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16/12/2025
Focus

«Dazi? Niente paura, scommettiamo sul futuro»

Così Sebastiano Gadaleta, fondatore di Progetto impresa, team multidisciplinare nato nel 2012 


Dall’America all’Asia, passando per l’Europa, nel mondo dilaga un nuovo fenomeno definito dagli esperti dazifobia” (o “tariphobia” in inglese). Poche ore al 2 aprile e vedremo scattare dazi del 25% nei confronti dell’Unione Europea (dopo quelli contro Messico, Canada e Cina) . Crescono pertanto le preoccupazioni di imprenditori e consumatori, come dimostrato da diversi studi internazionali. Una paura che cresce anche negli USA: la stragrande maggioranza degli americani (8 su 10) teme infatti un aumento dei costi dovuto alle tariffe sulle importazioni che entreranno in vigore.

Lo rivela un recente sondaggio della Elon University, in North Carolina. Oltre l’80% degli intervistati ritiene che le tariffe porteranno ad un aumento dei prezzi (a novembre, secondo The Guardian, erano “solo” il 69%), mentre il 45% prevede aumenti significativi per il costo della vita. L’impatto sulle piccole e medie imprese è una delle principali preoccupazioni, poiché il 50% degli intervistati prevede conseguenze negative, mentre solo il 19% si aspetta un impatto positivo. Il 69% prevede, inoltre, che altri paesi reagiranno con tariffe sulle merci statunitensi, penalizzando gli esportatori americaniIn calo c’è anche la fiducia dei consumatori: lo US Consumer Confidence Index è infatti sceso di ben 7 punti percentuali solo nel mese di febbraioil calo più pesante dal 2021, in piena pandemia Covid. Passando a Oriente, un sondaggio condotto da Reuters ha rivelato che, in Giappone, quasi nove aziende su 10 si aspettano che le politiche del presidente degli Stati Uniti siano destinate a influenzare negativamente i loro affari. Ma i dazi, come rivela un ulteriore studio di Ipsos Mori, condotto su un campione di oltre mille cittadini, stanno spaventando anche i britannici, che sarebbero pronti a considerare un riavvicinamento all’Unione Europea. L’indagine ha infatti dimostrato che, potendo scegliere, gli inglesi sono molto più propensi a una partnershipcon Bruxelles (scelta dal 47%) piuttosto che con Washington (21%) o con il Commonwealth (15%).

Eppure c’è chi invita gli imprenditori a non avere paura e, anzi, a scommettere con ancora più coraggio sul futuro. Tra questi c’è Sebastiano Gadaleta (in foto), founder e Direttore generale di  Progetto Impresateam multidisciplinare nato nel 2012 e specializzato nel campo delle agevolazioni per l’innovazione e dei finanziamenti a fondo perduto. “Paradossalmente, per quanto riguarda l’Italia – spiega Gadaleta – è proprio una possibile distanza tra USA e UE il motivo che deve spingerci a essere positivi. Posta di fronte alla fine di una sicurezza che riteneva consolidata, ovverosia la presenza dell’”ombrello” statunitense in ogni campo, da quello della difesa all’economia, l’Unione Europea si troverà costretta ad accelerare sulla propria indipendenza. Tali necessità troveranno inevitabilmente spazio anche nel prossimo bilancio pluriennale dell’Ue, sui contenuti del quale si è già iniziato a discutere. Ma, in uno scenario di questo tipo, è inevitabile che le opportunità di finanziamento a fondo perduto per spingere l’innovazione – penso alla transizione energetica ma anche all’intelligenza artificiale, siano destinate ad aumentare piuttosto che a contrarsi. Da questo punto di vista le imprese italiane hanno davanti a loro la prospettiva di poter accedere con sempre maggiore facilità a bandi innovativi nel prossimo futuro. Opportunità di fronte alla quale, però, non devono farsi trovare impreparate. Servono partner affidabili, che abbiano esperienza specifica e che sappiano pianificare per tempo quelle che saranno le necessità progettuali per essere competitivi da qui ai prossimi anni”.

Progetto Impresa si è posta l’obiettivo di traghettare le aziende attraverso le difficili sfide della transizione ecologica, della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale, ancora prima che queste diventassero strade da percorrere obbligatoriamente. I risultati? Oltre 2.200 progetti seguiti, quasi 1000 bandi vinti e ben 79 milioni di euro erogati.

Per anni consulente in Ernst Young, dopo un pluriennale percorso da partner con ruoli C-level in diverse società, Gadaleta nel 2020 ha scritto un libro: “Innova senza errori. Strategie per finanziarti a costo 0” (pubblicato per i tipi di Libri d’impresa), il quale racconta il suo metodo, che è anche quello che guida la sua squadra presente in sette regioni italiane.

Torniamo alla questione principale: perché il clima di incertezza e la politica basata sui dazi degli Usa non devono scoraggiare le pmi italiane ed europee?

Donald Trump utilizza una strategia negoziale certamente brutale, ma che non deve sorprendere: è un modo di agire più tipico del mondo degli affari che non della diplomazia politica. Si minaccia e si prospettano rotture radicali per indurre l’interlocutore, tendenzialmente più debole, ad avviare trattative più rapidamente. La spada di Damocle dei dazi serve anche a questo. Può piacere o non piacere, ma di questo si tratta: trattative spregiudicate. Ciò detto, c’è soprattutto la volontà di indurre le aziende a tornare a produrre sul suolo americano. Di fronte a questa situazione l’Europa unita non potrà che prendere atto del fatto che è sempre più necessaria una politica industriale e di sviluppo comune e che dovrà tornare anch’essa a investire sempre di più sulla produzione su suolo europeo, valorizzando i propri punti di forza e le proprie eccellenze, accompagnandole verso un percorso di crescita. Questo genererà, necessariamente, nuovi investimenti. Di cui beneficeranno le imprese.

Qual è l’atteggiamento più diffuso oggi tra le pmi? E quale la maggiore preoccupazione?

Gli imprenditori, in questa fase, continuano a lavorare come sempre hanno fatto. E stanno alla finestra. Sicuramente, oltre ai dazi, continua a preoccupare l’instabilità geopolitica, che influisce sul costo dell’energia, con una volatilità sconosciuta in passato. Le frizioni geopolitiche, però, possono paradossalmente generare anche risvolti positivi, dal punto di vista strettamente economico: un maxi-piano di investimenti nell’ambito della difesa europea, come quello recentemente deciso a Bruxelles (e che per gli americani, stanchi di sostenere da soli il peso della sicurezza del vecchio continente, è forse un effetto auspicato), non può che avere ricadute su diverse filiere. Però bisogna farsi trovare preparati a inserirsi in questo contesto e oggi le piccole e medie aziende italiane scontano ancora molte difficoltà: su tutte la carenza di personale adeguatamente formato e la difficoltà nel reperirlo.

Come rassicurare le pmi italiane sull’aspetto economico?

Proprio la crescente necessità dell’Europa di darsi una propria autonomia e una visione sempre più coerente e indipendente da avversari geopolitici e storici alleati – penso non solo alla difesa ma, per esempio, anche al tema della transizione ecologica e pure a quello dell’intelligenza artificiale – farà sì che pure gli investimenti in ambiti strategici siano destinati ad aumentare, in vista del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Questo significa che siamo di fronte a una moltitudine di opportunità che si presenteranno sotto forma di bandi, come avvenuto anche nel recente passato con il Recovery Plan, che le nostre aziende dovranno saper cogliere, continuando a scommettere su innovazione e futuro.

Come trasformare questa fase di difficoltà in una opportunità per le aziende europee e cosa si aspetta che avvenga tra un paio di anni?

Abbiamo dinanzi a noi delle sfide importanti che la commissione sta sviluppando spingendo gli stati membri ad orientare gli incentivi in tal senso. La digitalizzazione e l’economia circolare. La digitalizzazione oggi parla inflazionata, può voler dir tutto e nulla. Non voglio semplificare ma è cosi, può voler dire includiamo strumenti di intelligenza artificiale nei processi aziendali? Inseriamo agenti virtuali in grado di sviluppare le operazioni ripetitive che ogni umano può realizzare? Oppure ancora dotiamo le manifatture di sensoristica e database dati per migliorare le produzioni e le qualità relative? Bene tutti questi concetti tra cui il digital twin possono rappresentare benissimo la parola digitalizzazione. In concreto? Nelle PMI serve lavorare su processi innovativi che includano il digitale, inserendo agenti virtuali, migliorando la produzione e tanto altro. L’economia circolare, vista anche la necessita di una sorta di autonomia non può essere un dato da non considerare. E questi due anni saranno fondamentali per garantire l’autoconsumo attraverso le FER .

Innovazione: qual è quella che premia di più, quella di processo o quella di progetto?  

In genere le imprese che fanno già innovazione di prodotto rispondendo alle esigenze del mercato sono quelle che hanno risultati tangibili, misurate sulle vendite dei prodotti “innovati”.  Di contro però va sviluppata l’informativa verso le aziende dell’innovazione di processo. Tutte queste tecnologie emergenti, quali agenti virtuali ed intelligenza artificiale, sempre nell’ottica del digital twin consentono di innovare, organizzare ed analizzare processi che spesso riteniamo standard e non migliorabili. In questo ritengo sia necessario un lavoro di cultura aziendale. Si è passati dalla necessità di un marketing officier esterno ad un reparto marketing interno. Il mio auspicio che si passi da un innovation officer anche esterno per iniziare, sino alla creazione di reparti che gestiscano l’innovazione, in particolare digitale e la migliorino continuamente.

Transizione digitale, green e di governance nelle pmi: qual è secondo lei quella che potrebbe temere rallentamenti e che stenta ad affermarsi? Qual è l’antidoto?

In Puglia, la nostra regione, tutte le PMI stanno prendendo consapevolezza di ciò che vuol dire innovazione, in quanto è stata resa obbligatoria per partecipare a bandi di finanza agevolata. Considerate che lavoriamo custom per ogni cliente per implementare progetti di innovazioni. Da un lato l’obbligo è sembrato qualcosa a cui attenersi necessariamente, dall’altro è diventata un’opportunità perché tutti gli imprenditori vogliono comprendere le possibilità che la transizione digitale può dare. Pertanto ritengo che l’antidoto sia di natura governativa o del legislatore di riferimento che deve, in vari progetti inserire innovazioni digitali quali elementi obbligatori. Questo consente da un lato investimenti che generano un vantaggio competitivo, dall’alto dei ritorni in termini di occupazione e crescita dimensionale delle pmi.

Intanto, per fronteggiare i cambiamenti, ecco le 5 azioni che gli esperti di Progetto Impresa ritengono fondamentali per i piccoli e medi imprenditori italiani :

  • Monitorare attentamente le politiche tariffarie internazionali e considerare l’ottimizzazione della propria catena di approvvigionamento, anche rivedendo i fornitori e la localizzazione della produzione per mitigare l’effetto di eventuali dazi su prodotti importati o esportati.
  • Diversificare i mercati, esplorando nuove opportunità di export, cogliendo le opportunità fornite dal mercato unico europeo, può essere una via per ridurre la dipendenza dal mercato statunitense.
  • Fare networking, anche appoggiandosi ad associazioni di categoria o di settore può favorire alleanze strategiche per affrontare la concorrenza globale.
  • Digitalizzare per migliorare l’efficienza dei processi aziendali, ridurre i costi e navigare meglio tra le onde delle sfide logistiche.
  • Credere nella sostenibilità. Sebbene gli Stati Uniti potranno avere una posizione più rilassata su temi come il cambiamento climatico, l’Europa ha continuato a spingere verso questo concetto e non c’è motivo per cui non debba continuare a farlo anche in vista del prossimo bilancio pluriennale.

C.F.

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