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12/02/2026
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Borghi, cammini e turismo diffuso: l’Italia risponde all’overtourism partendo dall’interno

Dalla Bit di Milano una strategia che guarda oltre le icone: aree interne, lentezza, cammini e qualità della vita come infrastruttura economica

Alla BIT – Borsa Internazionale del Turismo di Milano il messaggio è stato meno folkloristico e più strutturale di quanto sembri. Non solo mare e montagna, non solo le cartoline iconiche. L’Italia sta cercando di ribilanciare la propria offerta turistica partendo dall’interno: borghi, cammini, benessere, sport outdoor, enogastronomia, archeologia diffusa.

Il contesto è noto. L’overtourism colpisce le grandi città e alcune destinazioni costiere, mentre vaste aree interne soffrono spopolamento e carenza di investimenti. La risposta proposta dalle Regioni alla Bit è una strategia di destagionalizzazione e distribuzione dei flussi: turismo lento, esperienziale, legato alla natura e alla cultura materiale.

I numeri dei cammini sono indicativi. Secondo l’Annuario “Italia, Paese di Cammini”, nel 2024 sono state distribuite circa 191.500 credenziali (+29% su base annua), con oltre 1,4 milioni di presenze lungo i percorsi italiani. In Italia sono attivi più di 120 cammini, tra cui la Via Francigena e la Via degli Dei. Non si tratta più di nicchie spirituali, ma di un segmento strutturato.

L’approvazione definitiva della legge sui cammini rafforza questa direzione: 5 milioni di euro per il triennio 2026-2028 e un milione annuo dal 2029, che si aggiungono agli oltre 30 milioni già investiti dal Ministero del Turismo. Il segnale politico è chiaro: i cammini diventano asset strategico nazionale.

Il Lazio prova a ridefinirsi oltre Roma. Come sottolineato in sede regionale, il patrimonio è più ampio: borghi storici, parchi, terme, cammini religiosi e naturalistici, eccellenze enogastronomiche. Il punto non è solo promuovere, ma posizionare. Il turismo diffuso diventa leva di sviluppo territoriale, con l’obiettivo dichiarato di generare benefici duraturi per le comunità locali.

La Sardegna rappresenta un altro modello. Inserita da Lonely Planet tra le 25 destinazioni “Best in Travel 2026”, l’isola affianca alle spiagge celebri un entroterra archeologico e identitario. Il sito di Su Nuraxi di Barumini, risalente al secondo millennio a.C., precede il Colosseo di secoli. Le “Domus de janas”, necropoli preistoriche, e i cammini spirituali offrono un racconto alternativo: meno consumo, più immersione.

Il turismo lento non è solo trekking. È dormire in un borgo, lavorare da remoto in un contesto naturale, partecipare a un laboratorio artigiano, vivere l’enogastronomia come esperienza annuale e non stagionale. È un cambio di paradigma che intercetta nuovi pubblici: camminatori, sportivi, famiglie, remote worker.

La sfida è duplice. Primo: evitare che il “turismo diffuso” diventi slogan senza infrastrutture. Servono mobilità interna, connessioni digitali, servizi sanitari e formazione locale. Secondo: mantenere equilibrio tra valorizzazione e autenticità, evitando di replicare nelle aree interne le distorsioni già viste nei centri saturi.

Se il mare resta magnetico e le città d’arte irrinunciabili, l’Italia prova a giocare la carta della complessità. Un diamante dalle molte facce, sì. Ma con la consapevolezza che la sostenibilità non è un claim, bensì un modello economico da costruire con metodo.


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