piano.

Se il visto è legato a investimenti in imprese, allora le imprese italiane – e in particolare le PMI – non sono un elemento accessorio del sistema.

Sono il cuore del sistema.

In teoria, questo strumento potrebbe rappresentare:

  • un canale di accesso a capitale internazionale per imprese in crescita
  • un’opportunità per attrarre soci e competenze dall’estero
  • un acceleratore per processi di internazionalizzazione
  • una leva per attivare progetti imprenditoriali anche al di fuori dei grandi centri

Eppure, nella pratica, tutto questo accade in misura molto limitata.

Le PMI italiane raramente considerano il visto per investitori come uno strumento strategico. Gli investitori internazionali faticano a orientarsi. Le opportunità non sono sistematizzate, né raccontate in modo efficace.

Il risultato è che un meccanismo potenzialmente molto interessante resta confinato a una nicchia.


Il contesto italiano: una doppia dinamica che non possiamo ignorare

A rendere il quadro ancora più rilevante è il contesto interno.

L’Italia ha un problema più complesso della sola pressione immobiliare.
In alcune città – Milano su tutte, ma anche Roma, Firenze o Bologna – la tensione sul mercato è ormai evidente, con prezzi in crescita e accesso sempre più difficile.

Ma allo stesso tempo, gran parte del Paese vive il fenomeno opposto: spopolamento dei territori, fragilità delle economie locali, mancanza di servizi essenziali.

È proprio questa doppia velocità – compressione nelle grandi città e vuoto nelle aree interne – che dovrebbe guidare qualsiasi politica di attrazione degli investimenti.

Se questo elemento viene ignorato, il risultato è prevedibile: anche gli eventuali capitali attratti continueranno a concentrarsi nelle stesse aree già sotto pressione.


Attrarre capitali non basta. Bisogna sapere dove portarli

Uno degli equivoci più diffusi è pensare che attrarre capitali sia, di per sé, un obiettivo sufficiente.

Non lo è.

Il capitale, per sua natura, tende a muoversi verso le opportunità più semplici, più visibili e più liquide. Senza un sistema che orienti queste scelte, non esiste alcuna ragione per cui un investitore internazionale debba scegliere contesti più complessi, anche quando sono quelli che avrebbero maggiore bisogno di risorse.

Questo significa che un Paese può avere uno strumento teoricamente corretto e, allo stesso tempo, non ottenere alcun beneficio strutturale.

È esattamente il rischio che l’Italia corre oggi.


Cosa intendiamo davvero per “investimento produttivo”

Nel dibattito italiano si parla spesso di investimenti produttivi, ma raramente si entra nel merito.

Se limitiamo il concetto alle startup tecnologiche, rischiamo di ridurre tutto a una nicchia. Importante, ma insufficiente.

Se invece allarghiamo la prospettiva, il concetto cambia.

Un investimento è produttivo quando genera continuità economica e presenza. Questo può tradursi in:

  • riattivazione di immobili inutilizzati all’interno dei territori
  • sviluppo di servizi locali (sanità, formazione, assistenza)
  • creazione di attività economiche legate alla presenza stabile
  • rafforzamento di infrastrutture materiali, mobilità e accessibilità

In questo senso, la differenza non è tra investimento e non investimento.

È tra investimento che resta finanziario e investimento che diventa sistema.


Le conseguenze delle scelte (o delle non scelte)

Se il sistema resta invariato, lo scenario è piuttosto chiaro.

L’Italia continuerà ad attrarre un numero limitato di investimenti attraverso questo canale, senza riuscire a posizionarsi in modo competitivo. Le PMI non beneficeranno in modo significativo di questi flussi. E le aree più fragili resteranno escluse.

Se invece si interviene in modo coordinato, le conseguenze possono essere molto diverse.

Il visto per investitori può diventare uno strumento reale di crescita per le imprese. Può facilitare l’ingresso di capitale e competenze internazionali. Può contribuire, almeno in parte, a riequilibrare le dinamiche territoriali.

Non è una soluzione unica.

Ma è una leva concreta.


Mentre altri Paesi stanno chiudendo un modello che ha funzionato troppo e nel modo sbagliato, l’Italia si trova in una situazione diversa.

Non deve correggere un errore.

Deve decidere se trasformare un’intuizione giusta in una strategia reale.

Perché, per una volta, il tema non è cosa manca.

Ma cosa non stiamo ancora facendo.


Nota dell’autore

Questo articolo è parte di una riflessione più ampia sviluppata su diverse testate del nostro network editoriale.
Il tema è stato affrontato con un taglio internazionale legato al mondo dei digital nomads su Nomag, mentre l’articolo originale da cui questa analisi è tratta è stato pubblicato su Esco quando voglio.
Un approfondimento specifico sulle implicazioni per la rigenerazione dei territori italiani e l’attrazione di nuovi residenti è disponibile su ITS Journal.

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