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16/12/2025
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Andrea Garnero: “Vi spiego la questione salariale”

L’economista dell’Ocse ha scritto un libro (Egea) con il giornalista Roberto Mania


Quasi trent’anni di stagnazione salariale. E’ accaduto in Italia, solo in Italia. Nessun altro Paese europeo ha subito un processo di questo tipo, con conseguenze negative sulla crescita dell’economia nazionale, sul nostro benessere, sulla qualità del lavoro. Sulla distribuzione del reddito, sulla mobilità sociale. Guardare al congelamento decennale delle retribuzioni reali degli italiani vuole dire indagare sui mali strutturali della nostra economia. Il salario non è una variabile indipendente”.

Così il giornalista Roberto Mania, nel primo capitolo del libro  “La questione salariale”, scritto con Andrea Garnero, economista dell’OCSE a Parigi, (specializzato in salari minimi e contrattazione collettiva sites.google.com/site/andreagarner) e pubblicato di recente da Egea, invito  a liberare il nostro Paese da lacci e lacciuoli che gli impediscono di crescere.  

Roberto Mania, giornalista

I numeri Ocse parlano chiaro: dal 1991 al 2023 i redditi da lavoro a parità di potere d’acquisto in Italia sono scesi del 3,4% contro un aumento del 30% e più in altri paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Una questione che riguarda il lavoro povero, ma anche la fascia medio alta, quella su cui incombe il grosso del carico fiscale che sostiene il nostro welfare state. I principali sospettati, secondo i due autori, andrebbero dalla fine della scala mobile al blocco della produttività, dalle trasformazioni nel mercato del lavoro al ruolo dei contratti collettivi, dagli effetti della globalizzazione alla rivoluzione tecnologica, sino all’inflazione degli ultimi tre anni.

Ma approfondiamo il tema con Garnero, secondo il quale l’Italia, “avrebbe giocato in difesa la partita del nuovo mondo, con la notevole, ma non sufficiente eccezione di alcune medie e grandi aziende, in particolare nell’industria, che ci consentono di essere ancora la seconda manifattura d’Europa. Continuiamo a scontrarci con una pubblica amministrazione inefficiente, con la carenza di adeguate infrastrutture fisiche e digitali, con ritardi nei processi di formazione scolastica e apprendimento continuo, con la debolezza della contrattazione di secondo livello”.

Pertanto sollevare la questione salariale – diversa tra uomini e donne – significa preparare il nostro Paese ad affrontare meglio le sfide future.  

“Senza una pressione dal lato dei salari – lei scrive – anche gli incentivi a investire in nuove tecnologie, formazione, nuovi prodotti e nuovi processi, sarebbero vani. Cosa rischiano il tessuto produttivo e il Paese se non si inverte subito il trend?”

Il nostro libro è un invito a guardare alla stagnazione salariale non solo come un problema sociale, ma anche come, al tempo stesso, il riflesso e un ostacolo alla competitività del Paese. L’Italia soffre di una produttività stagnante, che a sua volta blocca la crescita dei salari reali. Ma salari bassi costituiscono anche un incentivo a non innovare e investire. Questo circolo vizioso è alimentato da fattori strutturali: un mercato del lavoro segmentato, un tessuto imprenditoriale frammentato e poco managerializzato, un sistema fiscale squilibrato e un livello di innovazione insufficiente. Nei decenni scorsi, il sistema italiano si è concentrato a difendere l’esistente, spesso tutto l’esistente, anche quello di bassa qualità e senza prospettive invece di puntare all’innovazione. Il rischio per le aziende che non invertono questo trend è duplice: da un lato, una crescente difficoltà a trovare lavoratori qualificati a causa dell’emigrazione e della bassa natalità. Dall’altro, una perdita di competitività sui mercati internazionali, dove le economie con cui noi ci compariamo puntano su innovazione e produttività piuttosto che sul contenimento dei salari.

Senza aspettare la politica, cosa dovrebbero fare subito le aziende?

Prima che della politica, dovrebbe essere interesse delle aziende investire nella formazione continua, rafforzare i modelli di contrattazione aziendale e favorire il passaggio da un modello di impresa a basso costo del lavoro a uno ad alto valore aggiunto. Nel libro proviamo a capire perché questo non succede e cosa si possa fare per farlo succedere.

Come dovrebbe agire la politica sul sistema fiscale?

È un grande tema, molto tecnico e molto politico al tempo stesso. Attualmente, l’Italia ha un cuneo fiscale tra i più alti dell’OCSE: il 45,1% nel 2023. Questo significa che, a parità di costo per l’azienda, il lavoratore riceve uno stipendio netto inferiore rispetto ad altri paesi europei. Ma il cuneo fiscale è anche più alto in Paesi come il Belgio, la Francia o la Germania dove i nostri giovani emigrano in cerca di salari migliori. Quindi il cuneo fiscale non può essere l’alfa e l’omega della questione. Oltre al livello di tassazione ci sono due questioni secondo me più importanti: come vengono spese le risorse raccolte, la sensazione è che si paghino tante tasse per servizi limitati. Il secondo è su chi si concentra la contribuzione: quel 45% è una cifra in qualche modo teorica, si applica a un lavoratore singolo pagato al salario medio, il cuneo fiscale effettivo è diverso per ogni persona.

Si spieghi meglio.

Oggi il 75% delle imposte è pagato dal 25% dei contribuenti, quelli sopra i 29mila euro, non proprio dei Paperoni. Le misure di decontribuzione adottate in passato hanno avuto un impatto limitato: hanno incentivato nuove assunzioni, ma non hanno portato a un aumento strutturale dei salari. Inoltre, la pressione fiscale è distribuita in modo squilibrato: mentre i lavoratori dipendenti pagano contributi elevati, i lavoratori autonomi beneficiano di regimi fiscali più vantaggiosi. A oggi mi sembra prioritario pensare a un riordino complessivo del sistema fiscale e di trasferimenti, come proposto dal Presidente Draghi nel discorso in cui aveva chiesto la fiducia del Parlamento. Non si può più procedere con interventi sporadici.

Contrattazione di secondo livello e salario minimo: quanto i sindacati sono maturi per abbandonare il loro ruolo “politico”?

La contrattazione collettiva è da sempre il principale meccanismo di definizione salariale in Italia, ma l’indebolimento che ha subito negli ultimi anni e che discutiamo nel dettaglio nel libro ha riaperto il dibattito sul salario minimo legale. Non è assolutamente obbligatorio avere un salario minimo per avere un mercato del lavoro funzionante né il salario minimo da solo basterà a risolvere la questione salariale. Ma si può discutere dell’opportunità di un salario minimo che vada a sostegno della contrattazione, come avviene nei Paesi europei dove i due strumenti si rafforzano a vicenda. Nel libro proponiamo di non partire con interventi a gamba tesa, ma di sperimentare gradualmente, partendo dai settori dove oggi la contrattazione ha più difficoltà. Su sindacati e politica, sta a loro decidere il percorso futuro. CGIL, CISL e UIL, negli anni, hanno sviluppato una tripla natura: più politica a livello nazionale, contrattuale nelle categorie e di gestione di servizi nei Caf. Alcuni di più, altri di meno. Ma in generale si tratta di tre sindacati diversi all’interno della stessa sigla. È vero che in certi casi in questi anni la parte politica sembra averla fatta da padrona. Forse è servito a coprire una crescente debolezza di alcune categorie a negoziare e firmare contratti soddisfacenti.

Qualche giorno fa Bill Gates ha annunciato: “Si lavorerà 2 giorni alla settimana entro 10 anni. Avverrà a parità di stipendio rispetto ad oggi”. Fantastica troppo? E in ogni caso, con l’affermazione dell’Ai come imprenditori e manager dovrebbero sin da oggi riorganizzare l’attività produttiva?

Storicamente c’è una tendenza a ridurre l’orario di lavoro. Mia nonna si è sposata una domenica mattina, il pomeriggio è tornata nei campi. Oggi abbiamo l’istruzione obbligatoria, i weekend, le ferie, la pensione e siamo molto più ricchi. Sono proprio la ricchezza, i guadagni di produttività diremmo noi economisti, che consentono di aumentare i salari e ridurre l’orario di lavoro. Guardando al futuro penso che il trend resterà a una riduzione dell’orario di lavoro. Due giorni a settimana in 10 anni mi pare un po’ estremo e comunque difficilmente generalizzabile  -le scuole o gli ospedali potranno mai funzionare solo due giorni a settimana? – , ma il trend di riduzione è graduale ma costante. Per lavorare meno è chiave per l’Italia e per tutti i paesi diventare più produttivi. In questo l’AI con la sua capacità unica di autonomia e di auto-miglioramento potrebbe accelerare l’innovazione e rilanciare la lenta crescita della produttività in vari settori. Ma non dobbiamo nemmeno darlo per scontato. Innanzitutto il tasso di adozione resta limitato e molto disomogeneo tra imprese e settori. In secondo luogo, le occasioni mancate durante la rivoluzione informatica degli anni ’90 – che discutiamo nel libro -dimostrano che non basta attaccare un pc alla presa della correte o qualche prompt su ChatGPT perché la produttività aumenti. Serve cambiare il modo in cui il lavoro è organizzato, formare lavoratori e manager alle nuove tecnologie e pensare a cosa di più e nuovo ci permettono di fare. Quindi, nel bene e nel male, penso che ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di vedere tutti gli effetti della rivoluzione che sembra alle porte.

Cinzia Ficco

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