
L’Italia sta migliorando nel campo dell’innovazione e delle startup, ma il passo resta ancora troppo lento rispetto ai principali ecosistemi globali. Secondo l’Innovators Business Environment Index 2026 (IBEI), elaborato dalla società di analisi StartupBlink, il nostro Paese si colloca al 43° posto nel mondo per qualità dell’ambiente dedicato alla nascita e alla crescita delle imprese innovative.
Lo studio analizza 125 Paesi attraverso oltre trenta indicatori che misurano quanto sia semplice avviare e sviluppare un’impresa innovativa. Tra i fattori considerati ci sono il sistema fiscale, l’accesso ai capitali, l’infrastruttura digitale, l’apertura al commercio internazionale e il livello di fiducia nelle istituzioni.
Nel contesto europeo, l’Italia occupa la 31ª posizione, segno che l’ecosistema nazionale è in crescita ma ancora distante dai modelli più avanzati.
Come ha spiegato Giorgio Ciron, director di InnovUp, in un commento riportato dal Sole 24 Ore, negli ultimi mesi alcuni segnali positivi non sono mancati:
«Il panorama italiano sta crescendo. Nell’ultimo anno c’è stata una crescita degli investimenti in venture capital in controtendenza rispetto ad altri Paesi europei».
Il problema principale resta però il ritardo accumulato negli anni precedenti.
Come osserva ancora Ciron, sempre parlando al Sole 24 Ore, l’Italia è partita tardi nella costruzione di un vero ecosistema startup:
«Il fatto è che siamo partiti in ritardo e questo gap con i principali competitor pesa ancora. Per recuperarlo dovremmo crescere molto di più, perché il mondo corre».
Nonostante questo, il report evidenzia alcuni punti di forza strutturali del sistema italiano. Tra questi, la qualità delle università, il livello di formazione dei talenti e alcune eccellenze industriali che possono favorire l’innovazione. Settori come aerospazio, robotica, life science e agrifoodtech rappresentano infatti ambiti in cui tradizione industriale e ricerca tecnologica possono generare nuove opportunità.
Secondo Ciron, la sfida principale è evitare la dispersione dei talenti, incentivando il rientro dei cosiddetti “cervelli” italiani che lavorano all’estero:
«Le tassazioni agevolate dovrebbero concentrarsi sul rientro dei cervelli, che contribuirebbe a una crescita di lungo periodo», ha spiegato.
Accanto ai punti di forza, tuttavia, emergono anche criticità strutturali che frenano lo sviluppo dell’ecosistema innovativo. Una delle più rilevanti riguarda gli incentivi al business: in questa categoria l’Italia si colloca solo all’81° posto mondiale, con un punteggio inferiore persino a diversi Paesi emergenti.
Il nodo principale resta la burocrazia, che continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla nascita e alla crescita di nuove imprese. Come ha osservato Ciron al Sole 24 Ore, le startup operano nello stesso contesto normativo delle altre aziende, con procedure spesso lunghe e complesse, soprattutto nella fase di costituzione.
Un’altra criticità riguarda l’accesso agli appalti pubblici. Nonostante la spesa pubblica italiana rappresenti circa la metà del PIL, le startup faticano ancora a partecipare ai grandi programmi di procurement.
A livello globale, invece, il quadro è dominato da ecosistemi ormai consolidati. In cima alla classifica IBEI si trovano Stati Uniti, Singapore e Regno Unito, mentre in Europa spiccano Svizzera, Paesi Bassi, Estonia e Irlanda, Paesi che negli ultimi anni hanno costruito politiche industriali molto orientate all’innovazione.
Per colmare il divario, secondo gli esperti servono due leve principali: maggiore collaborazione tra grandi imprese e startup e una mobilitazione più efficace del risparmio privato verso l’economia innovativa.
Come ha concluso Ciron nell’intervista al Sole 24 Ore:
«Oggi lo Scaleup Act rende più conveniente investire in una startup rispetto a ristrutturare casa. Nonostante i problemi ancora presenti, è un momento favorevole per investire in innovazione».